Quel posto morbido e perfetto

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Quel posto
morbido
il tuo tenero interno coscia
simile alla guancia di un fiore
e poi
il tuo sapore pungente
che si espande sulla tua lingua

quella nostra prima volta, grandiosa

come la dolcezza del dormire ad occhi aperti
o
come quando – a cinque anni – ho scoperto
l’incredibile magia dell’organo a vapore
al sicuro tra le braccia robuste di mio padre
sulla giostra del molo di Santa Monica
che girava e girava senza più fermarsi

da allora nulla
tranne te
e quella sensazione
è mai stato più perfetto

— Dan Fante

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“Sono sperante”. Sulla mia pelle.

Sulla mia pelle. Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Sulla mia pelle. Il Film.

“Ma sei credente?”, chiede la signora.
“Sono sperante”.

Sorride Stefano, con quel suo sorriso beffardo e dolorante. Verso cui si ha subito una simpatia immediata, più che per la sua inflessione romana. Sorride, e ci fa sorridere di rimando. Ma è l’unica nota lieve che ci strappa questa storia gelida.
Non so se davvero Stefano l’abbia mai pronunciata questa frase. In ogni modo, a me è sembrata un piccolo miracolo. Un miracolo di tenerezza, di circoscritta e debolissima commozione; una frattura di luce nel piombo della vicenda. Che evoca il farsi speranza di Paolo e di Marco, l’anziché averne.

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Che un vento di follia totale mi sollevi.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Io non so bene perché Licini mi fa l’effetto che mi fa.

Sono entrato decine di volte nella sua casa, e ogni volta sento un sasso piombarmi nello stomaco.
Forse perché è stato il primo artista che ho potuto vedere da vicino, e mi sentivo la passione dell’iniziato a poter considerare tutta quella bellezza. Che, 30 anni fa, non la conoscevano nemmeno in molti.

Forse perché l’ho conosciuto prima come scrittore di cose meravigliose. Per quel verso “Un miracolo, dimmi una cosa che non sia un miracolo” che è sempre con me, e perfettamente, da ateo e anticlericale impenitente, descrive la sua capacità di concepire il sacro e l’assoluto. Quella concezione che ho fatto anche un po’ la mia.
Forse per i racconti di Bruto. Per quel cuore che nessuno vuole, pulsante e sanguinante, descritto con un’ironia tagliente, nemmeno sottesa, che a si fa sarcasmo. Fino a disegnare contorni di pazzia.
Sarà per quel rosso. O per quel blu. Sarà per quegli angeli, per quei folli angeli ribelli, disegnati con forza, solennità. Timore, quasi. Così evocativi nell’empireo dei cieli, eppure così carnali ed erotici.

Sarà per tutto questo che sono felice di questo -giusto- riconoscimento veneziano. E felice per i volontari del Centro Studi Osvaldo Licini che fanno da anni un lavoro straordinario.

(E per le sue amalassunte, certo)

Fermare il vento con le mani.

[…]
Domanda: Voi pensate che il muro possa fermavi?
Risposta: Tutti dicono di no perché abbiamo lasciato il nostro paese, le nostre case per colpa della guerra. Non sarà un muro a fermarci.
D: Quel è il tuo sogno?
R: Il voglio diventare uno scienziato. Voglio vivere la mia vita. E questo è il mio sogno.
D: Cosa hai studiato?
R: Biochimica
D: Perché sei scappato dall’Afghanistan?
R: Se conosci l’inglese e sei istruito i talebani pensano che sei un interprete degli americani. Quindi mio padre mi ha detto: “dovresti lasciare il paese e cercarti una vita migliore”.
D: Da quanto sei qui?
R: Da 5 mesi. Non abbiamo alternative. Questa è la nostra ultima possibilità.

E poi c’è il sindaco che ha ideato il “system protection”.

«Ho detto che non sono rifugiati. Sono dei criminali. Non dobbiamo mischiarci. Io proteggo l’ordine naturale del mondo.»

L’ordine naturale del mondo.

 

Fucilazione

Bolle di sapone

Un bambino faceva le bolle di sapone
dalla finestra quando mi fucilarono
sulla piazza piantata di alberi senza nome
una mattina deserta con poco sole
tra i rami secchi che non trattenevano le voci,
tra quinte grige di imposte sprangate
oscillavano effimere formazioni, grappoli
subito disfatti in acini trasparenti.
Un bimbo, solo una tenera macchia viva
in un rettangolo nero,
c’era un vasetto rosso sul davanzale,
la sola cosa rossa di quel giorno tutto grigio,
io non potevo vedere i suoi occhi
sentivo la sua anima appendersi dondolando
in cima alla cannuccia di paglia,
staccarsi con un brivido, volare in silenzio,
trattenere il fiato per pregare il vento,
attraversare il poco sole in punta di piedi,
rapita in una smorfia di felicità.
I miei carnefici gli voltavano le spalle,
nessuno di loro poté vedere le sue mani
sollevarsi in adorazione quando una bolla
più gonfia, la più bella di tutte,
partì dal davanzale come un pianeta di cristallo
e prima di scendere sali verso il tetto
come una preghiera, come una favola,
piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,
intatta e vera per il suo tempo giusto,
non ci sono abbastanza plotoni d’esecuzione
in questo mondo e in ogni altro
per fucilare tutte le bolle di sapone.

— Gianni Rodari

La città delle mille gru

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Volevo andare da moltissimo tempo. Dovevo, forse. La sogno ciclicamente: i calcinacci e i vicoli; il buio e le 99 cannelle; la polvere e piazza duomo.

All’Aquila ho trovato gru. Tante gru. Che somigliano, davvero, a grossi uccelli che allungano il becco sopra la città. Sopra ogni chiesa, ogni palazzo, ogni piazza: che sembrano di sostenerla con questi lunghi bracci in bilico fra il cielo e i tetti.
Poi ho trovato il blu di una giornata tersa, scaldata da quel poco di primavera appena arrivata; e la corolla di bianco del massiccio del Gran Sasso che incornicia la città, in mezzo alla valle.

L’ho trovato un po’ impreparata ai pochi turisti e ai molti curiosi; dignitosa e gentile per tramite dei negozianti. L’ho trovata bellissima in piazza Duomo; fra gli ori della volta della Basilica di San Bernardino; incantevole nella recuperata Basilica di Collemaggio: la chiesa di Celestino V, il piazzale fiorito, i suoi spazi monumentali, la pavimentazione con i riferimenti esoterici.

Infine, come trapunta da un vetro sottile, l’ho trovata in rinascita. In modo fragile, silenzioso, impercettibile. Eppure vivissimo.

Un giorno esisterà.

Un giorno esisterà - Rilke

Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto
un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sè,
qualcosa per cui non si penserà a completamento
e confine, ma solo a vita reale:
l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore, la muterà a fondo,
la riplasmerà in una relazione
da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello
che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste:
che due solitudini si custodiscano, delimitino
e salutino a vicenda.

Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta, 1905.