“Quello di Enzo Tortora fu un crimine giudiziario”

Ho ascoltato una splendida diretta dell’Associazione Enzo Tortora Radicali Milano (che ringrazio!) sul caso Tortora.
Fra gli ospiti la signora Francesca Scopelliti, sua compagna.

Vi trascrivo di seguito il suo intervento finale (nel video originale inizia a 1:20:20):

«Quello di Enzo fu un crimine giudiziario.
La rappresentazione di questo crimine è data da questo fatto (che si può riascoltare dagli archivi di Radio Radicale): ad un certo punto Enzo viene accusato di avere il suo numero telefonico nell’agendina di un camorrista, di un certo Salvatore Puca.
Dopo due mesi di linciaggio mediatico, per cui su questa agenda si era costruito un romanzo, si scopre che l’agendina non è del camorrista ma della fidanzata di lui; e che il nome che vi è stato trovato non è Tortora, ma Tortona. Tant’è che con la sua consueta ironia Enzo disse: “Non sono nemmeno un errore, sono un refuso”.
[…]
L’apice di questo crimine è dato dall’interrogatorio che il presidente Luigi Sansone fa al signor Tortona.
Il presidente gli dice: “Signor Tortona, lei dice che questo numero è suo”.
Tortona: “Si, è davvero il mio”.
Ancora il presidente Sansone: “Ma ne è sicuro? Non ci credo molto”
“Presidente, è il mio”.
“Signor Tortona io non credo che questo numero sia il suo. Me ne dia dia una prova”.
Gli risponde il signor Tortona: “Presidè, fate il numero che io vi rispondo”.

Mai nessuno aveva fatto quel numero di telefono per verificarne l’appartenenza.

Ditemi voi se questo non è un crimine giudiziario, perché rivela la volontà di non cercare la verità, anzi di intimorirla».

Enzo Tortora e Francesca Scopelliti

Il genio: maschere da sub trasformate in respiratorie.

«[…] Si tratta della costruzione di una maschera respiratoria d’emergenza riadattando una maschera da snorkeling già in commercio»

L’ha realizzata, con tecnologia 3D, una startup di Brescia, la Isinnova.
Che ha coinvolto Decathlon che distribuisce la maschera, l’ha brevettata e ha reso disponibili immediatamente i disegni e documentazione tecnica perché possa essere riprodotta su larga scala.
E’ già funzionante all’ospedale di Chiari.

Chiamatela: collaborazione, solidarietà, scienza, impresa, ingegno, volontà, e, tecnicamente, “open source”.
Io preferisco: umanità.

Qui la notizia sul loro sito.

Liberi fino alla fine

Marco Cappato insieme a Marco Pannella
Marco Cappato insieme a Marco Pannella. Straordinaria foto di Lorenzo Ceva Valla

Marco stasera tornerà a casa e si farà un bel pianto.
Quello che trattiene a stento, con il microfono sotto al mento, quando stasera parla di Piero (lui dice Piero) Welby; quando ricorda che questa battaglia, iniziata 13 (t-r-e-d-i-c-i) anni fa, è stata fatta da decine di malati (e prova a snocciolarli sempre tutti) che hanno reso pubblica la propria condizione di sofferenza, dando corpo alla migliore Politica (il resto chiamatelo spartizione del potere) che io conosca.

E quando dice: “Chi aiuta un malato non dovrà più subire l’infamia della minaccia del carcere“.

E poi domani chiamerà, come promesso, Carmen, la mamma di Dj Fabo, e si congederà con un altro: “Ti bacio tanto”.
Il bacio del ringraziamento e della libertà.

I could almost forget

18 canzoni di Bruce (o quasi), per i suoi 70 anni.
Ho scelto quelle un po’ meno popolari, perché Bruce andrebbe conosciuto per ogni sua nota e per ogni sua parola.

Gli “inni” sono bellissimi, ma la sua musica, pescando da generi anche molto diversi ma con un filo conduttore unico, offre spunti di riflessione e divertimento, continui, potenti, profondi. Basta cercarli, senza nemmeno dover setacciare molto 😉
Buon ascolto!

Fine pena: ora. Storia di storie divergenti.

Elvio Fassone, Fine pena: ora
Elvio Fassone, Fine pena: ora

Non è una storia d’invenzione, ma qualcosa che è accaduto. Il racconto di una “seconda anima”, come la definisce l’autore, che fluisce e ingoia e mastica ogni senso, ogni dolore, ogni perverso evento delle leggi per restituirlo sfibrato, più debole, e più puro.

Salvatore è un ergastolano; Elvio Fassone è il giudice che gli ha comminato il fine pena “mai”.
Nel libro è “il presidente”: della corte di Assise che a Torino, nel maxi-processo dell’85 durato 19 mesi, decise del clan dei catanesi.
Salvatore, o, nell’ambiente, “Gatto selvatico”, è uno di loro: viene condannato alla pena dell’ergastolo. Ha 25 anni, e una legge morale tutta propria, fuori dal perimetro della civiltà.

Durante il processo il giudice Fassone aveva deciso, per tentare di allentrare un po’ il clima di tensione, di dedicare del tempo ad ascoltare imputati, già condannati, e le loro famiglie. Tutto sommato un gesto semplice ma che gli varrà il riguardo degli imputati: simile a quello di don Mariano per il capitano Bellodi ne Il Giorno della Civetta: “Lei è un uomo; lei ha rispetto”.

Un clima che permette a Salvatore di fare al giudice una richiesta estrema: di poter vedere -senza guardie e senza manette- sua madre morente. Prendendosi un’incombenza enorme, e stringendo con lui un patto di responsabilità, Fassone glielo consente.
“Sono tornato” gli sussurrerà Salvatore dalla gabbia, nell’aula del processo. Non è un atto di sfida, ma il tributo a quel patto: nessuna guardia in borghese avrebbe potuto evitare una fuga, senza quell’intesa.

Da qui si dipana il racconto seguente. Con Fassone che nei primi giorni dopo la sentenza, invia il libro “Siddharta” a Salvatore. Non è un gesto fatto per allontanare il seppur presente senso di colpa. Ma un gioco fra pari: quello di un uomo, Fassone, che interloquisce con Salvatore e ad una sua frase che egli pronunciò in sua presenza qualche mese prima: “Se io fossi nato dov’è nato suo figlio, presidente, adesso farei l’avvocato”.

Inizia così una corrispondenza che dura 25 anni. Che racconta plasticamente di come ci sia “ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore”. Di come Salvatore debba prima accettare quel perimentro di regole di civiltà che gli viene proposto; poi comprendere la pena che gli è stata inflitta; poi ancora -molto tempo dopo, nella sua seconda vita, nella sua seconda anima- ingaggiare una lotta (senza armi, ma fatta di pazienza, frutstrazione e dolore) con la burocrazia delle leggi. Una lotta che lo fiaccherà irrimediabilmente. Ma che per molti anni è stata la stessa cometa della sua vita: “Quando uscirò fuori” è la frase che lo sostiene in ogni progetto. E Fassone è il Re Magio dispensatore di speranza: “lei mi insegna le cose giuste” gli scriverà Salvatore, sottintendendo come nessuno lo abbia mai fatto.

La storia di Salvatore è la ricerca continua di una forma di restituzione, nella forma biblica di “costruttore di città”: con l’impegno alla ricerca e poi applicandosi nell’impiego (dopo venti anni di galera, quando gli sarà consentito troverà persone che “avevano paura di me, poi mi hanno conosciuto”); in carcere, attenendosi scrupolosamente alle norme (anche quando queste dilagano e contaminano e danneggiano facendo di un fascio ogni persona carcerata); diplomandosi; ricevendo il primi permesso (“Presidente, non sapevo nemmeno camminare”); mettendo al servizio la sua fantasia e la sua competenza in cucina per i “pranzi della domenica” che permette agli altri detenuti di incontrare i propri familiari imbastendo, per qualche ora, spazi di “normalità” familiare.
Ma per venticinque anni “il gioco del caso che tresca con l’assurdo” scrive una storia kafkiana sulla pelle di Salvatore, e di chissà di quanti altri carcerati: che infligge dolore senza necessità, senza consapevolezza, senza volontà: solo nell’applicazione pedissequa della norma.

Fassone è l’unica figura che rimane lì, incessantemente, come un filo rosso a cui Salvatore guarda e a volte si aggrappa; lo fa con diffidenza, con discrezione, a volte con distacco, infine con compassione: in un caleidoscopio di emozioni e di atteggiamenti che si deformano, e si acuiscono, nel corso dei lunghi anni; nel corso dei racconti di Salvatore. Per lui, il presidente, è qualcuno a cui mostrare i propri progressi e l’unico da cui riceve il supporto, la considerazione, l’incoraggiamento, infine l’amore che gli sono vitali. Tradire la sua fiducia sarebbe un po’ come tradire se stesso.

Il libro è scritto bene. L’autore, raramente, si abbandona a qualche tecnicismo di letteratura giuridica. Per il resto è evidente il gusto per la parola barocca, in cui però non eccede mai. Scrive con una mente allenata al pensiero, alla ricerca del nodo chiave, sapendo di problemi complessi.
E’ scritto senza retorica; riporta fatti; riporta le vicende di due persone che gli eventi avrebbe voluto distanti, quando non nemici. Che invece -dannatamente- si sono desiderati vicini.

PS. A questo indirizzo trovate una intervista al magistrato Elvio Fassone sul suo libro.

Gli “zingaracci” di Kethanè

Sono gli ultimi giorni di Febbraio. Alcuni militanti del Movimento Kethane sono in sciopero della fame davanti al parlamento: in quel periodo le cronache riportano attacchi gravi a persone Rom e e Sinte; loro chiedono dialogo alle istituzioni.Questo è il terzo giorno che si astengono dal cibo. Dijana siede a terra: è spossata; accetta un caffè, poi dell’acqua, poi dello zucchero.

Poi, verso il palazzo, si alza la voce di Miguel. E’ una voce composta, chiara, ma piena di disperazione (“Sono anni che sfruttate i Rom e i Sinti per le vostre campagne elettorali […] il mio Presidente aveva promesso di difendere il popolo italiano, ma non vale per noi Rom”); Miguel grida tutta la sua angoscia e il suo sconforto, fino ad accasciarsi a terra anche lui, sfibrato.Non c’è ascolto: le istituzioni tacciono e rimarranno in silenzio nei giorni seguenti, ignorandoli con la stessa arroganza che in questi giorni si è fatta più cupa e più violenta.

Ogni volta che qualcuno cerca dialogo con le istituzioni, nel modo composto in cui lo hanno fatto loro, essi danno vita al primo atto della Democrazia: il richiamo al potere verso le proprie responsabilità. Tentanto, quindi, di farla vivere questa nostra Democrazia, di renderla più forte e più aperta. Non solo per chi chiede, ma per ognuno di noi.

Per questo, in questi tempi così bui di rappresentanza, gli “zingaracci” di Kethanè erano li a parlare anche per me; io parlavo con la loro voce; da loro, nella sconforto e nella speranza, mi sono sentito rappresentato.



Tucson Train. C’è un dolore da bruciare, e un treno da prendere.

All’inizio c’è un fruscio; la punta di un vecchio giradischi.
Poi un ticchettio. Che evoca il ride di Max, ma non è.
Nel libretto di We Shall Overcome diceva che avremmo ascoltato -per quell’album- la musica “mentre viene fatta”. Succede anche qui.

C’è la solita mascella che scivola. Il bavero alzato da giovanotto. Le movenze goffe. Ma non con la chitarra al collo.
Poi c’è Patti, e il suo ciondolo. E Bruce che le sorride. E lei di rimando.
Gli occhi sempre più una fessura. Un anello che non avevo mai visto. 
Non c’è Max; ma c’è Charlie, e il suo hammond.
Un ritrovo di famiglia. In giardino, in salotto. In garage.
Una chitarra nuova, che suona con gioia.
E poi gli archi. Un tripudio infinito; un garrire di archi che avvolgono la musica.
E poi c’è un treno. 
E un “hard”. Intraducibile. Nemmeno con un paragrafo a sé. 
Un sole “hard” che brucerà ogni dolore.

Sentite che bella.