Bruce, la sua umanità, e quella luna sopra il Circo Massimo.

Bruce Springsteen, Roma

Bruce Springsteen, Roma

È arrivata al tramonto, nello zigzagare fra le mie colline. Mentre il sole s’infuocava a destra nell’ultimo sussulto del giorno, a sinistra il cielo si faceva di un rosa intenso. E io cercavo, nelle orecchie, il riverbero di tanta bellezza.
La malinconia è arrivata solo ieri. Non immediatamente dopo, perché con il gruppo abbiamo dovuto occuparci -inaspettatamente- di dove dormire, e cosa mangiare, e quando tornare; e non più tardi perché la stanchezza era tanta e tale da tenermi in una bolla senza tempo e senza suono.

È arrivata quarantotto ore dopo, la malinconia. Senza chiedere, si è seduta sul sedile accanto, mentre Mary contemplava le ultime luci del giorno, Billy cercava le note per la sua serenata, e la ragazza scalza beveva la propria birra. Come ogni volta, veniva a raccontarmi di qualcosa di bello. E di una esperienza che finiva. Ed è stata spesso la cifra di quanto questa mi aveva toccato, scosso. reso diverso. Di quanto mi aveva regalato. Ed anche questa volta è così: la bellezza scuote. E -come in nel caso di un concerto di Bruce– prosciuga.

Bruce. Fisico asciutto, lo stesso sorriso; stempiato, i capelli sempre più radi. Ha occhi come due fessure, Bruce. Si sono fatti più piccoli, e più stretti. Ma brillano che sembrano lacrime. Su New York City Serenade, su Indipendence Day, su Jungleland. Ed è un brivido lungo, intenso vedere in quell’uomo vivere una così forte emozione. Non saranno lacrime -facciamo sì, che quelle le abbia sognate davvero- ma la sua emozione è viva e vera. Dietro al suo sguardo che scruta ognuno di noi, e sembra davvero così: che scruti -ognuno- di noi, c’è una umanità così grande che la sua arte (lo stesso immensa) sembra solo un compendio, un mezzo -un’ascia, un martello, un punteruolo-, per la sua espressione.

La sua umanità. Il suo senso di giustizia. La sua fede laica nell’umano. Si rendono vive nella ferocia del perdente con cui intona alta e forte, e inaspettata, The Ghost of Tom Joad; il ciglio che si alza, il canino che si scopre; gli occhi che cercano la concentrazione nel buio. E Tom che, improvvisamente, sotto quello spicchio di luna che pende, appare come un angelo nero e rassicurante. Rassicurante per la madre, rassicurante per ogni uomo che cerca giustizia.

Oppure nel saluto (“Vi amo!”), nel saluto gigione; eppure dolcissimo e vero. Totalmente vero. Non al pubblico. Sessantamila persone che non erano un pubblico. Erano il “suo” pubblico. Quello con il quale gioca, si emoziona, si diverte e completamente si concede, e tremendamente si impegna con l’unico scopo di divertire, e scacciare ogni pensiero di morte (e a Roma, più di altri luoghi, in questo periodo, motivi per averne ce ne erano molti). Tutta l’umanità di Bruce c’era nell’abbraccio con Jake dopo l’assolo di Jungleland (e a me viene in mente Clarence: “Quell’assolo ha il suono dell’amore”), oppure nel pollice alzato verso Roy dopo l’intro di Point Blank; oppure nel gioco continuo sul palco con i suoi fan su Dancing in the Dark. Oppure nel duetto emozionante con Patti su Tougher than the Rest: che, Dio, come si guardano… e quel -nessun- pudore mi ha fatto pensare a quanto si trovassero bene in mezzo a noi. “Una questione di famiglia”… si è già detto. Ma è pur vero che ogni giorno, ogni anno, ogni concerto in più, questa questione si fa sempre più intensa, più intima. Più bella. Le rughe che si fanno più profonde, e le mani che si fanno più nodose, e i capelli di cenere aggiungono, non tolgono, a questa grandezza. A questa intimità. Oppure nelle immagini che ancora danzano sul fondale, di Clarence e Danny, perché la riconoscenza e l’amicizia non sono un fatto piccolo, ma vanno celebrate di continuo. Sopratutto quando le ritroviamo essere un pezzo di noi.

L’umanità di Bruce è nei cori di The River, sussurrati per lasciarli al suo pubblico; nel “fantastico” dirigerli su Indipendence Day, appagato dalla nostra partecipazione, mentre il tramonto addolcisce il calore bruciante della giornata e il circo si riempiva di luci. Di luci e di anime: quelle che, per la prima volta, stavano conoscendo la sua bellezza (E… “Grazie. Senza di te non sarei mai stato parte di tutto questo”. Non è un riconoscimento. È la gioia di aver reso felice qualcuno. Qualcuno ancora. Insieme a te).

La notte continuerà, la festa si farà grande, e Bruce sarà per noi quasi 4 ore ancora. Riempirà il cuore degli innamorati con Drive All Night gemmandola di una struggente Dream Baby Dream, fino a farci saltare tutti -tutti!- della sofferta potenza di Born in the USA. Senza sosta, senza riprendere quasi mai fiato. Quattro ore scintillanti: di pensieri, di divertimento, di gioia, di partecipazione. Di comunione laica. Di commozione profonda e di musica.

E quando infine intonerà Thunder Road – l’unico inno da difendere con le armi che gli sono proprie: l’armonica alla bocca e la chitarra al collo – quelle sopracciglia si alzeranno su quegli occhi sempre più piccoli e un po’ stanchi, per guidare ancora il nostro coro. Mentre lo stadio si accende di luce e ondeggia piano sul ritornello finale, e la musica drappeggia un velo di tristezza su tutto il Circo Massimo, incrocio gli occhi della ragazza (“Sono la tua Mary”, diceva il suo cartello) che mi sussurra, composta, in lacrime e felice, un piccolo “It’s time…”. Come si può fare con un fratello.

E forse lì -per quel tempo- lo siamo davvero stati.

Cosa è cambiato. E cosa no.

Cosa è cambiato: la fronte più alta, il viso scavato, la fessura degli occhi. quei capelli lanuginosi sul collo, che fanno il paio con il taglio di Max, meno bancario e più ragioniere. Gli occhiali di Garry, gli orecchini pendenti di Steve. Gli schermi verticali.

Non è cambiato: i plettri attaccati all’asta, i polsini alle mani. il ciglio che si alza, il canino che si scopre, il pugno quando penneggi la chitarra. La Telecaster con il manico Esquire. Il modo religioso con cui ti avvicini al microfono. Le chiese, e le galere. La Chevy del ’69 e l’estate che è qui. La bandana di Steve. La chitarra nera di Patti, lo sguardo fisso di Max. Clarence, che continua a non esserci, eppure c’è. I tuoi occhi chiusi che seguono la coda di piano di Roy. Il braccio che si alza, e segue un poco alla volta.

E la voglia di vederti. L’emozione della sorpresa, come fosse la prima. E forse lo è.

 

Long walk home.

Questo video. Mi sono sempre chiesto perché Bruce sia solo. Long Walk Home, la lunga strada verso casa. Canta di tornare a casa. Ma nel video non ci sono affetti. C’è lui, la sua chitarra, la sua voce, poche comparse. Una giostra. Ho pensato che Bruce – che non lascia mai niente al caso – volesse dirci qualcosa di più.
No, non credo che canti la desolazione. Non credo che canti il dolore intorno alla possibilità di non trovare nessuno.
Lui dice: non aspettarmi, amore, non aspettarmi. Forse, ecco, vuole dirci che trovare la propria casa è un gesto, un evento intimo, del cuore: non le quattro mura, ma gli affetti e quelli che decidiamo di chiamare tali (o che ri-conosciamo essere tali), l’odore delle cose buone, occhi in cui è possibile riposare, senza affanno. Accettazione.
E per questo è un percorso da fare nell’unico modo possibile: da soli, in mezzo alle proprie emozioni.

Se questa è vita

Danila scrive cose che spesso non condivido. Ma quando accarezza le corde del cuore, anche in temi difficili come questo, lo fa con una delicatezza, e insieme una forza, che riconosco esserle completamente proprie. Grazie di ogni singola parola, di ogni carezza. Di ogni pensiero, D.

[…]
Due mesi dopo, una mattina, il marito trovò Laura morta nel letto. Non respirava più. Era ancora rosea, esattamente come quando stava bene ed aveva, sul viso, un sorriso accennato.

Nei giorni seguenti, il corpo di Laura fu vegliato per due notti nella sua camera da letto. Eccetto per un leggero gonfiore, il suo viso rimase bello fin quando la deposero dentro la bara di mogano.
Paolo non partecipò al rito. Non perché avesse timore di sguardi, voci, mezza parole che si sarebbero certamente levate per la sua presenza, semplicemente perché – ne era convinto – Laura non era lì, in quel corpo morto. Detestava, anzi, l’esposizione della salma, la glorificazione inutile di quella carne che sarebbe presto marcita.
Laura non era lì; e non ne aveva alcun dubbio. Non era nel freddo della fronte, o nell’immobilità del petto; o nel grigio terreo di quella pelle, che invece aveva crepitato sotto le sue mani; o in quegli occhi orrendamente serrati che si erano accesi ogni volta che aveva accolto le sue parole.
Laura non era lì. La portava dentro; era stata, e avrebbe continuato ad essere una parte della sua vita. Un frammento di carne, ma di carne pulsante: come una gamba, un braccio, un occhio. Come le parole che le aveva insegnato, e che le affioravano continuamente alle labbra; come la capacità di meravigliarsi, o quella – che aveva acquisito lei nel corso degli anni – di perdonare e silenziare i propri tumulti.
Laura continuava a vivere nella sua mente, come nel gesto di scansarsi i capelli davanti gli occhi; o quello di roteare, mentre mescolava, il cucchiaino nella tazza di caffè; o quello di toccare il display del cellulare con il polpastrello dell’indice. Brandelli di Laura che si erano infilati sotto le unghie, nelle pieghe del cuore, nelle parole della mente, che non lo avrebbero mai abbandonato.
E nel dolore della perdita, nella vertigine di un nuovo inizio, questo non solo era la più efficace consolazione, ma era la certezza che avrebbe potuto continuare a viverla, e ad averla addosso, senza poter perderla mai.

Sorgente: Se questa è vita

L’Amore non finisce mai, Rob. Ciò che fa male, almeno a me, é parlarne al passato, come qualcosa che “fu” e mai più sará. Ma perché dovrei parlarne al passato se io amo mia mamma anche in questo momento, anche se sono 11 anni che non la vedo e non mi abbraccia fisicamente?

A Marco: from the churches to the jails.

Ti ho amato ed odiato come la tua passione, la tua forza, la tua tenacia esigeva. E come non ero affatto pronto a questo vuoto e a queste lacrime inattese, così ho solo grazie, oggi, per Te.
Grazie per ogni parola; per le grida e per gli scandali; per la ferocia del pensiero, e la delicatezza delle tue mani. Grazie per “le contraddizioni sono importanti”. Grazie di aver preteso che interrogassi continuamente la mia coscienza, e per averne richiamato continuamente il primato.
E grazie per avermi mostrato la solitudine e la vertigine della libertà.

Grazie di essere stato speranza, di essere stato leader nell’unico modo in cui si può esserlo: essendo modello e vero militante di partito. Grazie di non aver voluto mai svilire questa meravigliosa parola. E di avermi insegnato che la Politica può essere poesia ed emozione. Anzi: che solo la Politica che commuove è l’unica per cui vale la pena -davvero- lottare. Grazie per i tuoi occhi che, appunto, sapevano piangere. L’unico politico sulla terra a poterseli permettere, quegli occhi grandi e verdi da bambino.

Adesso, mi piace dedicarti questa canzone. Fra immensi potete capirvi. Credo che ti piacerebbe molto. Parla di carceri e di chiese. Luoghi che hai frequentato sempre sempre sempre in tutta la tua vita, o loro, non si è mai ben capito, hanno meglio frequentato te.

From the churches to the jails.

Grazie ancora, Marco.
Grazie sempre per tutta questa bellezza.

Gli occhi dell’Amalassunta.

Amedea Corazza - Madre di Osvaldo Licini

Amedea Corazza – Madre di Osvaldo Licini

Lei è Amedea, la madre di Osvaldo Licini. L’artista ha dipinto questo quadro nel 1923, quando aveva 29 anni. Nella casa di famiglia, a Monte Vidon Corrado, dove è allestita in questo periodo la mostra sui ritratti di famiglia, ce n’è un altro di lei particolarmente delicato, con tratti aristocratici. Entrambi hanno questo sorriso pensoso, tenero e dolcissimo su queste labbra piccole e sottili; queste forme allungate anche delle mani esili. Tutti tratti che dovevano essere, più o meno, gli stessi di Osvaldo, insieme all’ovale del viso. Poi questi occhi grandi. Grandi come la sue Amalassunte.
Ho immaginato che lui deve averla amata molto.

Canto di bellezza

Sulle tue spalle, rocce di granito dure e superbe
cascate di luce, ruscella l’onda dei miei capelli.

Sulle tue spalle, muro di cinta di un mirifico castello
danzano, come rami del salice, le ciocche dei miei capelli.

Le tue spalle, torri di ferro,
le tue spalle, fulgenti di sangue e di vita,
hanno il colore di un braciere di rame.

Nel silenzio, nel tempio del desiderio,
addormentata vicino a te,
i segni dei miei baci sulle tue spalle,
come morsi ardenti di serpenti.

Le tue spalle, nella rifrazione del sole
sotto le gocce chiare e tiepide di sudore
sfavillano come cime di montagne.

Le tue spalle, Mecca dei miei sguardi appassionati,
le tue spalle, sigillo di preghiera…

— Forough Farrokhzad

Forough Farrokhzad, poetessa iraniana.

Forough Farrokhzad, poetessa iraniana.