Generazione di fenomeni. 25 anni fa.

La palla era bianca, e pesava di più; c’era il cambio palla e non il libero. Il net era fallo, la battuta in salto float non esisteva e i battitori con i piedi a terra più di quelli in salto. Era il 1990, c’era Mimì fra i cartoni da vedere (sua cugina Mila -con Shiro- arriverà solo qualche anno dopo) ed io uno dei ragazzi che attendevano ogni domenica le immagini della Domenica Sportiva (di Sandro Ciotti…) per guardarsi un po’ del proprio sport preferito: in tre minuti, i risultati della giornata di campionato.

Per me e per molti, inizio tutto lì, proprio quella sera. Ero fra questi ragazzi anche esattamente 25 anni fa, quando le immagini finali dell’impresa andarono in diretta: l’Italia era campione del Mondo di Volley. Con orgoglio, “noi” ragazzi, potevamo dire che conoscevamo già quegli altri ragazzi, vestiti di bianco che avevano appena sconfitto la corazzata cubana di Joel Despaigne: Lucchetta, Zorzi, Cantagalli, Gardini, Bernardi, Tofoli. Erano campioni del mondo: una -vera- generazione di fenomeni che iniziava il suo percorso nella storia e nella gloria dello sport.
Quei ragazzi finirono sui giornali, e “noi” ragazzi acquistammo un pallone per giocare nel cortine, e un po’ onorare i loro gesti. Parlavamo dei primi tempi di Lucchetta, e dell’intelligenza tattica di Tofoli, delle teorie di Velasco (solo più tardi, di quanto quelle idee erano forti dentro al campo come fuori). Forse la loro gloria era un po’ anche la nostra. E di un po’ ci sentivamo persino parte.

Iniziò tutto quella sera. E il riverbero ancora ce lo portiamo -indiscutibilmente- dentro.

Un solo imperativo: palla a Dawkins.

Darryl Dawkins, il re delle schiacciate.

Darryl Dawkins

Dawkins. 1991. Giunse a Milano una montagna di cm (211) e kilogrammi imprecisati, e comunque sempre troppi. Lo ricordo barcollare sotto il canestro, dove arrivava sempre qualche secondo dopo tutta la squadra, con quell’andatura stanca – le ginocchia valghe – da bradipo gigante. Ma in mezzo all’aria era assolutamente un macigno. Schiacciate, stoppate, rimbalzi: spettacolo puro. “Un solo imperativo: palla a Dawkins” terminava un pezzo della Gazzetta sulla semifinale di Coppa contro il Partizan. Quello stesso anno fece esplodere un paio di tabelloni con la potenza delle sue schiacciate: si appendeva a due mani e piegava il canestro paurosamente come un fuscello.

Darryl me lo ricordo molto bene. Nel 1991 (la sua unica stagione nella Milano di Pittis, Riva, D’Antoni), avevo 14 anni, e il basket un po’ lo praticavo. Sopratutto lo seguivo in Tv, sveglio fino a tarda notte per seguire le repliche con mia madre, appassionata anche Lei.

Le sue qualità di forza, da uomo grande e grosso, e di rispetto che incuteva e sapeva infondere, finivano per essere anche un po’ le mie. “Se può lui…”: una piccola rivincita, per un adolescente che si sentiva troppo grosso (e conseguentemente si faceva troppo piccolo), e sempre inadeguato come mi sentivo io.

Addio Darryl. E’ stato bello essere tuo tifoso. E sentirmi un po’ te, con una palla a spicchi in mano.

Ex Voto

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Accade
che le affinità d’anima non giungano
ai gesti e alle parole ma rimangano
effuse come un magnetismo. È raro
ma accade.
Può darsi
che sia vera soltanto la lontananza,
vero l’oblio, vera la foglia secca
più del fresco germoglio. Tanto e altro
può darsi o dirsi.
Comprendo
la tua caparbia volontà di essere sempre assente
perché solo così si manifesta
la tua magia. Innumeri le astuzie
che intendo.
Insisto
nel ricercarti nel fuscello e mai
nell’albero spiegato, mai nel pieno, sempre
nel vuoto: in quello che anche al trapano
resiste.
Era o non era
la volontà dei numi che presidiano
il tuo lontano focolare, strani
multiformi multanimi animali domestici;
fors’era così come mi pareva
o non era.
Ignoro
se la mia inesistenza appaga il tuo destino,
se la tua colma il mio che ne trabocca,
se l’innocenza è una colpa oppure
si coglie sulla soglia dei tuoi lari. Di me,
di te tutto conosco, tutto
ignoro.

— E. Montale

Sacro è ogni cosa che vive

libro-furore-steinbeck

Diceva che una volta era partito nel deserto, era andato per cercarvi la sua anima, e aveva scoperto che non aveva anima che fosse sua, ma che era solo un pezzo di un’altra anima immensa. [il nostro pezzo d’anima] non può servire da sola, serve solo quando sta con altri pezzi.

Bruce è in tour. Vi porta The ghost of Tom Joad e io rileggo Furore.
Ci sono diversi modi per leggere questo testo. Succede a tutti i testi di un certo spessore, che parlano del fatto (in questo caso della tragedia della famiglia Joad) e arrivano ai fatti. Dal particolare all’universale. Così accade nelle canzoni di Bruce. Così accade qui (come Steinbeck ci ha abituato).
Allora leggiamo della vecchia Hudson, e vediamo le carrette del mare di oggi; leggiamo di miseria, di fame, e vediamo gli occhi degli affamati di oggi, di colore, africani e non; sentiamo il riverbero della forza della dignità di Tom, e ci arriva quella dei migranti – disperata ma non vinta. Possiamo utilizzare la lente di Furore per capire – se proprio non si vuol comprendere – quello che sta succedendo ora, in questi anni di migrazioni epiche. Di migrazioni strutturali: di uomini che semplicemente cercano la felicità per sé. E per chi amano.

Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre.

Steinbeck scrive della depressione americana, ma la storia spezza lo spazio e il tempo e arriva fino a noi. O, con le parole di Tom/Bruce:

Mom, wherever there’s a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry newborn baby cries
Where there’s a fight ‘gainst the blood and hatred in the air
Look for me Mom I’ll be there

Sono d’accordo con chi dice che sia un testo dal valore incalcolabile. Di valore civile. Non solo: di forza civile. Civile inteso come comunità. Come comunità di uomini. e quando mamma Joad (che personaggio… stupendo! Più degli altri a mio avviso) si appella agli altri componenti della sua famiglia, si intestardisce fino ad arrivare dove nemmeno lei si sarebbe aspettato, ci sembra che quei moniti verso la non-disgregazione della famiglia; di non dispersione degli affetti sia una preghiera all’umanità intera.
All’anima che citavo all’inizio, per l’appunto.

Non è un testo religioso. c’è un predicatore che non è più tale, ma il libro esprime una religiosità profonda, addirittura radicata nel valore delle persone, della forza della dignità umana. La religiosità si fa palpabile, attraversa ogni persona, ogni animale (ottimo come Steinbeck infili nella narrazione animali che non sembrano poi molto diversi dagli umani…), ogni vivente: e infatti vi giunge: sacro è ogni cosa che vive. Che evoca il servo di Licini: “Un miracolo. Dimmi una cosa che non sia un miracolo”.

Il finale. Ho letto altre recensione che parlano di totale abbandono alla miseria, di degrado ultimo. A me sembra di no. O almeno – e anche in riferimento a quanto ho scritto – sembra che Steinbeck peschi il segno perfetto, adiacente direi (il seno e l’allattamento; l’essere madre e nutrire; l’essere in difficoltà e nutrirsi) a ciò che avrebbe voluto – io credo – esprimere: non c’è mai un fondo. E ogni scalino verso il fondo prevede – almeno – una stilla di speranza. A cui aggrapparsi. Insieme.
Ah, poi e’ scritto benissimo. Ma questo – in tutto il resto – sembra solo uno stupido dettaglio…