Per il mio cuore basta il tuo petto

Per il mio cuore basta il tuo petto,
per la tua libertà bastano le mie ali.
Dalla mia bocca arriverà fino in cielo
ciò che stava sopito sulla tua anima.

E’ in te l’illusione di ogni giorno.
Giungi come la rugiada sulle corolle.
Scavi l’orizzonte con la tua assenza.
Eternamente in fuga come l’onda.

Ho detto che cantavi nel vento
come i pini e come gli alberi maestri delle navi.
Come quelli sei alta e taciturna.
E di colpo ti rattristi, come un viaggio.

Accogliente come una vecchia strada.
Ti popolano echi e voci nostalgiche.
Io mi sono svegliato e a volte migrano e fuggono
gli uccelli che dormivano nella tua anima

– P. Neruda

Si impara a tacere con gli anni

silenzio

Non c’è parola più certa di un’altra.
S’impara a tacere con gli anni,
anche se sembra che parliamo.
Si nasce senza parole
e con tutte le parole distrutte ce ne andiamo.
E tuttavia,
nonostante vivere significhi ammutolire,
esiste un piacere primordiale nel silenzio,
che giustifica tutti i silenzi.

– Roberto Juarroz

Behind The Wall

E’ il 19 Luglio 1988. Bruce è già una rock star affermata. Con la E street Band suona a Berlino Est, come lui chiede da un decennio. La registrazione del concerto, in un bootleg imperdibile -Behind The Wall-, gracchia un po’. Ma lo si ascolta sempre con tutta l’emozione che le parole di Bruce sappiamo dire; guardando i sorrisi di quei ragazzi; ciascuno perso nella folla del giorno, che urlano al cielo, come un solo uomo, Born In The USA; 180 mila persone, ma sembrano molte di più, tante a perdita d’occhio. Con nelle orecchie quell’urlo, tanto simile al “nostro”, quando Bruce li saluta. “E’ bello essere qui”, e immagina per loro un futuro “senza barriere”. Appena prima di intonare i Rintocchi della Libertà.
Un po’ del coraggio necessario, del desiderio di libertà, mi piace pensare, arrivò, per loro, in quel giorno. Il muro cadrà l’anno dopo.

Grazie a Springsteen and US a che ha ripreso il mio post. :-)

50 anni di eleganza.

Non di un poeta, ma di Marco Van Basten, ex calciatore.
Oggi compie 50 anni.
Quando calcava i campi da gioco, era il tempo in cui il voto del portiere, ogni domenica, era un laconico “S.V.”
Segnava indifferentemente di destro e sinistro; di testa, in acrobazia; da lontano o in area: con la grazia di un cigno, la velocità di una gazzella, la potenza di un puledro. Dal lassù, dal suo metro e novanta, a danzare – come diceva qualcuno – su una moneta; il pallone incollato al piede, le caviglie massacrate dagli stopper (in un tempo in cui c’erano; e ringhiavano dietro).
Il gioco di Van Basten era velocità, classe, eleganza. Eleganza infinita. Lo ricordo sempre con un grandissimo piacere: un periodo in cui, nella mia famiglia, guardare la Coppa Campioni, il mercoledì sera, era un rito, più che un episodio. E lui riusciva ad impreziosirli spesso: quando non segnava, i suoi dribbling e i suoi assist erano un piacere per gli occhi. Nei suoi, di occhi, a me sembrava di scorgere un velo di tristezza. Rotta solo dalla bellezza dei suoi gol.

La stazione di Zima. Scegliere di restare. O andare.

Il Prof, quando gli chiesero della candidatura a Nobel, citò questa canzone come la massima espressione della sua arte.
E’ una canzone che ascolto sempre con grande commozione.
Ma in verità è una canzone che non capisco. Che credo di non riuscire a cogliere appieno. C’è questo signore (con la s minuscola) che conversa con il Signore (con la s maiuscola). Il quale, il Signore stesso, gli dice (non è una richiesta, è quasi un vincolo) di non scendere. Non scendere a Zima, in questa stazione un po’ decadente (“c’è solo un vaso di gerani”), che rappresenta la fine dei giorni. Forse un Dio magnanimo, un Dio che racconta la Sua stessa magnificenza (“così grande”… forse la vita dopo la morte, le “milioni di stelle inutili”) che un uomo, che si definisce “solo un uomo”, decide di non ascoltare. Lui – l’uomo – decide di scendere.
E’ come se la pienezza dell’umanità avvenisse proprio a Zima. Nell’incontro con la morte. In questa “consistenza lieve delle foglie” che ci accomuna: nella consapevolezza (orgogliosa) della propria finitezza, che raggiungiamo “tenendoci per mano”. “L’importante è la mi vita finchè sarà la mia”: oppure, o per estensione, la consistenza della vita sta nella capacità di accostarsi o allontanarsi da questo Dio (e da tutto quello che vediamo come un “Dio”). E di decidere diversamente, autonomamente, se se ne sente il bisogno. Forse questo bisogno è semplicemente “ciò che in quel momento riteniamo giusto”. Fino alla chiusa finale: io, uomo, ho deciso della mia vita, con gli strumenti che la mia imperfezione umana mi da. Non ho null’altro da chiedere a me stesso: adesso, Signore, vieni a prendermi, “quando ti va”. E sembra sottolineare, che questa scelta, di ogni scelta autonoma e fatta secondo coscienza, Dio non può che compiacersene, a sua volta.

Ma è una visione che non mi convince totalmente. Se qualche lettore volesse dire la sua farebbe cosa gradita :-)

E sto abbracciato a te

Il modo tuo d’amare
È lasciare che io ti ami.
Il si con cui ti abbandoni
È il silenzio. I tuoi baci
Sono offrirmi le labbra
Perché io le baci.
Mai parole o abbracci
Mi diranno che esistevi
E mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
Senza chiederti nulla, per timore
Che non sia vero
Che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
Senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
Con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

– P. Salinas