A Massimo Bordin, Principe di Libertà.

Massimo Bordin. Prima voce di Radio Radicale e principe di Libertà. Titolare di "Stampa e regime", rassegna stampa di politica dell'emittente.
Massimo Bordin. Prima voce di Radio Radicale e principe di Libertà.

Bordin.
Bordin, no.
Come perdere un senso. Un occhio; l’udito. 
La lente che mi veniva prestata ogni mattina e con cui interpretare la politica, il mondo. Con quell’intelligenza piena di guizzi, di precisione, di ironia calibrata e tagliente.
Una mente costantemente accesa, mai banale, elegantissima nella tua voce scomposta e nelle volute di fumo: un antidoto contro la mediocrità e la sciatteria argomentativa che impallinavi puntualmente, con sottilissimo gustoso cinismo.

Oggi la tua morte mi trafigge
E come non mi aspettavo. 
Mi sento inquieto e solo. Più povero: del tuo sguardo ogni volta nuovo; dei tuoi colpi di tosse inconfondibili; del tuo garantismo della ragione. 
Del tuo essere stato principe di libertà e di dissenso: che ci hai insegnato ad agire immancabilmente.
Grazie per essere stato al servizio della Politica
E quindi di ognuno di noi.

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Mandanti di un olocausto.

Gli agenti della guardia costiera – di cui Salvini dice di fidarsi, e a cui rende onore – sono formati a La Spezia dalla nostra guardia di finanza. I militari libici intervistati in questo servizio di La7 parlando di “tanti morti”, di mezzi inadeguati, di traffici di persone “disposte alla morte” e delle responsabilità (meglio: colpe) della politica.

L’Italia, complice l’Europa, è mandante di questo olocausto che si consuma nelle carceri libiche come in mezzo al Mediterraneo. Se ci fosse un Dio non avrebbe nessuna pietà per noi. Per tutto questo terribile indicibile disumano orrore.

[…]
– Domanda: “Come funzionano i pattugliamenti?”
– Risposta: “Come vuoi che funzionino? L’altro giorno abbiamo soccorso 240 naufraghi. Di questi 60 sono morti annegati. […] I morti sono tanti. Ma tanti davvero. Quando il mare è molto mosso la mattina sulla spiaggia si trovano cadaveri. Sette, otto per volta. Uomini, donne, bambini. Un corpo vicino all’altro. Sono corpi irriconoscibili, putrefatti dai giorni passati in acqua.”
– D: “Siete attrezzati per salvarli?”
– R: “Non abbiamo ne attrezzature ne mezzi. Le motovedette in dotazione sono ferri vecchi mangiati dalla ruggine. Ogni volta che ci saliamo a bordo abbiamo paura che affondino. […] anche quelli che tiriamo su dal mare muoiono lo stesso perché non siamo addestrati ai primi soccorsi […] Di norma arriviamo per recuperare i corpi: l’Italia ci ha fatto avere 3 motovedette, ma noi abbiamo 2200 km di costa. Ce ne vorrebbero un centinaio.”
– D: “Ma gli italiani lo sanno in che condizioni lavorate?”
– R: “Loro sanno tutto.”
[…]


Intervista di La7 a due agenti della guardia costiera libica.

È la stampa, bellezze!

È la stampa, bellezze! 17 storie, 17 giornaliste siciliane, 17 vita da raccontare: in bilico fra  in bilico quotidiano, passione e professione.
È la stampa, bellezze! 17 storie di 17 giornaliste siciliane.

Una dolcissima raccolta di racconti che illumina (di luce calda, ironica, cordiale) un angolo del giornalismo italiano poco conosciuto. Quello dove, sicuramente, passione e amore per il proprio lavoro sono le motivazioni principali, prima, molto prima, della soddisfazione economica; quello che sembra un impiego così border-line che quando qualcuno accenna a svolgere il lavoro di giornalista ci scappa di incurvare il sopracciglio e chiedere “ma ti pagano?”; quello che fuori dai grandi media sembra non esistere: minimizzato, precario, sminuito.
E invece no. Eppure c’è. E queste 17 ragazze, donne, giornaliste, ce lo raccontano. Nella loro vita in bilico perpetuo fra quotidiano, passione, penna e microfono.

Con la Sicilia sullo sfondo, il libro si legge in un soffio. Perché è scritto benissimo (ci mancherebbe!), e le storie ci sono tutte vicine. Vicine vicine.
Che una delle autrici sia la mia amica Jana – anzi: coprotagonista – è solo incidentale. Anzi: ne aumenta la bellezza.
Leggetelo.

Tutta ‘a vita annanz’

Che bella.
Ascoltatela.
La musica quando la si fa: con dentro tutte le voci, le intimità, le emozioni, le malinconie, le imperfezioni di Napoli.
No, non riesco a capire tutte le parole. 
Ma comprendo la tenerezza, la dolcezza, la passione. La forza.
E mi sembra un capolavoro.
Grazie a Gnut e Alessio Sollo.

L’intervista agli autori sul loro nuovo album è a questo indirizzo.

La tradizione, più o meno, dovrebbe essere:

Nun vulenne me so’ annammurato ‘e te
  Senza volerlo mi sono innamorato di te

m’hanno fatt ‘e buchi ‘mpietto l’uocchie tuoje
  Mi hanno fatto dei buchi nel petto gli occhi tuoi

‘a cervella murmuliava ‘e ‘nce cade’
  il cervello mormorava: “non caderci”

comm a sempe o’ core ha fatt a capa soja
  ma come sempre il cuore ha fatto di testa sua

antrasatte m’agge fatt arrevuta’
  all’improvviso mi sono fatto coinvolgere

si’ trasuta nt’ ‘e penzieri mi chiu’ bell
  sei entrata nei miei pensieri più belli

quanne po’ scurnosa he ritt ‘a verità
  quando, timida, mi hai detto la verità

‘nzieme o’ sole ‘ncielo so turnate ‘e stelle
  insieme al sole, in cielo, sono tornate le stelle

primm ca’ facesse ‘a parte ‘e l’omm o’ core
  prima che il cuore facesse la parte dell’uomo

curaggiosa tu nun he perduto tiempo
  tu coraggiosa non hai perso tempo

l’he pigliato doce ‘e pietto chillu sciore
  lo hai preso dolcemente nel petto quel fiore

je guardava a te e respiravo a stiento
  io guardavo te e respiravo a stento

è bastato nu surriso e doje parole
  è bastato un sorriso e due parole

pe’ me fa senti’ ‘e farfalle dint’a panza
  per farmi sentire le farfalle dentro la pancia

m’he paruto comm o’ primm juorne ‘e scola
  mi è sembrato come il primo giorno di scuola

quanne tieni ancora tutt ‘a vita annanz.
  quando hai tutta la vita dinanzi.

Anche, gli ultimi. Ma sopratutto i colpevoli.

No, non solo gli ultimi. Anche gli ultimi.
Faber cantava gli schifati, i rifiutati. 
Quelli colpiti da una damnatio memoriae che dovrebbe silenziare la nostra parte nera. E ovviamente non ci riesce mai.
Cantava quelli colpiti dal disgusto e dal disprezzo sociale. Dallo stigma di una società perbenista che li vorrebbe maledetti, silenziati, allontanati, morti -addirittura-: i carcerati, le puttane, i rom, gli omicidi, i pazzi, i traditori.
E i colpevoli. Colpevoli di essere -spesso fieramente, con la dignità che Faber riusciva a riconoscer loro- quello che sono.

«C’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore.»

Quel posto morbido e perfetto

dan-fante-quel-posto-morbido

Quel posto
morbido
il tuo tenero interno coscia
simile alla guancia di un fiore
e poi
il tuo sapore pungente
che si espande sulla tua lingua

quella nostra prima volta, grandiosa

come la dolcezza del dormire ad occhi aperti
o
come quando – a cinque anni – ho scoperto
l’incredibile magia dell’organo a vapore
al sicuro tra le braccia robuste di mio padre
sulla giostra del molo di Santa Monica
che girava e girava senza più fermarsi

da allora nulla
tranne te
e quella sensazione
è mai stato più perfetto

— Dan Fante

“Sono sperante”. Sulla mia pelle.

Sulla mia pelle. Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Sulla mia pelle. Il Film.

“Ma sei credente?”, chiede la signora.
“Sono sperante”.

Sorride Stefano, con quel suo sorriso beffardo e dolorante. Verso cui si ha subito una simpatia immediata, più che per la sua inflessione romana. Sorride, e ci fa sorridere di rimando. Ma è l’unica nota lieve che ci strappa questa storia gelida.
Non so se davvero Stefano l’abbia mai pronunciata questa frase. In ogni modo, a me è sembrata un piccolo miracolo. Un miracolo di tenerezza, di circoscritta e debolissima commozione; una frattura di luce nel piombo della vicenda. Che evoca il farsi speranza di Paolo e di Marco, l’anziché averne.

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