Chain of our sins: il racconto di Bruce.

Sign of brotherhood. Chi ama Bruce sa che di quel “chain of our sins” è intrisa tutta la sua musica. Tutta la sua arte. Tutta la sua storia. Tutta la sua vita.
C’è quel senso di redenzione e sconfitta, di breve successo e bruciante malinconia in ogni nota: la misura non solo della distanza dal sogno americano (come disse una volta) ma la distanza di quello che è, è voluto profondamente essere, scegliendo differenziazione, rottura, indipendenza. La sua distanza dal gorgo “dei peccati”. Un gorgo dove l’amore di suo padre, e per suo padre, era la cifra della difficoltà e del dolore. E’ stato un lungo percorso rendersene conto.

Potessi, gli direi che gli voglio bene. Potessi lo abbraccerei quando raccontando quello che racconta, si emoziona. E piange.

Questo è l’intro a Long Time Comin’, live al Kerr Theatre, a New York, NY nel Luglio 2018. Questo il testo trascritto in inglese.

“Erano gli ultimi giorni della prima gravidanza di Patti. E ricevo una visita a sorpresa da parte di mio padre, a casa mia, a Los Angeles. Aveva guidato 500 miglia, senza preavviso, per bussare alla mia porta. Questo è il suo stile. Quindi, alle 11:00, ci sediamo nella sala da pranzo illuminata dal sole e ci prendiamo delle birre del mattino; questo è il suo stile. Questa è la colazione dei campioni di mio padre.

Mio padre, che non è stato mai un uomo loquace, giusto, ad un tratto dice: “Sei stato molto buono con noi”. Annuisco, era la verità, e lui continua: “Ed io non sono stato molto buono con te”. La stanza mi sembrò si fermasse. Rimasi shockato: l’inammissibile veniva per la prima volta riconosciuto [the unacknowledgeable was being acknowledged]. E se non lo avessi saputo, avrei giurato che mi stesse chiedendo scusa in qualche modo; così era.

Quindi negli ultimi giorni prima che diventassi padre, mio padre veniva a trovarmi per avvertirmi degli errori che aveva commesso e per avvertirmi di non farli con i miei figli. Liberarli dalla catena dei nostri peccati, di mio padre e miei e dei nostri padri prima, affinché siano liberi, di fare le proprie scelte e di vivere la propria vita. Possiamo essere fantasmi o essere antenati nella vita dei nostri figli. O poniamo i nostri errori, i nostri fardelli su di loro e li perseguitiamo, oppure li aiutiamo a deporre quei vecchi fardelli e li liberiamo dalla catena del nostro comportamento imperfetto.

E come antenati, camminiamo al loro fianco e li aiutiamo a trovare la propria strada e un po’ di trascendenza. Mio padre, quel giorno, mi chiedeva un ruolo ancestrale nella mia vita dopo essere stato un fantasma per molto tempo. Voleva che scrivessi una nuova fine alla nostra relazione e voleva che fossi pronto per il nuovo inizio che stavo per vivere. È stato il momento più bello della mia vita con mio padre, ed era tutto ciò di cui avevo bisogno

Poi è iniziata Long time comin’:

[…] It’s been a long time comin’, my dear
it’s been a long time comin’
but now it’s here

Well my daddy he was just a stranger
lived in a hotel downtown
when I was a kid he was just somebody
somebody I’d see around
somebody I’d see around

Now down below and pullin’ on my shirt
I got some kids of my own
well if I had one wish
in this god forsaken world, kids
it’d be that your mistakes would be your own
yeah your sins would be your own […]

Nanci Griffith, e quegli occhi voraci di mondo

Ho conosciuto Nanci Griffith in una delle tante peregrinazioni intorno alle cover cantate da Bruce. A decine: un mostra straordinario per omaggiare colleghi famosissimi, o altri meno conosciuti. E del resto, io non ho mai avuto molti altri modi per conoscere altri artisti.

Bruce aveva provato “Gulf Coast Highway” di Nanci in un sound check nel Tunnel Of Love tour. Credo non la canterà mai ufficialmente; ma ci sono bootleg dove è possibile ascoltare quella performance. C’è Patti e c’è questo “La la la” che scioglie le spalle, che cerca di ridisegnare leggerezze. Anche se è un sound check, anche se è del tutto informale. E c’è questa strofa arpeggiata con la chitarra che somiglia vagamente a “My beautiful reward”.

Mi piacque. Pensai che Bruce doveva essere affascinato da un testo molto – troppo simile – ai suoi: l’hard job, le rotaie, le highway, i cofani blu, i perdenti. E dalla sua voce da “andate tutti a quel paese”, come avrebbe detto Baricco di lui anni dopo, e “perfetta per finire”.

Dopo quell’ascolto presi ad ascoltare Nanci Griffith per un po’ di tempo. Mi sembrò – ma sono valutazioni che non sapevo fare allora ne adesso – un talento cristallino; mi ispirò sicuramente per il suo essere un’artista generosa, vicina al suo pubblico, ma soprattutto con tante storie “americane” da raccontare. Da “Furore” a Roth. Dal country a folk. Dall’amore alla fuga. Sempre con quel sorriso un po’ dimesso, un po’ fuori fuoco; quegli occhi grandi voraci di mondo. E quella voce che invece rendeva sacra ogni nota che accarezzava. Con la delicatezza e l’intensità di un cordoglio.

Ho scoperto solo ieri che lo scorso anno Nanci Griffith è morta. Da ieri, ho ripreso ad ascoltarla. Chissà che le sue canzoni non mi dicano altro, oltre a quello che mi raccontarono 30 anni fa. E quel cordoglio ora non sia solo malinconia.

Sentita questa che bella.

Le cose che amo

Ormai un annetto fa ho scritto questa lista di cose che amo. Andrebbe aggiornata, ma è bellissimo rileggerla. Dice molto di quello che ero e che sono.

Provate anche voi.

***

La poesia della Szymborska e della Pozzi; la rullata di Max su Badlands; Piazza Alimonda; la schiena bruciata dal sole di mio padre, la sua paella; il Piccolo museo del diario, la storia di Luisa T., tornare per raccontare; il mare di notte, l’alba della luna sul mare; l’odore dei libri e la luce del Kindle; l’Assiro; ridere a crepapelle; Rosso Colore, il rosso di Licini, le sue amalassunte; le mani di mia nonna e i suoi capelli bianchi; il grano; i treni vuoti; le porte delle case abbandonate; l’odore e il ticchettio della pioggia; i papaveri; la perfezione del duomo di Monreale; il sax di Jungleland; i bambini che ti guardano e ti sorridono; il buongiorno di Giovanna e il suo esserci sempre-sempre; la musica di Tommaso Primo; le condivisioni di streetart con Ilenia, la streetart; la torre di Ligny; il pugilatore delle Terme; la lentezza nel sesso, il sesso; l’Iran, i sorrisi della sua gente, i riflessi notturni nella piazza dell’Immagine del Mondo; “perché mi scerpi?”; l’Iliade di Patroclo e Andromaca; le parole, la parola “nafasam”, “sciatu meu”; Camus; chi mi parla di diritto accontentandosi del mio silenzio; i siciliani che si sentono cartaginesi; l’Antigone, Antigone, sua sorella Ismene; “Ognuno cresce solo se sognato”; le foto di Anna; l’illustrazione erotica; la mattina di Natale; Il ritratto di Dorian Gray; i tramonti a Pedaso; la piazza di Offida, Santa Maria della Rocca; il carnevale di Ascoli; il mare azzurro da San Ciriaco; Il treno ha fischiato; Narcisa di Gomez; l’incomprensibile di Lacan; il tempio di Nettuno illuminato; Pasolini e Carmen Janez; chi ti dice “non disturbi”; le muqarnas della cappella Palatina; il bianco e nero di Alessia Cortese; le donne di Yannick Corboz; Janina che mi dice “Roby mio”; Il piccolo principe; l’odore di salsedine quando il mare è grosso, il mare grosso; Zahra che mi chiama “Azizam”, la sua risata; Furore, Furore, Furore; Tra La Luna E La Tua Schiena; le foto di Ziqian Liu; Mille Splendidi Soli, il nome della bambina di Laila; Cathy che si sente Heathcleaf; i fiori di cactus; l’auto, il tramonto, la radio, i finestrini abbassati: tutto insieme; i racconti, i racconti di Samuela; le cronache di Giulia Momoli; Andrea che mi chiede “Caffè?”; i concerti di Bruce, l’attesa dei concerti di Bruce; la pallavolo e gli abbracci in campo. Gli abbracci, gli abbracci. Gli abbracci. Gli abbracci sempre.

Di vaccini, Covid, paura. E fiducia.

Fiore del Vaccino Covid-19
Fiore del Vaccino Covid-19

Fermo, hub vaccinale, sala d’attesa.
Io ho addosso il solito senso di gratitudine. E un po’ di debito, e un po’ di meraviglia.
Un’infermiera controlla i documenti a tutti gli utenti.
Si avvicina ad una coppia: padre e figlio. Carnagione scura entrambi; baffetti composti il primo; voragini nei jeans del secondo.
“E’ minorenne” – il padre anticipa l’infermiera e, a voce bassa – “è diabetico” aggiunge indicando il figlio.
La signora scruta il ragazzo da sopra i mezzi occhiali. Fa: “Insulina?”
“Sì”.
“Ok” – dice risoluta – “scrivi qui i farmaci che prendi”. Il dito indica una riga infondo al foglio.
Il ragazzo si alza, si appoggia ad un banchetto.
Fa per scrivere; la penna rimane a mezz’aria.
Quindi infila irrequieto gli occhi nel cellulare per cercare il nome del farmaco.
Mi avvicino.
Gli elenco 4/5 nomi commerciali dell’insulina. “Lantus, esatto!” si illumina. E scrive.
Poi mi ringrazia. “Me l’hanno cambiata da poco, non ricordo mai il nome”.
“Hai paura?”, attacco.
“Sì, un po’” – mi sorride impacciato – “Ma se volevano sterminarci tutti potevano iniziare da noi. No?”.
Rido della battuta acuta. “Io ho paura tutte le mattine, quando mi pungo” scherzo, ma non del tutto.
Ride anche lui: “Ma abbiamo fiducia!”, e gli si illuminano gli occhi.
E io penso che abbia ragione lui.
Che – alla fine – non ci salvi la scienza.
Forse nemmeno il vaccino.
Ma la tonda, piccola, fragile, febbricitante fiducia che riponiamo negli altri.
E la quantità di cui ne disponiamo è la stessa che rivolgiamo verso noi stessi.

***

Probabilmente io ho uno sguardo su questo tema, molto parziale e molto distorto.
Ma non possono non fidarmi dei “miei” diabetologi, degli infermieri che lavorano preso il reparto; e per estensione le persone che conosco e lavorano nella sanità.

Non posso non fidarmi delle persone che si prendono, si sono prese, e si prenderanno cura di me.

Perché – non una sola volta – mi hanno restituito alla vita; hanno accarezza la mia fragilità; mi hanno fatto vedere un me che non vedevo.

Nel mio caso, la fiducia -di un diabetico da 20 anni- è qualcosa di vitale per un motivo molto chiaro: senza sarei morto.

Avessi coltivano diffidenza sarei, semplicemente, morto.

Genesio di Roma, attore e mimo.

Licio Genesio aveva 19 anni quando fu martirizzato sotto Diocleziano. Nell’iconografia Cristiana, il Santo è raffigurato giovanissimo qual era, a volte anche un po’ punk, con in mano uno strumento musicale o una maschera.


Genesio di Roma era un attore e un mimo. Ho conosciuto la sua vita in una domenica di fine estate nella piazza di San Ginesio, proprio quando le ombre si allungano e le rondini cantano i loro acuti. Sotto la sua formella intagliata sulla facciata della Collegiata del paese, la compagnia Teatro A Canone, in uno stile picaresco, proponeva la sua storia.

Li vedete -magnifici- nelle foto.

A metà spettacolo ci hanno rivelato che quella era una scena improvvisata: il cortile dove si sarebbero dovuti esibire era (maldestramente) occupato. Avevano quindi voluto essere lì, in piazza, mettendo insieme un pubblico anche di curiosi e di circostanza. A metà spettacolo, quello che sembrava essere il capo comico -e interpretava Genesio-, copione alla mano, ha chiesto che ci avvicinassimo al piccolo palco, e ha iniziato a raccontare a braccio la storia.
Genesio attore. Genesio pagano. Genesio che accetta di mettere in scena il battesimo cristiano: non per celebrare il gesto sacro, ma per farne scherno, come richiesto da Diocleziano stesso.


Genesio che inizia a frequentare le comunità cristiane delle catacombe per conoscerle meglio ed entrare maggiormente nelle parte. Genesio -il racconto si perde fra la leggenda e l’agiografia- che, proprio durante la prima del suo spettacolo, ha una visione e si converte; Genesio che riferisce la propria fede all’imperatore stesso; Genesio che viene fatto decapitare seduta stante. Genesio che viene rinnegato dai suoi amici e dai suoi commedianti, come era successo per Cristo.


In una situazione Pirandelliana, dove attori e pubblico si intrecciano, creando un unico tessuto di emozioni, mi è sembrato un momento perfetto, nella sua precarietà. Probabilmente fossimo stati nel cortile iniziale, non avrei goduto di quella commozione, di quella vicinanza e di quella prossimità.

Tempo e tempi. Incomunicabili.

Eugenio Montale. Tempo e tempi
Eugenio Montale

I contatti della mia bolla di Facebook hanno pubblicato molte poesie di Montale, oggi.
Alcune non le conoscevo. E quelle che ho riletto hanno suscitato in me – come sempre – un grande senso di meraviglia e di smarrimento.

Pubblico anche io la “mia”. Forse un po’ meno conosciuta. Ma credo la migliore per esprimere lo smarrimento che sento in questi tempi.

Il senso di incomunicabilità. L’angoscia della lontananza dei corpi ma – di più – delle menti. Quella intrinseca all’umano; che abbiamo in tasca ogni giorno.
Quel pertugio che le parole devono varcare per farsi vedere e farsi comprendere, zigzagando fra “congegni e scambi” perfetti e implacabili, ma insufficienti. In quel passaggio strettissimo, intricato, a volte tagliente, dove si devono infilare per recuperare brandelli di senso. Quella scintilla che si accende, che vibra in quell’attimo – e in quello soltanto – che non si può dire se non intuendolo e dove si è capaci, solo lì, di “intenerire le stelle”.

Io la trovo – da sempre – perfetta.

Il titolo è Tempo e tempi

Non c’è un unico tempo: ci sono
molti nastri che, paralleli, slittano
spesso in senso contrario e raramente
s’intersecano. È quando si palesa
la sola verità che – disvelata –
viene subito espunta da chi sorveglia
i congegni e gli scambi. E si ripiomba
poi nell’unico tempo. Ma in quell’attimo
solo i pochi viventi si sono riconosciuti
per dirsi addio, non arrivederci.

— E. Montale

Un falco. Nel cielo dello scoutismo.

L’ho cantata in silenzio, avvolto dal buio, con i barbagli del fuoco a rendere un po’ meno nera la notte. Con il bosco a due passi, il freddo che pizzicava sotto il maglione, le stelle a guardarci, i visi stanchi e felici per giornate trascorse in giochi serissimi. E quando fiamme e chitarra si spegnevano, e braci e segni sui polpastrelli erano l’unica cosa che rimanevano di quel canto, l’intimità si faceva ancora più calda, ancora più silenziosa. Silenzi da ascoltare, con le orecchie appuntite come lupi. O dove rimestare quel ritornello all’infinito, facendolo scorrere piano fra pensieri e labbra.

Me la sono passata in bocca chissà quante volte, anche questa estate. Anche ora. Che esco dall’ufficio e c’è con me solo il frinire dei grilli. O l’occhio chiaro della luna. Grilli, luna e silenzio pescano nel ricordo. Una traccia che percorre gli anni, sempre uguale; una nenia dolcissima che torna a pacificarmi: “Un falco volava…”. Come un fiume carsico, tanto invisibile quanto presente, a cui posso sempre attingere.

Scopro solo ora che uno dei brani scout a cui sono più affezionato, è di Battiato. Composta nel 1971.

Che meraviglia. Che emozione.

Il senso di questa Politica

Marco Cappato a San Benedetto del Tronto per promuovere il referendum sull'eutanasia legale.
Marco Cappato a San Benedetto del Tronto per promuovere il referendum sull’eutanasia legale.

La signora in pantaloni gialli e la mascherina azzurra appare mentre allestiamo il gazebo. Si guarda intorno spaesata, quindi si allontana rimpicciolendosi ad un angolo opposto.

Poco dopo arriva Marco Cappato, caduto nella sua mise consolidata: gli orribili mocassini, la camicia stropicciata nei calzoni senza cinta. La capigliatura improponibile, il solito sorriso gigione e sincero. Unica novità: il leggero brizzolato che gli tinge le basette.
Marco è lui. Puntuale e mai retorico. Appassionato e appassionante. Le persone fanno capannello intorno alle sue parole. Lo ascoltano attente.

La signora dai pantaloni gialli si avvicina. Inizia a filmare. Filma tutto l’intervento. Poi, al termine, è la prima ad avvicinarsi a Marco. Lei gli dice qualcosa. Lui sorride. Poi ammutolisce, mentre lei ha ancora la sua mano nella sua. Pochi attimi ancora, forse un ringraziamento, e la signora se ne va.
Incrocio i suoi occhi: sopra la mascherina, sono rossi, umidi di emozione. E di dolore. Profondo. Contingente.

La seguo con lo sguardo. Mi dico che forse, di quel dolore, stasera, la signora dai pantaloni gialli, ha trovato il giusto riscatto. E un po’ di sollievo.

E nei suoi occhi, questa Politica, tutto il suo senso.

Commiato

“Nel vento”, dicevi.

E io non faccio nessuna difficoltà a sentirti nell’aria dolce di questa sera di fine estate. A sentirti in questo sole estivo, che oggi è stato abbagliante come le vele che ti piaceva issare in terrazzo; o nell’odore delle pagine di questi libri, antichi e lisi. Come erano le tue cose: levigate ogni giorno, si facevano più affilate e più vaste.

Non faccio nessuna fatica ad accorgermi di te nell’ombra di questa piazza; devi esserci, in qualche vicolo, in qualche angolo, che ti meravigli, come sapevi fare con i tuoi occhi da bambino, della luna che sta sorgendo sopra al colle, del conversare di politica e insieme di Freud, e della presenza dei tuoi amici; devi esserci che rileggi una volta ancora, e chissà quante altre volte lo avresti fatto, “L’Infinito” – certo, come eri, della mortalità dei tuoi “70 Kg di massa organica” capaci, però, di “concepire l’infinito e l’assoluto”.

Sei in questa brezza, nella canicola di ieri. Nei pensieri che penso. Nelle parole che parlo, che scrivo, che uso. E che non mi sembrano mai – come mi accade – inadeguate, lontane, ambigue. Non le tue, che sapevi usarle per curare, sì, ma anche per illuminare, donare, abbracciare. E dissezionare, anche. Con la punteggiatura che le vestiva come tu sapevi vestire di passione e di gioco le tue cose.

Alla Domus Aurea appoggiasti la mano sul muro di pietra, e lo sfiorasti con la fronte, e con la mente. Sei anche lì, sei ancora lì, ne sono certo. A sentire, come sentivi da “ateo impenitente”, il correre delle ere, dei secoli, delle persone che lo hanno attraversato. Dentro di te c’erano Ulisse, Gengis Kan, Federico II, Leopardi, Gramsci e Berlinguer. E tutti i miserabili della storia che onoravi continuamente. Tutti distinguibili, tutti tuoi, nella tua capacità incredibile di saperli far vivere. Come hai saputo far vivere la tua vita, raccontandola in quell’equilibrio perfetto fra cabaret e dolore. Intenso. Profondo. Distruttivo.

Sei nei tuoi racconti, nelle cose che lasci, nelle tantissime cose che hai scritto, nel tuo spiegare mai supponente. Nell’odore inconfondibile di casa tua: tabacco, legno, polvere, muffa, acrilici, libri. Nella collezione dei tuoi asinelli, nelle tue pipe, e negli scacchi. Nelle sigarette dappertutto. Nei mitili mangiati con coltello e forchetta. Nella tua paciosa galanteria. Nell’essere un “freudiano ortodosso” come ti piaceva definirti nel tuo lavoro (che rigorosamente facevi, non che eri). Nel rigore estremo, fino a farsi aspro, del pensiero, con cui sempre ti misuravi.

Sei nella materia che amavi, dove sapevi cogliere la storia, la vibrazione, la vita, la coscienza delle pietre. Nel tuo sentirti solo, come in una navicella alla deriva, eppure parte del tutto. Nei tuoi scazzi. Nei tuoi capricci. Nel tuo essere acuto, pungente e brusco. Sei ne La Stazione di Zima, lì eri e per sempre: nelle canzoni di Vecchioni, di Guccini, di Mercedes Sosa.

E sei qui. Mentre sto scrivendo. Mentre penso che sì, nella tua vita hai fatto più di abbastanza e la morte, certo, non ti ha trovato inerte.

Ci sei, Vinc, anche nel nostro perderci. In questo dolore che mi ha trovato crudo e solo. In questa distanza che non ho mai messo, perché non posso mettere distanza fra me e quello che sono. E quindi sto al gioco di questo dolore che mi abita e preme, come segno delle parole che hai piantato dentro. Le guarderò crescere con curiosità: anche questa curiosità – della vita e dell’umano – se guardo bene, è cosa tua.

Il Pugilatore delle terme, Simone Biles e le proprie maschere.

Simone Biles e il Pugilatore delle Terme.
Simone Biles e il Pugilatore delle Terme: da secoli uscire dal proprio ruolo crea conflitti.

Il grido brutale gli penetrò – spietato – negli orecchi. Si portò le mani alla testa, comprimendo i padiglioni. Poi si guardò le dita: bardate delle ampie cinghie – erano tumefatte, e i polpastrelli insanguinati.

La lotta era stata durissima. Nell’agon le poche regole erano crudeli e definitive: il cuoio intono alle nocche dell’avversario diventava una lama che strappava le carni.

Il ruggito successivo, di nuovo incomprensibile e animalesco, gli trapassò il cranio. Strinse le palpebre, quindi si voltò di lato in un movimento lentissimo e penoso. Il dolore lo trafisse da dietro i globi oculari.

“Perché hai alzato quel maledetto indice? Stavi vincendo!”.

Non disse una parola. Fece fatica a capire chi fosse l’uomo. Lo guatò con gli occhi ancora appannati di sudore, gli zigomi tumefatti dai colpi. Poi riconobbe la barba di Tullius, il suo allenatore. Anche la voce era trasfigurata dalla rabbia.

“Perché ti sei arreso?” strillò ancora mostrandogli il pugno e il ghigno feroce.

Brimias raccolte le poche energie che ancora lo sostenevano. I muscoli della schiena sembrarono gonfiarsi ancora, e lui ingobbire sotto al suo stesso peso. Senza alzare lo sguardo, disse: “Sono esausto di essere il pugile spietato che tutti vogliono. Basta”.

Mosse appena le labbra. Il sudore gli percorreva la schiena, e un liquido rossiccio, di sangue e sudore, gli colò sui guantoni. Morse l’aria: “La sconfitta. Sono un perdente, da ora. Va bene così”.

Tullius ammutolì. Un lampo di furore gli attraverso ancora gli occhi; se ne andò schernendolo. Mentre una curva sgemba -qualcosa di simile ad un sorriso- comparì sulle labbra sudice di Brimias.

***

E’ da un po’, dopo aver visto il Pugilatore delle terme nella sua casa di Roma, che sento il desiderio di scriverci qualcosa. Lì, ad osservare la statua da qualche metro, la potenza di quello che ha da dire, non si esaurisce e si amplifica: il dolore modellato su quel bronzo, attraversa i secoli, ha da narrare ancora qualcosa.

Gli eventi di questi giorni che hanno coinvolto Simone Biles me lo hanno ricordato.

Brimias come Biles. Il primo comunicato stampa della federazione di ginnastica USA, che minimizzava i fatti di Simone, come il gymnastes di Brimias: succede ogni volta che dismettiamo la maschera che indossiamo, per preferirne un’altra. Creiamo fratture, scompiglio, turbamento quando divergiamo dal personaggio che gli altri si aspettano.

Quando dismettiamo un ruolo, e cerchiamo di assumerne un altro, o nessuno: la relazione viene modificata, se la rapportiamo e la commisuriamo continuamente a ciò che desideriamo. In ogni tempo.

Biles e il Pugilatore – adesso lo so – questo mi dicono: che si può deludere, anche chi amiamo, se ci è diventato insostenibile assumere la parte che hanno pensano per noi. Che ci si può perdere, arrendersi, cambiare se lottare non è ciò che desideriamo. Se il tempo intorno al quale immaginiamo di dover essere è qualcosa di diverso dall’immagine pubblica che mostriamo; se sentiamo di essere incastrati – se non reclusi – dentro un ruolo che ci stringe, invece di essere noi a definirlo.

Lo si può fare continuamente.

Lo si deve fare continuamente.

Lo si può provare continuamente se questo nutre la polisemia che ci portiamo dentro.

L’ultimo messaggio di Simone Biles è illuminante: “L’amore e il sostegno che ho ricevuto mi hanno fatto capire che sono più dei miei successi e della mia ginnastica a cui non avevo mai creduto prima”.

Voglio immaginare che alcuni degli sguardi che l’hanno resa campionessa, permettendole di immaginarsi tale, sono gli stessi che ora l’hanno vista bisognosa di cure; e a lei di guardarsi: sguardi preziosi che tolgono maschere e ne creano continuamente, permettendoci di trovare la nostra misura e il nostro percorso.

Di aquiloni, cinema, Elly e libertà.

About Elly, la scena dell’aquilone.

“Che c’è tesoro?”
“Riesci a farlo volare?”

Provate a guardare questa scena. E’ tratta da About Elly.
Così. Senza sapere nulla del film, dell’Iran, di tutto quello che la sottende.
Provate.

Sentite la gioia di Elly. E poi la sua angoscia. E poi la sua felicità guizzante.
Quella gioia che non riesce a vivere completamente anche in qualcosa di profondamente bello e semplice come il volo di un aquilone. Come di quel vento. Come di quel mare.

Poi potrete pensarvi trentenni, benestanti, socialmente inseriti. Con un hijab in testa. Le maniche lunghe fino ai polsi in estate.
E con una storia – di oblio, violenza personale e politica – che non è solo vostra: è di una comunità. Che vi segue come un ombra anche se siete trentenni, benestanti, socialmente inseriti.
Provate.

Cercavo da molto questa scena. Dopo aver visto il film. Dopo il tormento del film.
Non sono un cultore di cinema, men che meno del cinema iraniano: genericamente ha ritmi troppo lenti e significati troppo angusti per me. Eppure questa scena mi è rimasta dentro impigliata. Incastonata.

L’allegria, l’angoscia, l’affanno, la gioia, e ancora dolore, e poi il riso di Elly. E ancora la sua gioia. Gli schizzi prodotti della sua corsa. La voce del mare che sembra chiamare. La libertà sul suo volto. Le sue grida. L’aquilone come un “falco alto levato”. E ancora il senso di oppressione.

Dopo questi fotogrammi accadrà qualcosa di terribile e irreparabile: perché questa scena un attimo prima della tragedia? Mi trafigge l’idea che il regista abbia voluto punire Elly per questo gesto di intima, piccola, completa felicità.

“Potrò raccontarti”. Ogni cosa per la parola che salva.

Orlando Orlandi Posti - Piccolo Museo del Diario
Orlando Orlandi Posti – Piccolo Museo del Diario

Luigi, l’allampanato ma energico signore che avrete la fortuna di trovare a guidarvi per le stanze del Piccolo Museo del Diario, abile con le parole che si dicono come un esperto vasaio, racconta questa storia come se stesse parlando di un caro amico. Parlando della morte di Orlando (Orlando Orlandi Posti è fra le 335 vittime delle Fosse Ardeatine) Luigi lo fa con lo stesso dolore per la perdita di una persona cara, con la stessa tenerezza con cui si parla di un giovane fratello innamorato, della vita e di Marcella.

Siamo nel 1994, Roma è occupata dai nazisti. Lallo ha 18 anni quando viene catturato dalla SS e imprigionato.
Ha aderito a gruppi di partigiani studenteschi, si occupa di sabotaggio e propaganda. Dal carcere, riesce a inviare brevi, a volte brevissime, lettere a sua madre – la preoccupazione per la quale fu motivo della cattura – nascondendole nei colletti delle camice, che donne caritatevoli venivano a prenderle per lavarle. Sono decine, su minuscoli fogliettini: scritte con sangue e lapis che si procurava in ogni modo. Alcune di queste sono per Marcella, la sua Lellina. Dice Luigi che si erano visti poche volte (forse una soltanto) ma lui se ne era follemente innamorato e le scrive cose dolcissime. (Anche Luigi è innamorato di questa storia: lo si capisce da come dice “Lellina”).

In una di queste lettere preziose, parlando di un suo momento di profonda tristezza, Orlando le scrive: “Tutto finirà presto e tornerò da te e potrò raccontarti come si racconta una lontana fiaba”.

Ecco.
Orlando non dice: “tornerò da te e faremo l’amore”. O “ci sposeremo”. O “ti bacerò”. O “potremo finalmente realizzare tutti i nostri sogni”.
No. Niente di tutto questo.
Dice invece qualcosa che mi emoziona anche adesso.
Dice: “Potrò raccontarti“.

Che è un po’ come dire: “Potrò farti entrare dentro di me. Potrò trovare il tuo sguardo che vede la mia vita, la mia storia, il mio racconto, restituendo a tutto un senso. Potrò trovare un posto dove le parole saranno capite, comprese, curate. E – sembra – “potrò farlo solo con te”.

Perché le parole saranno anche “paioli fessi” per danze di orsi, ma alcune brillano di perfezione: quelle che solo alcune persone possono scambiarsi, facendo davvero “intenerire le stelle”.

Diario di una ragazza albanese.

Lireta non cede, di Lireta Katiaj
Lireta non cede, di Lireta Katiaj

“Ringrazia le tue cicatrici che ti stanno salvando la vita”

L’ultimo regalo che ho ricevuto dal Piccolo museo del diario è la conoscenza di questa storia: Lireta, ha la mia età, è – come nell’intuizione di Mario Perrotta – una nuova Medea che sfida gli eventi, del mare e dell’Albania degli anni ’80, e il fato per migliorare la sua vita e quella di sua figlia.

E’ una Medea “donna qualunque”, e anche “straniera”, e che decide di farsi “pubblica”, con il suo portato di incredibile dolore e di tantissima speranza. Nel suo diario, che si dipana fra l’Albania, il mare e l’Italia, la incontriamo giovanissima, figlia di una madre non abbastanza protettiva di un padre violento. Egli ha organizzato per lei un matrimonio che Lireta rifiuterà tenacemente con tutte le sue forze: questo la porterà a vivere esperienze di dolore, angoscia, solitudine; ma anche di maternità, salvezza, amicizia, amore.

Al solito, il contatto con un diario è qualcosa di prezioso. E’ la prossimità con la pelle, con il fiato di chi l’ha scritto, di chi ha infilato parole come una collana di perle per rendere disponibile il proprio vissuto. Per essere testimonianza, in primis a se stessi.
Nell’editarlo, non si sono fatte correzioni che stravolgessero il testo: l’italiano con cui è scritto è quella di una ragazza immigrata che ha imparato la lingua prima alla Tv, poi nell’esercizio giornaliero delle relazioni. E’ qualcosa di autentico, come la sua storia – che crepita del realismo di giorni terribili e di giorni dolcissimi – che evoca le emigrazioni dei giorni nostri. Varrebbe la pena leggerlo, anche solo per capirne – con le dovute differenze – qualcosa di più.

“[…] Quando ti trovi in mezzo al mare di notte, con i tuoi figli a bordo di un gommone, cambi idea immediatamente di quello che hai appena fatto. Ti senti in colpa e non puoi fare niente. Speri solo di arrivare a toccare terra e basta. Non smetti mai di pregare e guardare le stelle, non smetti mai di fissare il volto della tua bimba per capire se respira, la devi tenere stretta a te per sentire il suo cuoricino che batte. Mi sono odiata così tanto quella notte che mi facevo schifo […]”.

Nuda. La misura della distanza fra desideri e libertà.

Se avete voglia di qualcosa di autentico. Se avete voglia dell’erotismo della parola e della carne.
Se volete una idea per misurare la distanza fra i propri desideri e quelli che ci si concede.
Se cercate il languido, il porno, l’eccitazione. L’intreccio dei corpi, dei fiati, dei morsi. Ma anche la storia, la favola, l’amore. E senza “ma”.

Se cercate altri modi per dire “coppia”; se considerate che le convenzioni sociali siano sempre un po’ troppo strette per le preziose emozioni degli individui, per i loro desideri, per le loro voglie, per la loro realizzazione piena, per le loro fragilità; se pensate che la libertà (non solo quella sessuale) può essere agita e desiderata pienamente, oltre che pensata e scelta in segreto, in silenzio.

Se avete bisogno di pensare che – cercando nei propri abissi, nelle proprie altezze; nella propria pelle – altre forme sono possibili.
Se vi va di allontanarvi dal moralismo, dal perbenismo e considerare una prospettiva altra; se vi fa di vedere il femminile, anzi una femmina, distante dallo stereotipo romantico, pur restando femmina e romantica, percorrere le vie del sesso e dell’amore senza doverlo incasellare, delimitare, categorizzare. E giudicandolo solo rispetto a sè stessa.

Ci sono moltissimi motivi per leggere “Nuda”. E io ne ho citati solo alcuni.
Inoltre è scritto bene; si legge in fretta; e ha la capacità di “renderti estraneo a te stesso”, lasciandoti nel dubbio e nell’incertezza. Forse alla ricerca proprio di te.

“Nuda” è la storia -vera- di una donna che ha deciso di vivere la propria sessualità come espressione piena della propria libertà, lontano dai dogmi e dal perbenismo, trovando sulla stessa strada l’amore, e continuando a raccontarlo ogni giorno sulla su proprie pagine social con passione, ironia, destrezza, impegno, bellezza.

Il profilo dell’autrice: Anna Salvaje
La pagina Facebook del libro: Nuda – di Anna Salvaje

Marco e Mina: creatori di speranza.

Eutanasia, Marco Cappato e Mina Welby assolti anche in appello per il caso Trentini.
Eutanasia, Marco Cappato e Mina Welby assolti anche in appello per il caso Trentini

Li chiamiamo Marco e Mina perché sono tanta parte della nostra vita politica, e quindi privata.

Sono Mina e Marco nei post, nei messaggi, nelle email, nelle chiacchiere perché é intimo ciò che sentiamo profondamente condiviso: una storia e un metodo. Nemmeno tanto un obiettivo.

Sono Marco e Mina perché il primo ha mantenuto quella quota di pudore e di timidezza che gli permette di entrare nel cuore di ognuno; l’altra – invece – è il vulcano-trottola che porta il suo sorriso e la sua testimonianza dappertutto gli venga richiesta.

Sono Mina e Marco – nella loro indipendenza, nella loro responsabilità – perché sanno farsi strumento di lotta; sanno produrre speranza quando non ne abbiamo più.

Marco e Mina sono noi.

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Da luglio si raccolgono le firme per il referendum sull’Eutanasia legale.
Info qui: https://referendum.eutanasialegale.it/