Siviglia.

Siviglia, giardini Alcazar

Siviglia, giardini Alcazar

 

Siviglia.
Come la sua regina Isabella, cantata da Guccini“è una donna convinta che il mondo non può finir lì”.
Maestosa e silenziosa, raffinata e gaudente; dall’afflato europeo, da sempre splendido crocevia di popoli, incontro di mari e di oceani; di culture e di storie; Siviglia mi ha lasciato dentro un profondo senso di bellezza e di quiete. Come un caleidoscopio, le cui forme bellissime non potranno mai essere scoperte completamente.

Io mi porto questo verde alle labbra

 

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Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie –
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.

Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?

E – palline di mercurio – le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria.

— 30 aprile 1937, Osip Mandel’stam

Ritratto di donna

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Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
E’ facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma è un’ottima consigliera.
Debole, ma ce la farà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a cosa serve questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l’amore del cielo.

— W. Szymborska

Quello che non sai

Solo da qualche giorno ho scoperto questa canzone di Roberto Vecchioni. Che sembra non sia stata scritta da lui ma da Lo Vecchio. Ai fini: è irrilevante. Ho tenuto in loop questa canzone per molto tempo perché  la trovo di una bellezza rara. Davvero rara.

Sembra che il tema sia: è possibile comunicare solo con chi riceve / accoglie / condivide / porta con sé una parte di noi. E con noi, una parte dell’altro. Si direbbe parli di incomunicabilità. Ma forse tratta della vera follia dell’amore. Dove la comunicazione – le parole che sono armi spuntate, e più le si ama più questo è evidente, – diventa un orpello, un atto aggiuntivo e non sarebbe un caso che fra gli amanti ci si capisca senza parlare. Perché le parole non servono, perché sono state già dette, e sono state già comprese. Credere di capirsi senza parlarsi è la follia dell’Amore. Che però avviene.

Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.
— Gustave Flaubert

E quando ti cadrà lo sguardo chiaro
e tu non vorrai più darmi la mano
perché di un altro amore la festa proverai
io dovrò dirti quello che non sai…

tu te ne andrai nel battere dell’ora
tu te ne andrai così com’eri entrata
ma sarà dall’altra parte, ma sarà nell’altra stanza
ogni sorriso che sorriderai…

io dovrò dirti quello che non sai
e non ho avuto il tempo di spiegarti
e griderò una sera, se incontrerò una sera
tutto il vino e il dolore che mi darai…

e pregherò perché tu sia felice
socchiuderò la porta per guardarti
ma sarai nell’altra stanza, ma sarai nell’altra parte
non potrò dirti quello che non sai…

se quello che non sai ti può far male
bruciare un giorno solo dei tuoi giorni
perdonami del male, ricordati del bene
non posso dirti quello che non sai…

Nulla che sia in potere dell’uomo.

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Belgrado, Europa, 2017. Migranti. (La foto è di Eleonora Camilli)

«[…] A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Khun ringrazia Dio perché non è stato scelto.

Khun è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più?

Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.»

— P. Levi, Se questo è un uomo.

Schegge d’Amore.

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#1- Gli occhi di Marina Abramović e Ulay. Al loro incontro.
Qui: https://www.youtube.com/watch?v=OS0Tg0IjCp4

#2- La scena de Il Bosforo di Almásy, da Il paziente Inglese. Qui: https://www.youtube.com/watch?v=O6Wfy3F38CM&t=2s
“Ma non eravamo contrari alla proprietà?”

#3- Eugenio Montale, in Ho sceso dandoti il braccio.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

#4- La canzone Varsavia, di Pierangelo Bertoli
Qui: https://www.youtube.com/watch?v=i-76tmXCSv8
Sopratutto il verso:
“Come posso tesoro tenerti sul cuore
se stanotte a Varsavia si muore”

#5- Il film The Danish Girl. Un racconto meraviglioso e doloroso; uno dei film più intensi, emozionanti, veri che abbia mai visto.
Sopratutto in questa scena: https://www.youtube.com/watch?v=srd7r79IaXo
Gerda: “Voglio mio marito. Riportalo a me.”
Lili: “Non posso”

#6- Le foto di Daniela, la sorella di Pigi.
E’ un personaggio di un racconto di una mia amica, inedito. Daniela è totalmente assente dalla vita famigliare; guarda le beghe dei membri, con grande distrazione e distacco, sempre dietro quel maledetto smartphone. Finché un giorno, è lei stessa che presenta ai suoi famigliari un album di foto, scattate con il suo cellulare: della loro vita familiare, delle loro liti, delle loro rare carezze.

#7- Da Cime Tempestose, di Emily Bronte, questo passo:
“Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.”

#8- Erich Fried, in E’ quel che è.
È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore
È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore

 

Cos’era

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I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

— Mark Strand