Fucilazione

Bolle di sapone

Un bambino faceva le bolle di sapone
dalla finestra quando mi fucilarono
sulla piazza piantata di alberi senza nome
una mattina deserta con poco sole
tra i rami secchi che non trattenevano le voci,
tra quinte grige di imposte sprangate
oscillavano effimere formazioni, grappoli
subito disfatti in acini trasparenti.
Un bimbo, solo una tenera macchia viva
in un rettangolo nero,
c’era un vasetto rosso sul davanzale,
la sola cosa rossa di quel giorno tutto grigio,
io non potevo vedere i suoi occhi
sentivo la sua anima appendersi dondolando
in cima alla cannuccia di paglia,
staccarsi con un brivido, volare in silenzio,
trattenere il fiato per pregare il vento,
attraversare il poco sole in punta di piedi,
rapita in una smorfia di felicità.
I miei carnefici gli voltavano le spalle,
nessuno di loro poté vedere le sue mani
sollevarsi in adorazione quando una bolla
più gonfia, la più bella di tutte,
partì dal davanzale come un pianeta di cristallo
e prima di scendere sali verso il tetto
come una preghiera, come una favola,
piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,
intatta e vera per il suo tempo giusto,
non ci sono abbastanza plotoni d’esecuzione
in questo mondo e in ogni altro
per fucilare tutte le bolle di sapone.

— Gianni Rodari

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La città delle mille gru

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Volevo andare da moltissimo tempo. Dovevo, forse. La sogno ciclicamente: i calcinacci e i vicoli; il buio e le 99 cannelle; la polvere e piazza duomo.

All’Aquila ho trovato gru. Tante gru. Che somigliano, davvero, a grossi uccelli che allungano il becco sopra la città. Sopra ogni chiesa, ogni palazzo, ogni piazza: che sembrano di sostenerla con questi lunghi bracci in bilico fra il cielo e i tetti.
Poi ho trovato il blu di una giornata tersa, scaldata da quel poco di primavera appena arrivata; e la corolla di bianco del massiccio del Gran Sasso che incornicia la città, in mezzo alla valle.

L’ho trovato un po’ impreparata ai pochi turisti e ai molti curiosi; dignitosa e gentile per tramite dei negozianti. L’ho trovata bellissima in piazza Duomo; fra gli ori della volta della Basilica di San Bernardino; incantevole nella recuperata Basilica di Collemaggio: la chiesa di Celestino V, il piazzale fiorito, i suoi spazi monumentali, la pavimentazione con i riferimenti esoterici.

Infine, come trapunta da un vetro sottile, l’ho trovata in rinascita. In modo fragile, silenzioso, impercettibile. Eppure vivissimo.

Un giorno esisterà.

Un giorno esisterà - Rilke

Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto
un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sè,
qualcosa per cui non si penserà a completamento
e confine, ma solo a vita reale:
l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore, la muterà a fondo,
la riplasmerà in una relazione
da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello
che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste:
che due solitudini si custodiscano, delimitino
e salutino a vicenda.

Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta, 1905.

Di carcere, attese, privazioni. E desideri.

Il carcere di Ascoli Piceno.

Il casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno.

Enzo sfila velocemente dal cancello, con l’anta che si sta chiudendo. “Fai attenzione -dice la guardia, in un rimprovero bonario- queste porte non si bloccano se incontrano qualcuno”. Già: questi accessi non sono fatti per gli uomini. Ma per contenerli. Non aprono varchi, ma impongono limiti.
Inizia così, con questa considerazione banale la nostra visita al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. E’ un sabato di metà Ottobre, una giornata di grigio smunto: i raggi del sole filtrano da dietro le nubi basse e lattiginose. La luce è una lama invisibile che ferisce comunque gli occhi.
Braccia che sporgono dalle sbarre. E’ la prima immagine del carcere: addirittura iconica, a cui dovrei essere preparato. Ma non lo sono. Il verde dei blindati, le braccia nude, il bianco grezzo dell’intonaco, il muro circolare che si avvita come in un girone dantesco: e il nodo che mi serra la gola. Guardo i miei compagni: non sono l’unico ad essere smarrito ed incerto; la premurosa accoglienza nel suo studio da parte della direttrice non è bastata.
“E questi capelli bianchi?” faccio a Raffaela, sulle scale, notando i suoi pochissimi fili candidi.
Sorride. Tesa.
“… Te l’ho già chiesto?”
“Si, me l’hai già chiesto” risponde, sorridendo di una situazione già capitata.
Avevo creduto che fossero spuntati lì, tutti in una volta. Tutti in quei minuti. Dopo aver attraversato i blindi.
No, non siamo e non sono pronto. Ho provato ad esserlo per questa visita, e a dirmi: “Non sarà nulla”. Ma non lo sono. Non credo che potrò esserlo mai: pronto a persone chiuse in gabbia.
La direttrice si avvicina alla prima cella. Ci presenta: “C’è una delegazione dei radicali in visita”. Non è esattamente così: ognuno di noi ha estrazioni politiche diverse. E sensibilità simili. Lei è cordiale; tace quando deve ma ha la capacità di sorridere e di sdrammatizzare. E’ attenta ad ogni cosa. Sa cosa dire, noi meno. Siamo impacciati. E il disagio fatica ad sciogliersi. La distanza, nonostante che le celle ci vengano aperte al nostro passaggio, fatica ad accorciarsi. Almeno per me, che resto dietro.
Succede che le persone più loquaci si avvicinano al blindato, rimangono sull’uscio. Scartano l’imbarazzo con frasi semplici, e aiutano noi a esordire nella conversazione. Succede per ogni cella: le persone detenute raccontano la loro storia, poco della loro vicenda giudiziaria, molto di come si trovano dentro, fra quelle mura dove, in piedi, tutti insieme, non ci si sta. Tu allunghi il collo, aguzzi l’udito, un po’ per ascoltare, un po’ per sbirciare fra le pareti strette. Le persone più impacciate, forse più dolenti, rimangono dietro, semi nascoste: dietro il front-man che racconta, sedute sullo sgabello guardano fuori con gli occhi grandi; o dalla branda dove si rigirano per capire chi sono gli intrusi; o nascosti dietro lo stipite della porta, seguono le labbra di chi narra. Che vorrebbero farlo anche loro: conoscessero meglio la lingua, riuscissero a vincere l’imbarazzo, sapessero -anche, anche- cosa è successo loro.
“Fuori da questa cella non mi ha aiutato nessuno.”
“Vuol dire che qui dentro ti hanno aiutato.”
“Si, decisamente. I miei compagni mi hanno salvato la vita” (Vuol dire anche, penso io, che se ti avessero aiutato fuori, non saresti qui).
Ha gli occhi azzurri delle persone dei balcani, e lo dice in un italiano perfetto. Gli altri, in circolo nella cella, in piedi appoggiati alle brande, sorridono.
“Qui siamo 2-2-2, come dico sempre. 2 romeni, 2 italiani, 2 albanesi. Non esiste il razzismo. Se possiamo – con il poco che abbiamo – ci aiutiamo sempre” Si guardano, abbassano il capo. Si abbracciano così, in uno sguardo. Con questa discrezione.
La sezione dove sono reclusi i detenuti in regime di 41 bis consta di due ali: lunghi corridoi che terminano in una finestra, chiusa da sbarre. La luce che entra nel settore è scialba, il tetto più basso. Tutto sembra più grigio; l’aria più pesante; le guardie carcerarie più giovani. Se avete frequentato qualche ippodromo, è simile ad una scuderia: manca solo il piscio che filtra da sotto le porte dei box. Ma le grate si assomigliano, il pavimento è ugualmente grezzo, le cellette ugualmente disadorne. E anche il senso di soffocamento, in locali così piccoli -dove un cavallo si muoverebbe a malapena e la mente di un uomo viene strangolata- è lo stesso.
L’ultima circolare che definisce puntigliosamente quello che è lecito e quello che non è lecito fare o detenere, se è possibile, è ancora più spietata. Una lista di oggetti, comportamenti, una numerazione asettica di arnesi, una quantificazione irreale che giunge fino alla quantificazione di parole e gesti: uno stigma di solitudine, di privazione e silenzio che nulla può avere a che fare con le necessità di sicurezza.
“Cerco di insegnare a mio figlio che le persone in divisa non sono lì perché vogliono portagli via il padre, ma perché semplicemente fanno il loro lavoro. Vorrei avere l’opportunità di insegnargli queste ed altre cose, memore dei miei errori”.
Lo stiamo ascoltando in tre, di qua della grata. Saremmo rimasti ad ascoltarlo per molto tempo ancora: persone che hanno bisogno di orecchie nuove a cui raccontarsi: che non siano le solite proprie, che non siano le solite mura che rimbalzano inerti parole e pensieri.
“Solo da pochissimo ho abbracciato per la prima volta mia figlio, ha 11 anni”. Glielo ha permesso -l’unica vera concessione fra tutte le insensate privazioni- la circolare del DAP sull’ordinamento penitenziario in tema di carcere duro. “L’ho tenuto stretto come un bambolotto -dice sorridendo un po’- però l’altro, che di anni ne ha invece 12, mi guardava stranito, un po’ arrabbiato e geloso, dall’altra parte del vetro”.
Una guardia lo sta ascoltando. Forse ha la sua stessa età: sono entrambi molto giovani. Sorride triste. Immediatamente torna ad essere compunto: come se sorridere fosse un gesto sconveniente.
22 ore rinchiusi. I detenuti dicono “no, 23”. La direttrice dice: “22: un’ora d’aria, e un’ora di palestra”. Poi capisco: anche in palestra si va da soli. Dove si continua ad essere rinchiusi in una stanza, sempre dal tetto basso, sempre con le grate alla finestre, che dà sempre sul medesimo corridoio.
“Immagina la tua vita come il un susseguirsi della stessa giornata. Sempre la medesima, sempre uguale. Domani uguale, poi domani uguale, fra tre, quattro giorni, cinque, sempre uguale”.
Un tempo dove non c’è sussulto, non c’è emozione. Non c’è vita. C’è solo questo tempo uguale, questo girare di lancette, affastellarsi continuo di secondi. Questo tempo che consuma spietato. Gli uomini.
“Qui chi non si ammazza è davvero un incosciente.”
“Si, sarebbe l’unico gesto di vitalità in mezzo a questa follia”, penso io.
….
“Perché, cuocersi il cibo?”
“[…] c’è un motivo di sicurezza per cui i detenuti non possono scambiarsi il vitto? Mi sembra una misura del tutto insensata, se non per creare inutile dolore”
“Perché, cuocersi il pranzo?”
La direttrice è stata con noi per tutto il tempo della visita. Da quello che ci ha fatto capire, non era in servizio quel sabato: ma è voluta esserci ugualmente. Ci ha accompagnato celle per cella, presentandoci come “la delegazione radicale” ad ogni detenuto, invitando tutti a colloquiare con noi.
“Lei è molto brava, Dottoressa” le faccio, scendendo le scale da un piano all’altro (la chiamano tutti così: “dottoressa”, non senza un pizzico di orgoglio) “lei è molto equilibrata”.
Mi sorride. “Questo equilibrio costa. A volte tutti vorremmo uscircene e gridare” dice, guardando la guardia che ci ha seguito nella visita. Si comprendono con uno sguardo e un sorriso mesto.
Ci offrono un caffè. Di nuovo nel cortile, dove gatti e sole, finalmente, ci baciano in fronte e ci accarezzano le mani, ci racconta un’altra storia. Quella del detenuto in affidamento che non riesce a trovare un’occupazione e “Dottoressa, non è che posso tornare dentro? Almeno qui posso lavorare”.
Lei ha la voce rotta. Io osservo i miei compagni: ricacciamo indietro le lacrime che salgono agli occhi scrutando il cielo azzurro, oltre le mura fortificate del carcere.
Tutto il personale ci ha accolto con fiducia e benevolenza, come per antichi e ottimi conoscenti di cui realizzi la mancanza solo quando li incontri di nuovo; i detenuti ci hanno onorato delle loro storie consegnandoci un po’ delle loro speranze. Entrambi fanno una comunità, ognuno per i propri compiti, dolente, spesso ironica, mai disumana; spesso subordinati e resistenti a un legislatore insensato e iniquo.
Salutiamo. Ringraziamo, e tutte le persone che ci hanno guidato nella visita ricambiano con un calore non di rito. “A presto, spero” fa la direttrice. E non c’è nessuno di noi che pensi che non sia un augurio sentito; nessuno che non pensi: “A presto, davvero”.
Solo oltre l’ultimo cancello, a me sembra davvero di vedere, fra i capelli di Raffaella, qualche filo bianco in più. Dopo 4 ore di visita, adesso possiamo ricominciare a respirare. Lentamente, aria non arsa: che non ci è sembrata mai così preziosa, anche se così greve. Abbiamo questo vago senso di scampati. E di impotenza.
La rabbia, sorda, feroce, salirà solo qualche ora dopo.

Il colore nascosto delle cose

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Emma: “Dare un colore alle cose mi aiuta a vederle.”
Teo: “Se non hai nessuno a cui chiedere?”
E: “Decido io. Per voi è un po’ più difficile mi sa.”
[…]
T: “Beh, si, certo per noi se è una cosa è blu… è blu. É difficile che cambi colore.”
E: “Noi invece -anche volendo- non possiamo fermarci all’apparenza.”

Un film che a me è apparso bellissimo. Fatto di corpi e di parole, dai dialoghi nevrili; ironici, profondi e delicati. Non troverete il melenso racconto intorno ad un handicap. Intorno ad una mancanza. Troverete la storia di una relazione, o di più relazioni, di amore a loro modo, nella loro capacità vorticosa di cambiare. Da dentro. Dove la condizione di cecità è solo uno dei mezzi per esplorare il mondo.

E’ un film fatto di simboli.

Il bastone. Emma lo usa per farsi spazio nel mondo, e dargli forma. Usa le mani -sul viso di Teo-, e il suo bastone. Che richiude quando non serve, che apre quando fa passi per prendersi il suo ambiente, e trovare la sua realizzazione; il suo modo -pieno- di essere. E che Teo usa come simbolo -meschino- della sostanza di Emma: manco fosse solo un bastone, non la donna che lo regge.
Il bastone. L’attrezzo che Emma implora Nadia di usare. Che -mentre in Emma- è mezzo di libertà ed emancipazione, in Nadia è ghetto, isolamento, emarginazione emotiva e sociale. E che poi diviene liberazione. Un volo che, nel dolore, doveva conservare dentro di sé, come utopia, come idea, come obiettivo: il terribile bastone era lì, nella sua stanza; lo trae da sopra la mensola dei libri, lo dispiega e si prende il suo spazio, ponendo i propri confini. E rivendicando, verso sé stessa principalmente, la libertà di esistere, in mezzo alla tragedia di cui è vittima. Sospinta -chissà se sarebbe stato possibile in prima persona- dalla forza, forse dalla necessità, dall’amore per la sua amica e insegnante. Si prende il suo mondo, scoprendo che la liberazione passa dalla prossimità ad altri.

Il corpo. Emma tiene e si fa tenere. Si avvicina. Si aggrappa. Il corpo le infligge dolore. E’ un corpo che si piega, che soffre, che oscilla e non cade. Un corpo che gode di sesso e piacere, e che sa cercarlo. Un corpo che riduce le distanze, e lo fa con fiducia. Con generosità -vitale- quando qualcuno offre il suo braccio, credendo di sostenerla. E invece riceve il regalo della fiducia di lei.
Il corpo. Quello di Emma è un corpo che non vede. “La gente crede che siamo anche sordi”. Ma è un corpo che esplora: con le mani il viso di Teo. Con il bastone -suo prolungamento- il mondo. Con l’olfatto, con l’intuizione. E lo fa oltre gli occhi, oltre l’apparenza a cui -costituzionalmente- non può fermarsi.
Il corpo di Emma è un corpo che piega e che indaga altri corpi. Che cura, probabilmente, lasciandosi curare a sua volta.

Un film da vedere, un film da cui farsi toccare. Fatevi accarezzare dalle mani e dalle parole di Emma; entrate nella vita disarticolata di Teo; nella mente dolente di Nadia. Otterrete mani nuove con cui sentire il mondo.

I vostri nomi

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Ieri sono stato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassù
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.
Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo più alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.
E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.

— Pierluigi Cappello

Siviglia.

Siviglia, giardini Alcazar

Siviglia, giardini Alcazar

 

Siviglia.
Come la sua regina Isabella, cantata da Guccini“è una donna convinta che il mondo non può finir lì”.
Maestosa e silenziosa, raffinata e gaudente; dall’afflato europeo, da sempre splendido crocevia di popoli, incontro di mari e di oceani; di culture e di storie; Siviglia mi ha lasciato dentro un profondo senso di bellezza e di quiete. Come un caleidoscopio, le cui forme bellissime non potranno mai essere scoperte completamente.