Il Pugilatore delle terme, Simone Biles e le proprie maschere.

Simone Biles e il Pugilatore delle Terme.
Simone Biles e il Pugilatore delle Terme: da secoli uscire dal proprio ruolo crea conflitti.

Il grido brutale gli penetrò – spietato – negli orecchi. Si portò le mani alla testa, comprimendo i padiglioni. Poi si guardò le dita: bardate delle ampie cinghie – erano tumefatte, e i polpastrelli insanguinati.

La lotta era stata durissima. Nell’agon le poche regole erano crudeli e definitive: il cuoio intono alle nocche dell’avversario diventava una lama che strappava le carni.

Il ruggito successivo, di nuovo incomprensibile e animalesco, gli trapassò il cranio. Strinse le palpebre, quindi si voltò di lato in un movimento lentissimo e penoso. Il dolore lo trafisse da dietro i globi oculari.

“Perché hai alzato quel maledetto indice? Stavi vincendo!”.

Non disse una parola. Fece fatica a capire chi fosse l’uomo. Lo guatò con gli occhi ancora appannati di sudore, gli zigomi tumefatti dai colpi. Poi riconobbe la barba di Tullius, il suo allenatore. Anche la voce era trasfigurata dalla rabbia.

“Perché ti sei arreso?” strillò ancora mostrandogli il pugno e il ghigno feroce.

Brimias raccolte le poche energie che ancora lo sostenevano. I muscoli della schiena sembrarono gonfiarsi ancora, e lui ingobbire sotto al suo stesso peso. Senza alzare lo sguardo, disse: “Sono esausto di essere il pugile spietato che tutti vogliono. Basta”.

Mosse appena le labbra. Il sudore gli percorreva la schiena, e un liquido rossiccio, di sangue e sudore, gli colò sui guantoni. Morse l’aria: “La sconfitta. Sono un perdente, da ora. Va bene così”.

Tullius ammutolì. Un lampo di furore gli attraverso ancora gli occhi; se ne andò schernendolo. Mentre una curva sgemba -qualcosa di simile ad un sorriso- comparì sulle labbra sudice di Brimias.

***

E’ da un po’, dopo aver visto il Pugilatore delle terme nella sua casa di Roma, che sento il desiderio di scriverci qualcosa. Lì, ad osservare la statua da qualche metro, la potenza di quello che ha da dire, non si esaurisce e si amplifica: il dolore modellato su quel bronzo, attraversa i secoli, ha da narrare ancora qualcosa.

Gli eventi di questi giorni che hanno coinvolto Simone Biles me lo hanno ricordato.

Brimias come Biles. Il primo comunicato stampa della federazione di ginnastica USA, che minimizzava i fatti di Simone, come il gymnastes di Brimias: succede ogni volta che dismettiamo la maschera che indossiamo, per preferirne un’altra. Creiamo fratture, scompiglio, turbamento quando divergiamo dal personaggio che gli altri si aspettano.

Quando dismettiamo un ruolo, e cerchiamo di assumerne un altro, o nessuno: la relazione viene modificata, se la rapportiamo e la commisuriamo continuamente a ciò che desideriamo. In ogni tempo.

Biles e il Pugilatore – adesso lo so – questo mi dicono: che si può deludere, anche chi amiamo, se ci è diventato insostenibile assumere la parte che hanno pensano per noi. Che ci si può perdere, arrendersi, cambiare se lottare non è ciò che desideriamo. Se il tempo intorno al quale immaginiamo di dover essere è qualcosa di diverso dall’immagine pubblica che mostriamo; se sentiamo di essere incastrati – se non reclusi – dentro un ruolo che ci stringe, invece di essere noi a definirlo.

Lo si può fare continuamente.

Lo si deve fare continuamente.

Lo si può provare continuamente se questo nutre la polisemia che ci portiamo dentro.

L’ultimo messaggio di Simone Biles è illuminante: “L’amore e il sostegno che ho ricevuto mi hanno fatto capire che sono più dei miei successi e della mia ginnastica a cui non avevo mai creduto prima”.

Voglio immaginare che alcuni degli sguardi che l’hanno resa campionessa, permettendole di immaginarsi tale, sono gli stessi che ora l’hanno vista bisognosa di cure; e a lei di guardarsi: sguardi preziosi che tolgono maschere e ne creano continuamente, permettendoci di trovare la nostra misura e il nostro percorso.

Di aquiloni, cinema, Elly e libertà.

About Elly, la scena dell’aquilone.

“Che c’è tesoro?”
“Riesci a farlo volare?”

Provate a guardare questa scena. E’ tratta da About Elly.
Così. Senza sapere nulla del film, dell’Iran, di tutto quello che la sottende.
Provate.

Sentite la gioia di Elly. E poi la sua angoscia. E poi la sua felicità guizzante.
Quella gioia che non riesce a vivere completamente anche in qualcosa di profondamente bello e semplice come il volo di un aquilone. Come di quel vento. Come di quel mare.

Poi potrete pensarvi trentenni, benestanti, socialmente inseriti. Con un hijab in testa. Le maniche lunghe fino ai polsi in estate.
E con una storia – di oblio, violenza personale e politica – che non è solo vostra: è di una comunità. Che vi segue come un ombra anche se siete trentenni, benestanti, socialmente inseriti.
Provate.

Cercavo da molto questa scena. Dopo aver visto il film. Dopo il tormento del film.
Non sono un cultore di cinema, men che meno del cinema iraniano: genericamente ha ritmi troppo lenti e significati troppo angusti per me. Eppure questa scena mi è rimasta dentro impigliata. Incastonata.

L’allegria, l’angoscia, l’affanno, la gioia, e ancora dolore, e poi il riso di Elly. E ancora la sua gioia. Gli schizzi prodotti della sua corsa. La voce del mare che sembra chiamare. La libertà sul suo volto. Le sue grida. L’aquilone come un “falco alto levato”. E ancora il senso di oppressione.

Dopo questi fotogrammi accadrà qualcosa di terribile e irreparabile: perché questa scena un attimo prima della tragedia? Mi trafigge l’idea che il regista abbia voluto punire Elly per questo gesto di intima, piccola, completa felicità.

“Potrò raccontarti”. Ogni cosa per la parola che salva.

Orlando Orlandi Posti - Piccolo Museo del Diario
Orlando Orlandi Posti – Piccolo Museo del Diario

Luigi, l’allampanato ma energico signore che avrete la fortuna di trovare a guidarvi per le stanze del Piccolo Museo del Diario, abile con le parole che si dicono come un esperto vasaio, racconta questa storia come se stesse parlando di un caro amico. Parlando della morte di Orlando (Orlando Orlandi Posti è fra le 335 vittime delle Fosse Ardeatine) Luigi lo fa con lo stesso dolore per la perdita di una persona cara, con la stessa tenerezza con cui si parla di un giovane fratello innamorato, della vita e di Marcella.

Siamo nel 1994, Roma è occupata dai nazisti. Lallo ha 18 anni quando viene catturato dalla SS e imprigionato.
Ha aderito a gruppi di partigiani studenteschi, si occupa di sabotaggio e propaganda. Dal carcere, riesce a inviare brevi, a volte brevissime, lettere a sua madre – la preoccupazione per la quale fu motivo della cattura – nascondendole nei colletti delle camice, che donne caritatevoli venivano a prenderle per lavarle. Sono decine, su minuscoli fogliettini: scritte con sangue e lapis che si procurava in ogni modo. Alcune di queste sono per Marcella, la sua Lellina. Dice Luigi che si erano visti poche volte (forse una soltanto) ma lui se ne era follemente innamorato e le scrive cose dolcissime. (Anche Luigi è innamorato di questa storia: lo si capisce da come dice “Lellina”).

In una di queste lettere preziose, parlando di un suo momento di profonda tristezza, Orlando le scrive: “Tutto finirà presto e tornerò da te e potrò raccontarti come si racconta una lontana fiaba”.

Ecco.
Orlando non dice: “tornerò da te e faremo l’amore”. O “ci sposeremo”. O “ti bacerò”. O “potremo finalmente realizzare tutti i nostri sogni”.
No. Niente di tutto questo.
Dice invece qualcosa che mi emoziona anche adesso.
Dice: “Potrò raccontarti“.

Che è un po’ come dire: “Potrò farti entrare dentro di me. Potrò trovare il tuo sguardo che vede la mia vita, la mia storia, il mio racconto, restituendo a tutto un senso. Potrò trovare un posto dove le parole saranno capite, comprese, curate. E – sembra – “potrò farlo solo con te”.

Perché le parole saranno anche “paioli fessi” per danze di orsi, ma alcune brillano di perfezione: quelle che solo alcune persone possono scambiarsi, facendo davvero “intenerire le stelle”.

Diario di una ragazza albanese.

Lireta non cede, di Lireta Katiaj
Lireta non cede, di Lireta Katiaj

“Ringrazia le tue cicatrici che ti stanno salvando la vita”

L’ultimo regalo che ho ricevuto dal Piccolo museo del diario è la conoscenza di questa storia: Lireta, ha la mia età, è – come nell’intuizione di Mario Perrotta – una nuova Medea che sfida gli eventi, del mare e dell’Albania degli anni ’80, e il fato per migliorare la sua vita e quella di sua figlia.

E’ una Medea “donna qualunque”, e anche “straniera”, e che decide di farsi “pubblica”, con il suo portato di incredibile dolore e di tantissima speranza. Nel suo diario, che si dipana fra l’Albania, il mare e l’Italia, la incontriamo giovanissima, figlia di una madre non abbastanza protettiva di un padre violento. Egli ha organizzato per lei un matrimonio che Lireta rifiuterà tenacemente con tutte le sue forze: questo la porterà a vivere esperienze di dolore, angoscia, solitudine; ma anche di maternità, salvezza, amicizia, amore.

Al solito, il contatto con un diario è qualcosa di prezioso. E’ la prossimità con la pelle, con il fiato di chi l’ha scritto, di chi ha infilato parole come una collana di perle per rendere disponibile il proprio vissuto. Per essere testimonianza, in primis a se stessi.
Nell’editarlo, non si sono fatte correzioni che stravolgessero il testo: l’italiano con cui è scritto è quella di una ragazza immigrata che ha imparato la lingua prima alla Tv, poi nell’esercizio giornaliero delle relazioni. E’ qualcosa di autentico, come la sua storia – che crepita del realismo di giorni terribili e di giorni dolcissimi – che evoca le emigrazioni dei giorni nostri. Varrebbe la pena leggerlo, anche solo per capirne – con le dovute differenze – qualcosa di più.

“[…] Quando ti trovi in mezzo al mare di notte, con i tuoi figli a bordo di un gommone, cambi idea immediatamente di quello che hai appena fatto. Ti senti in colpa e non puoi fare niente. Speri solo di arrivare a toccare terra e basta. Non smetti mai di pregare e guardare le stelle, non smetti mai di fissare il volto della tua bimba per capire se respira, la devi tenere stretta a te per sentire il suo cuoricino che batte. Mi sono odiata così tanto quella notte che mi facevo schifo […]”.

Nuda. La misura della distanza fra desideri e libertà.

Se avete voglia di qualcosa di autentico. Se avete voglia dell’erotismo della parola e della carne.
Se volete una idea per misurare la distanza fra i propri desideri e quelli che ci si concede.
Se cercate il languido, il porno, l’eccitazione. L’intreccio dei corpi, dei fiati, dei morsi. Ma anche la storia, la favola, l’amore. E senza “ma”.

Se cercate altri modi per dire “coppia”; se considerate che le convenzioni sociali siano sempre un po’ troppo strette per le preziose emozioni degli individui, per i loro desideri, per le loro voglie, per la loro realizzazione piena, per le loro fragilità; se pensate che la libertà (non solo quella sessuale) può essere agita e desiderata pienamente, oltre che pensata e scelta in segreto, in silenzio.

Se avete bisogno di pensare che – cercando nei propri abissi, nelle proprie altezze; nella propria pelle – altre forme sono possibili.
Se vi va di allontanarvi dal moralismo, dal perbenismo e considerare una prospettiva altra; se vi fa di vedere il femminile, anzi una femmina, distante dallo stereotipo romantico, pur restando femmina e romantica, percorrere le vie del sesso e dell’amore senza doverlo incasellare, delimitare, categorizzare. E giudicandolo solo rispetto a sè stessa.

Ci sono moltissimi motivi per leggere “Nuda”. E io ne ho citati solo alcuni.
Inoltre è scritto bene; si legge in fretta; e ha la capacità di “renderti estraneo a te stesso”, lasciandoti nel dubbio e nell’incertezza. Forse alla ricerca proprio di te.

“Nuda” è la storia -vera- di una donna che ha deciso di vivere la propria sessualità come espressione piena della propria libertà, lontano dai dogmi e dal perbenismo, trovando sulla stessa strada l’amore, e continuando a raccontarlo ogni giorno sulla su proprie pagine social con passione, ironia, destrezza, impegno, bellezza.

Il profilo dell’autrice: Anna Salvaje
La pagina Facebook del libro: Nuda – di Anna Salvaje

Marco e Mina: creatori di speranza.

Eutanasia, Marco Cappato e Mina Welby assolti anche in appello per il caso Trentini.
Eutanasia, Marco Cappato e Mina Welby assolti anche in appello per il caso Trentini

Li chiamiamo Marco e Mina perché sono tanta parte della nostra vita politica, e quindi privata.

Sono Mina e Marco nei post, nei messaggi, nelle email, nelle chiacchiere perché é intimo ciò che sentiamo profondamente condiviso: una storia e un metodo. Nemmeno tanto un obiettivo.

Sono Marco e Mina perché il primo ha mantenuto quella quota di pudore e di timidezza che gli permette di entrare nel cuore di ognuno; l’altra – invece – è il vulcano-trottola che porta il suo sorriso e la sua testimonianza dappertutto gli venga richiesta.

Sono Mina e Marco – nella loro indipendenza, nella loro responsabilità – perché sanno farsi strumento di lotta; sanno produrre speranza quando non ne abbiamo più.

Marco e Mina sono noi.

***

Da luglio si raccolgono le firme per il referendum sull’Eutanasia legale.
Info qui: https://referendum.eutanasialegale.it/

Il desiderio dell’orca

Illustrazione di L.T.G - Artes (aka Ana Novaes) - L'orca
L’illustrazione è di L.T.G – Artes (aka Ana Novaes)

Vorrei chiederti mille e mille e mille volte ancora,
e mille volte ogni giorno, e mille volte ogni ora: “Come stai?”
Come sai fare tu.
Come non so fare io.
Che mi perdo nel suono della parole. E nel ritmo. Nel fumo e nel fuoco.
E a volte nel senso.

“Come stai?”
E sentirti dire che stai bene.
Che lotti, che sbracci, che arranchi.
Che tessi questa fibra asciutta che è la tua vita.
Che è questa rosa.
Che è la tua orca.
Immersa nella disperazione dell’acqua,
e il desiderio degli occhi puntati verso il cielo.

Piccolo museo del diario: l’emozione della memoria

Piccolo Museo del Diario. Pieve Santo Stefano.
Il Piccolo Museo del Diario è a Pieve Santo Stefano in provincia di Arezzo

A Dicembre ho ricevuto il dono degli amici del Piccolo museo del Diario; e poi, per qualche motivo che non so, -forse una giornata particolarmente frenetica, forse disattenzione- l’ho abbandonato sopra una scrivania infrequentata.

Era il periodo natalizio. Lo ritrovo oggi, e mi sembra un’altra nascita, un regalo che posso apprezzare più ora, fuori dalla confusione di quel periodo. E’ un piccolo catalogo del museo (carta bellissima, fragrante; la rilegatura sembra fatta artigianalmente). Vi sono contenute alcune storie, fra le più conosciute, che il museo conserva; poi la descrizione dei luoghi che custodiscono i quaderni, delle persone più prossime che li animano e li amano.
Il catalogo è accompagnato una cartolina d’auguri vergata a mano, dalla calligrafia tonda e robusta; il lapis è viola. Si conclude: “[…] Spero ti faccia tornare un po’ di emozioni“. La firma è della presidente Loretta Veri.

E’ stato come riaccendere le luci del presepe -sapete? la ruota del mulino ad acqua; il pastore che fa l’inchino- ed incantarsi e vivere di nuovo quella emozione piccola, profonda, lontana e dolcissima. Intima.
La scala, il salone a destra (il legno caldo della libreria, i finestroni sulla piazza); l’attesa, l’odore di carta, il bookshop; infine la porticina che si apre: i cassetti della memoria che attendono si parlarti.

***

Nella foto, la pagina del catalogo dedicata a Luisa T.
Siamo negli anni ’70, a Borgo Flora, in provincia di Latina, ha 24 anni ed è moglie di un marito violento. Hanno un figlio. Lei inizia a scrivere questo diario, che durerà per 15 anni, e che la aiuterà a liberarsi dai soprusi che quotidianamente subisce. Luisa descrive un clima familiare di dolore continuo fatto di minacce, parole e gesti volgari, mortificazioni, violenza fisica. Nonostante questo, la dolcezza con cui intesse le sue pagine è commovente.

“[…] Ora però ho deciso di accettarmi come sono compresa l’ignoranza quindi ho messo nella facciata la mia foto con tutti i miei dati per sconfiggere ogni tentazione di bruciarti, perché mi guarderò e capirò che tu quaderno sei la vera Luisa nel bene e nel male e rinnegarti sarebbe un suicidio“.

Mi mancate. Ci vediamo presto; appena si potrà.
E a chi mi legge, il consiglio è sempre lo stesso: andate andate andate.

Dove la memoria si fa soffio.

Angelo del Dolore. Presso il Cimitero acattolico di Roma.
Angelo del Dolore. Presso il Cimitero acattolico di Roma.

Cercavo l’Angelo del Dolore, incontrato la prima volta in qualche sussidiario delle elementari. Cercavo quell’emozione, impressa quando ero bimbo, quell’eco che riverbera ancora dentro di me, come una pulsazione fra gli anni: quest’abbandono completo, nemmeno più funesto, ma ultimo e straziato della figura divina riversa sul sepolcro. Riversa nel dolore. E quindi nell’umano.

Ho trovato questo. E altro.
Ho trovato molte delle cose che sono ora. Molte delle cose che porto con me. Riconoscendole.

Il verde brillante della piazza di Isfahan come il fogliame che protegge ogni lapide; ho trovato la memoria – sottile e viva, vivissima – custodita dal Piccolo museo del diario come quella che percorre i sussurri di ogni visitatore; la pace rinfrescante delle mie colline e delle mie montagne fra i rami alti dei cipressi centenari (le loro fronde sembrano abbracci del cielo); ho trovato la stanza accanto a cui accedere nella quiete e nella prossimità nella tante panche poste di fronte alle lapidi, che compone un gesto intimo così di comunione, e di dialogo, con le proprie anime e la propria.

E poi ho trovato i gatti. La colonia che -più di ogni altro umano- sembra essere nobile custode del luogo: con la dolcezza e l’eleganza dei suoi felini. Fra i sepolcri e nei vialetti; fra la ghiaia; in posa perfetta per quanti vogliono un loro ritratto. Ed, uno, -direi per incantesimo, credessi alla magia- in grembo a me. A prendersi le mie coccole, e a ricevere le sue fusa.

E poi il silenzio.
La voce della pioggia.
E, impercettibile, il soffio mia madre.

Chiesa di Santa Maria della Misericordia.

E’ a Monteleone di Fermo, ed è (quasi) sempre chiusa. Nella sua semplicità è di una bellezza luminosa. Gli affreschi del ‘500 sono lì. A distanza di dita. Da sfiorare con religiosa attenzione.

E’ stata consacrata nel 1543 (ma già in costruzione un secolo prima), è detta “Chiesa della Madonna della Misericordia”: presso l’altare principale Maria protegge sotto il suo manto quanti si rivolgono a lei (soprattutto per scampare alla peste di quel periodo, e per cui venivano edificate -anche in un giorno- chiese di campagna di questo tipo).
La parete di sinistra è completamente occupata da un Giudizio Universale del farfense Orfeo Presutti. E’ un affresco imponente, fra i più estesi che io abbia visto nelle Marche.

Splendido quello posto nella parete d’uscita, sulla sinistra: una “Madonna del latte”. Il viso della Vergine è elegantemente dipinto, quasi regale; allatta Gesù bambino che le è in braccio.
Sulla parete di destra si trova il patrono di Monteleone: San Marone (“San Maro”), di origini siriache, in abiti militari.

E’ un vero peccato che questa chiesa non sia facilmente accessibile: io devo ringraziare Demetrio che è stato mio Cicerone.

“Quello di Enzo Tortora fu un crimine giudiziario”

Ho ascoltato una splendida diretta dell’Associazione Enzo Tortora Radicali Milano (che ringrazio!) sul caso Tortora.
Fra gli ospiti la signora Francesca Scopelliti, sua compagna.

Vi trascrivo di seguito il suo intervento finale (nel video originale inizia a 1:20:20):

«Quello di Enzo fu un crimine giudiziario.
La rappresentazione di questo crimine è data da questo fatto (che si può riascoltare dagli archivi di Radio Radicale): ad un certo punto Enzo viene accusato di avere il suo numero telefonico nell’agendina di un camorrista, di un certo Salvatore Puca.
Dopo due mesi di linciaggio mediatico, per cui su questa agenda si era costruito un romanzo, si scopre che l’agendina non è del camorrista ma della fidanzata di lui; e che il nome che vi è stato trovato non è Tortora, ma Tortona. Tant’è che con la sua consueta ironia Enzo disse: “Non sono nemmeno un errore, sono un refuso”.
[…]
L’apice di questo crimine è dato dall’interrogatorio che il presidente Luigi Sansone fa al signor Tortona.
Il presidente gli dice: “Signor Tortona, lei dice che questo numero è suo”.
Tortona: “Si, è davvero il mio”.
Ancora il presidente Sansone: “Ma ne è sicuro? Non ci credo molto”
“Presidente, è il mio”.
“Signor Tortona io non credo che questo numero sia il suo. Me ne dia dia una prova”.
Gli risponde il signor Tortona: “Presidè, fate il numero che io vi rispondo”.

Mai nessuno aveva fatto quel numero di telefono per verificarne l’appartenenza.

Ditemi voi se questo non è un crimine giudiziario, perché rivela la volontà di non cercare la verità, anzi di intimorirla».

Enzo Tortora e Francesca Scopelliti

Il genio: maschere da sub trasformate in respiratorie.

«[…] Si tratta della costruzione di una maschera respiratoria d’emergenza riadattando una maschera da snorkeling già in commercio»

L’ha realizzata, con tecnologia 3D, una startup di Brescia, la Isinnova.
Che ha coinvolto Decathlon che distribuisce la maschera, l’ha brevettata e ha reso disponibili immediatamente i disegni e documentazione tecnica perché possa essere riprodotta su larga scala.
E’ già funzionante all’ospedale di Chiari.

Chiamatela: collaborazione, solidarietà, scienza, impresa, ingegno, volontà, e, tecnicamente, “open source”.
Io preferisco: umanità.

Qui la notizia sul loro sito.

Liberi fino alla fine

Marco Cappato insieme a Marco Pannella
Marco Cappato insieme a Marco Pannella. Straordinaria foto di Lorenzo Ceva Valla

Marco stasera tornerà a casa e si farà un bel pianto.
Quello che trattiene a stento, con il microfono sotto al mento, quando stasera parla di Piero (lui dice Piero) Welby; quando ricorda che questa battaglia, iniziata 13 (t-r-e-d-i-c-i) anni fa, è stata fatta da decine di malati (e prova a snocciolarli sempre tutti) che hanno reso pubblica la propria condizione di sofferenza, dando corpo alla migliore Politica (il resto chiamatelo spartizione del potere) che io conosca.

E quando dice: “Chi aiuta un malato non dovrà più subire l’infamia della minaccia del carcere“.

E poi domani chiamerà, come promesso, Carmen, la mamma di Dj Fabo, e si congederà con un altro: “Ti bacio tanto”.
Il bacio del ringraziamento e della libertà.

I could almost forget

18 canzoni di Bruce (o quasi), per i suoi 70 anni.
Ho scelto quelle un po’ meno popolari, perché Bruce andrebbe conosciuto per ogni sua nota e per ogni sua parola.

Gli “inni” sono bellissimi, ma la sua musica, pescando da generi anche molto diversi ma con un filo conduttore unico, offre spunti di riflessione e divertimento, continui, potenti, profondi. Basta cercarli, senza nemmeno dover setacciare molto 😉
Buon ascolto!

Fine pena: ora. Storia di storie divergenti.

Elvio Fassone, Fine pena: ora
Elvio Fassone, Fine pena: ora

Non è una storia d’invenzione, ma qualcosa che è accaduto. Il racconto di una “seconda anima”, come la definisce l’autore, che fluisce e ingoia e mastica ogni senso, ogni dolore, ogni perverso evento delle leggi per restituirlo sfibrato, più debole, e più puro.

Salvatore è un ergastolano; Elvio Fassone è il giudice che gli ha comminato il fine pena “mai”.
Nel libro è “il presidente”: della corte di Assise che a Torino, nel maxi-processo dell’85 durato 19 mesi, decise del clan dei catanesi.
Salvatore, o, nell’ambiente, “Gatto selvatico”, è uno di loro: viene condannato alla pena dell’ergastolo. Ha 25 anni, e una legge morale tutta propria, fuori dal perimetro della civiltà.

Durante il processo il giudice Fassone aveva deciso, per tentare di allentrare un po’ il clima di tensione, di dedicare del tempo ad ascoltare imputati, già condannati, e le loro famiglie. Tutto sommato un gesto semplice ma che gli varrà il riguardo degli imputati: simile a quello di don Mariano per il capitano Bellodi ne Il Giorno della Civetta: “Lei è un uomo; lei ha rispetto”.

Un clima che permette a Salvatore di fare al giudice una richiesta estrema: di poter vedere -senza guardie e senza manette- sua madre morente. Prendendosi un’incombenza enorme, e stringendo con lui un patto di responsabilità, Fassone glielo consente.
“Sono tornato” gli sussurrerà Salvatore dalla gabbia, nell’aula del processo. Non è un atto di sfida, ma il tributo a quel patto: nessuna guardia in borghese avrebbe potuto evitare una fuga, senza quell’intesa.

Da qui si dipana il racconto seguente. Con Fassone che nei primi giorni dopo la sentenza, invia il libro “Siddharta” a Salvatore. Non è un gesto fatto per allontanare il seppur presente senso di colpa. Ma un gioco fra pari: quello di un uomo, Fassone, che interloquisce con Salvatore e ad una sua frase che egli pronunciò in sua presenza qualche mese prima: “Se io fossi nato dov’è nato suo figlio, presidente, adesso farei l’avvocato”.

Inizia così una corrispondenza che dura 25 anni. Che racconta plasticamente di come ci sia “ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore”. Di come Salvatore debba prima accettare quel perimentro di regole di civiltà che gli viene proposto; poi comprendere la pena che gli è stata inflitta; poi ancora -molto tempo dopo, nella sua seconda vita, nella sua seconda anima- ingaggiare una lotta (senza armi, ma fatta di pazienza, frutstrazione e dolore) con la burocrazia delle leggi. Una lotta che lo fiaccherà irrimediabilmente. Ma che per molti anni è stata la stessa cometa della sua vita: “Quando uscirò fuori” è la frase che lo sostiene in ogni progetto. E Fassone è il Re Magio dispensatore di speranza: “lei mi insegna le cose giuste” gli scriverà Salvatore, sottintendendo come nessuno lo abbia mai fatto.

La storia di Salvatore è la ricerca continua di una forma di restituzione, nella forma biblica di “costruttore di città”: con l’impegno alla ricerca e poi applicandosi nell’impiego (dopo venti anni di galera, quando gli sarà consentito troverà persone che “avevano paura di me, poi mi hanno conosciuto”); in carcere, attenendosi scrupolosamente alle norme (anche quando queste dilagano e contaminano e danneggiano facendo di un fascio ogni persona carcerata); diplomandosi; ricevendo il primi permesso (“Presidente, non sapevo nemmeno camminare”); mettendo al servizio la sua fantasia e la sua competenza in cucina per i “pranzi della domenica” che permette agli altri detenuti di incontrare i propri familiari imbastendo, per qualche ora, spazi di “normalità” familiare.
Ma per venticinque anni “il gioco del caso che tresca con l’assurdo” scrive una storia kafkiana sulla pelle di Salvatore, e di chissà di quanti altri carcerati: che infligge dolore senza necessità, senza consapevolezza, senza volontà: solo nell’applicazione pedissequa della norma.

Fassone è l’unica figura che rimane lì, incessantemente, come un filo rosso a cui Salvatore guarda e a volte si aggrappa; lo fa con diffidenza, con discrezione, a volte con distacco, infine con compassione: in un caleidoscopio di emozioni e di atteggiamenti che si deformano, e si acuiscono, nel corso dei lunghi anni; nel corso dei racconti di Salvatore. Per lui, il presidente, è qualcuno a cui mostrare i propri progressi e l’unico da cui riceve il supporto, la considerazione, l’incoraggiamento, infine l’amore che gli sono vitali. Tradire la sua fiducia sarebbe un po’ come tradire se stesso.

Il libro è scritto bene. L’autore, raramente, si abbandona a qualche tecnicismo di letteratura giuridica. Per il resto è evidente il gusto per la parola barocca, in cui però non eccede mai. Scrive con una mente allenata al pensiero, alla ricerca del nodo chiave, sapendo di problemi complessi.
E’ scritto senza retorica; riporta fatti; riporta le vicende di due persone che gli eventi avrebbe voluto distanti, quando non nemici. Che invece -dannatamente- si sono desiderati vicini.

PS. A questo indirizzo trovate una intervista al magistrato Elvio Fassone sul suo libro.