Categoria: Parole

Di carcere, attese, privazioni. E desideri.

Il carcere di Ascoli Piceno.

Il casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno.

Enzo sfila velocemente dal cancello, con l’anta che si sta chiudendo. “Fai attenzione -dice la guardia, in un rimprovero bonario- queste porte non si bloccano se incontrano qualcuno”. Già: questi accessi non sono fatti per gli uomini. Ma per contenerli. Non aprono varchi, ma impongono limiti.
Inizia così, con questa considerazione banale la nostra visita al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. E’ un sabato di metà Ottobre, una giornata di grigio smunto: i raggi del sole filtrano da dietro le nubi basse e lattiginose. La luce è una lama invisibile che ferisce comunque gli occhi.
Braccia che sporgono dalle sbarre. E’ la prima immagine del carcere: addirittura iconica, a cui dovrei essere preparato. Ma non lo sono. Il verde dei blindati, le braccia nude, il bianco grezzo dell’intonaco, il muro circolare che si avvita come in un girone dantesco: e il nodo che mi serra la gola. Guardo i miei compagni: non sono l’unico ad essere smarrito ed incerto; la premurosa accoglienza nel suo studio da parte della direttrice non è bastata.
“E’ questi capelli bianchi?” faccio a Raffaela, sulle scale, notando i suoi pochissimi fili candidi.
Sorride. Tesa.
“… Te l’ho già chiesto?”
“Si, me l’hai già chiesto” risponde, sorridendo di una situazione già capitata.
Avevo creduto che fossero spuntati lì, tutti in una volta. Tutti in quei minuti. Dopo aver attraversato i blindi.
No, non siamo e non sono pronto. Ho provato ad esserlo per questa visita, e a dirmi: “Non sarà nulla”. Ma non lo sono. Non credo che potrò esserlo mai: pronto a persone chiuse in gabbia.
La direttrice si avvicina alla prima cella. Ci presenta: “C’è una delegazione dei radicali in visita”. Non è esattamente così: ognuno di noi ha estrazioni politiche diverse. E sensibilità simili. Lei è cordiale; tace quando deve ma ha la capacità di sorridere e di sdrammatizzare. E’ attenta ad ogni cosa. Sa cosa dire, noi meno. Siamo impacciati. E il disagio fatica ad sciogliersi. La distanza, nonostante che le celle ci vengano aperte al nostro passaggio, fatica ad accorciarsi. Almeno per me, che resto dietro.
Succede che le persone più loquaci si avvicinano al blindato, rimangono sull’uscio. Scartano l’imbarazzo con frasi semplici, e aiutano noi a esordire nella conversazione. Succede per ogni cella: le persone detenute raccontano la loro storia, poco della loro vicenda giudiziaria, molto di come si trovano dentro, fra quelle mura dove, in piedi, tutti insieme, non ci si sta. Tu allunghi il collo, aguzzi l’udito, un po’ per ascoltare, un po’ per sbirciare fra le pareti strette. Le persone più impacciate, forse più dolenti, rimangono dietro, semi nascoste: dietro il front-man che racconta, sedute sullo sgabello guardano fuori con gli occhi grandi; o dalla branda dove si rigirano per capire chi sono gli intrusi; o nascosti dietro lo stipite della porta, seguono le labbra di chi narra. Che vorrebbero farlo anche loro: conoscessero meglio la lingua, riuscissero a vincere l’imbarazzo, sapessero -anche, anche- cosa è successo loro.
“Fuori da questa cella non mi ha aiutato nessuno.”
“Vuol dire che qui dentro ti hanno aiutato.”
“Si, decisamente. I miei compagni mi hanno salvato la vita” (Vuol dire anche, penso io, che se ti avessero aiutato fuori, non saresti qui).
Ha gli occhi azzurri delle persone dei balcani, e lo dice in un italiano perfetto. Gli altri, in circolo nella cella, in piedi appoggiati alle brande, sorridono.
“Qui siamo 2-2-2, come dico sempre. 2 romeni, 2 italiani, 2 albanesi. Non esiste il razzismo. Se possiamo – con il poco che abbiamo – ci aiutiamo sempre” Si guardano, abbassano il capo. Si abbracciano così, in uno sguardo. Con questa discrezione.
La sezione dove sono reclusi i detenuti in regime di 41 bis consta di due ali: lunghi corridoi che terminano in una finestra, chiusa da sbarre. La luce che entra nel settore è scialba, il tetto più basso. Tutto sembra più grigio; l’aria più pesante; le guardie carcerarie più giovani. Se avete frequentato qualche ippodromo, è simile ad una scuderia: manca solo il piscio che filtra da sotto le porte dei box. Ma le grate si assomigliano, il pavimento è ugualmente grezzo, le cellette ugualmente disadorne. E anche il senso di soffocamento, in locali così piccoli -dove un cavallo si muoverebbe a malapena e la mente di un uomo viene strangolata- è lo stesso.
L’ultima circolare che definisce puntigliosamente quello che è lecito e quello che non è lecito fare o detenere, se è possibile, è ancora più spietata. Una lista di oggetti, comportamenti, una numerazione asettica di arnesi, una quantificazione irreale che giunge fino alla quantificazione di parole e gesti: uno stigma di solitudine, di privazione e silenzio che nulla può avere a che fare con le necessità di sicurezza.
“Cerco di insegnare a mio figlio che le persone in divisa non sono lì perché vogliono portagli via il padre, ma perché semplicemente fanno il loro lavoro. Vorrei avere l’opportunità di insegnargli queste ed altre cose, memore dei miei errori”.
Lo stiamo ascoltando in tre, di qua della grata. Saremmo rimasti ad ascoltarlo per molto tempo ancora: persone che hanno bisogno di orecchie nuove a cui raccontarsi: che non siano le solite proprie, che non siano le solite mura che rimbalzano inerti parole e pensieri.
“Solo da pochissimo ho abbracciato per la prima volta mia figlio, ha 11 anni”. Glielo ha permesso -l’unica vera concessione fra tutte le insensate privazioni- la circolare del DAP sull’ordinamento penitenziario in tema di carcere duro. “L’ho tenuto stretto come un bambolotto -dice sorridendo un po’- però l’altro, che di anni ne ha invece 12, mi guardava stranito, un po’ arrabbiato e geloso, dall’altra parte del vetro”.
Una guardia lo sta ascoltando. Forse ha la sua stessa età: sono entrambi molto giovani. Sorride triste. Immediatamente torna ad essere compunto: come se sorridere fosse un gesto sconveniente.
22 ore rinchiusi. I detenuti dicono “no, 23”. La direttrice dice: “22: un’ora d’aria, e un’ora di palestra”. Poi capisco: anche in palestra si va da soli. Dove si continua ad essere rinchiusi in una stanza, sempre dal tetto basso, sempre con le grate alla finestre, che dà sempre sul medesimo corridoio.
“Immagina la tua vita come il un susseguirsi della stessa giornata. Sempre la medesima, sempre uguale. Domani uguale, poi domani uguale, fra tre, quattro giorni, cinque, sempre uguale”.
Un tempo dove non c’è sussulto, non c’è emozione. Non c’è vita. C’è solo questo tempo uguale, questo girare di lancette, affastellarsi continuo di secondi. Questo tempo che consuma spietato. Gli uomini.
“Qui chi non si ammazza è davvero un incosciente.”
“Si, sarebbe l’unico gesto di vitalità in mezzo a questa follia”, penso io.
….
“Perché, cuocersi il cibo?”
“[…] c’è un motivo di sicurezza per cui i detenuti non possono scambiarsi il vitto? Mi sembra una misura del tutto insensata, se non per creare inutile dolore”
“Perché, cuocersi il pranzo?”
La direttrice è stata con noi per tutto il tempo della visita. Da quello che ci ha fatto capire, non era in servizio quel sabato: ma è voluta esserci ugualmente. Ci ha accompagnato celle per cella, presentandoci come “la delegazione radicale” ad ogni detenuto, invitando tutti a colloquiare con noi.
“Lei è molto brava, Dottoressa” le faccio, scendendo le scale da un piano all’altro (la chiamano tutti così: “dottoressa”, non senza un pizzico di orgoglio) “lei è molto equilibrata”.
Mi sorride. “Questo equilibrio costa. A volte tutti vorremmo uscircene e gridare” dice, guardando la guardia che ci ha seguito nella visita. Si comprendono con uno sguardo e un sorriso mesto.
Ci offrono un caffè. Di nuovo nel cortile, dove gatti e sole, finalmente, ci baciano in fronte e ci accarezzano le mani, ci racconta un’altra storia. Quella del detenuto in affidamento che non riesce a trovare un’occupazione e “Dottoressa, non è che posso tornare dentro? Almeno qui posso lavorare”.
Lei ha la voce rotta. Io osservo i miei compagni: ricacciamo indietro le lacrime che salgono agli occhi scrutando il cielo azzurro, oltre le mura fortificate del carcere.
Tutto il personale ci ha accolto con fiducia e benevolenza, come per antichi e ottimi conoscenti di cui realizzi la mancanza solo quando li incontri di nuovo; i detenuti ci hanno onorato delle loro storie consegnandoci un po’ delle loro speranze. Entrambi fanno una comunità, ognuno per i propri compiti, dolente, spesso ironica, mai disumana; spesso subordinati e resistenti a un legislatore insensato e iniquo.
Salutiamo. Ringraziamo, e tutte le persone che ci hanno guidato nella visita ricambiano con un calore non di rito. “A presto, spero” fa la direttrice. E non c’è nessuno di noi che pensi che non sia un augurio sentito; nessuno che non pensi: “A presto, davvero”.
Solo oltre l’ultimo cancello, a me sembra davvero di vedere, fra i capelli di Raffaella, qualche filo bianco in più. Dopo 4 ore di visita, adesso possiamo ricominciare a respirare. Lentamente, aria non arsa: che non ci è sembrata mai così preziosa, anche se così greve. Abbiamo questo vago senso di scampati. E di impotenza.
La rabbia, sorda, feroce, salirà solo qualche ora dopo.
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Quello che non sai

Solo da qualche giorno ho scoperto questa canzone di Roberto Vecchioni. Che sembra non sia stata scritta da lui ma da Lo Vecchio. Ai fini: è irrilevante. Ho tenuto in loop questa canzone per molto tempo perché  la trovo di una bellezza rara. Davvero rara.

Sembra che il tema sia: è possibile comunicare solo con chi riceve / accoglie / condivide / porta con sé una parte di noi. E con noi, una parte dell’altro. Si direbbe parli di incomunicabilità. Ma forse tratta della vera follia dell’amore. Dove la comunicazione – le parole che sono armi spuntate, e più le si ama più questo è evidente, – diventa un orpello, un atto aggiuntivo e non sarebbe un caso che fra gli amanti ci si capisca senza parlare. Perché le parole non servono, perché sono state già dette, e sono state già comprese. Credere di capirsi senza parlarsi è la follia dell’Amore. Che però avviene.

Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.
— Gustave Flaubert

E quando ti cadrà lo sguardo chiaro
e tu non vorrai più darmi la mano
perché di un altro amore la festa proverai
io dovrò dirti quello che non sai…

tu te ne andrai nel battere dell’ora
tu te ne andrai così com’eri entrata
ma sarà dall’altra parte, ma sarà nell’altra stanza
ogni sorriso che sorriderai…

io dovrò dirti quello che non sai
e non ho avuto il tempo di spiegarti
e griderò una sera, se incontrerò una sera
tutto il vino e il dolore che mi darai…

e pregherò perché tu sia felice
socchiuderò la porta per guardarti
ma sarai nell’altra stanza, ma sarai nell’altra parte
non potrò dirti quello che non sai…

se quello che non sai ti può far male
bruciare un giorno solo dei tuoi giorni
perdonami del male, ricordati del bene
non posso dirti quello che non sai…

Schegge d’Amore.

amore-per-me

#1- Gli occhi di Marina Abramović e Ulay. Al loro incontro.
Qui: https://www.youtube.com/watch?v=OS0Tg0IjCp4

#2- La scena de Il Bosforo di Almásy, da Il paziente Inglese. Qui: https://www.youtube.com/watch?v=O6Wfy3F38CM&t=2s
“Ma non eravamo contrari alla proprietà?”

#3- Eugenio Montale, in Ho sceso dandoti il braccio.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
Le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
Non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

#4- La canzone Varsavia, di Pierangelo Bertoli
Qui: https://www.youtube.com/watch?v=i-76tmXCSv8
Sopratutto il verso:
“Come posso tesoro tenerti sul cuore
se stanotte a Varsavia si muore”

#5- Il film The Danish Girl. Un racconto meraviglioso e doloroso; uno dei film più intensi, emozionanti, veri che abbia mai visto.
Sopratutto in questa scena: https://www.youtube.com/watch?v=srd7r79IaXo
Gerda: “Voglio mio marito. Riportalo a me.”
Lili: “Non posso”

#6- Le foto di Daniela, la sorella di Pigi.
E’ un personaggio di un racconto di una mia amica, inedito. Daniela è totalmente assente dalla vita famigliare; guarda le beghe dei membri, con grande distrazione e distacco, sempre dietro quel maledetto smartphone. Finché un giorno, è lei stessa che presenta ai suoi famigliari un album di foto, scattate con il suo cellulare: della loro vita familiare, delle loro liti, delle loro rare carezze.

#7- Da Cime Tempestose, di Emily Bronte, questo passo:
“Il mio amore per Heathcliff somiglia alle rocce eterne che stanno sotto quegli alberi: una fonte di piacere ben poco visibile, ma necessaria. Nelly, io sono Heathcliff! Lui è sempre sempre, sempre nella mia mente: non come una gioia, non più di quanto io lo sia per me stessa, ma come il mio stesso essere. Quindi non parlare più di separazione: non è possibile.”

#8- Erich Fried, in E’ quel che è.
È assurdo
dice la ragione
È quel che è
dice l’amore
È infelicità
dice il calcolo
Non è altro che dolore
dice la paura
È vano
dice il giudizio
È quel che è
dice l’amore
È ridicolo
dice l’orgoglio
È avventato
dice la prudenza
È impossibile
dice l’esperienza
È quel che è
dice l’amore

#9- John Fante, in Chiedi alla polvere.
“Forse le cose stanno esattamente così: quelli che vale la pena di amare veramente sono quelli che ti rendono estraneo a te stesso. Quelli che riescono a estirparti dal tuo habitat e dal tuo viaggio e ti trapiantano in un altro ecosistema, riuscendo a tenerti in vita in quella giungla che non conosci e dove certamente moriresti se non fosse che loro sono lì e ti insegnano i passi, i gesti e le parole: e tu, contro ogni previsione, sei in grado di ripeterli.”

Ciò che ricordo di me è quello che sei

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Poco a poco stai entrando nella mia assenza
goccia a goccia riempiendo la mia coppa vuota
là dove sono ombra non smetti di apparire
perché soltanto in te le cose si fanno reali
allontani l’assurdo e mi dai un senso
ciò che ricordo di me è quello che sei
giungo alle tue sponde come un mare invisibile.

— Alejandro Jodorowsky

La durata è la forma delle cose.

 

  • 1988, Tunnel of Love Express Tour. E Street Band tirata a lucido, “The Horns of Love” a completarla. Bruce è la rockstar che si vede, che già il mondo conosce. il suo matrimonio con la prima -e adoratissima- moglie sta finendo. con Patti (la “rossa” nel video, e che gli darà tre figli negli anni seguenti) si sta saldando un rapporto forte, empatico.
  • 2016, Luglio. La stessa canzone, sul palco di Roma. La voce non è più la stessa (altri dicono migliore). Ma la loro sostanza, la medesima. E il feeling fra questi due che si scambiano occhi e silenzi ancora più forte, se possibile. I loro sguardi -su quel palco- sembrano una narrazione continua di cose non dette. Ma evidenti.
  • 2016, Ottobre. Esce la biografia di Bruce. Ed è lui stesso che racconta di un rapporto splendido, intenso, dolcissimo, a tratti lancinante, con sua moglie. Bruce stesso ci rivela come è lei a prendersi la responsabilità, più volte, di scendere nel buio della sua depressione, per aiutarlo.

    Perché “la durata è la forma delle cose”.

Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio.

Silenzio.

Nel corso della sua vita l’uomo non solo agisce, sogna, parla e pensa, ma tace anche qualcosa – per tutta la vita tacciamo su quel qualcuno che siamo, di cui solo noi sappiamo e di cui non possiamo parlare a nessuno. Ma noi sappiamo che quell’uomo e quel qualcosa di cui tacciamo sono «la verità», siamo noi quelli di cui tacciamo.

Sándor Márai – Terra, terra!

Se questa è vita

Danila scrive cose che spesso non condivido. Ma quando accarezza le corde del cuore, anche in temi difficili come questo, lo fa con una delicatezza, e insieme una forza, che riconosco esserle completamente proprie. Grazie di ogni singola parola, di ogni carezza. Di ogni pensiero, D.

[…]
Due mesi dopo, una mattina, il marito trovò Laura morta nel letto. Non respirava più. Era ancora rosea, esattamente come quando stava bene ed aveva, sul viso, un sorriso accennato.

Nei giorni seguenti, il corpo di Laura fu vegliato per due notti nella sua camera da letto. Eccetto per un leggero gonfiore, il suo viso rimase bello fin quando la deposero dentro la bara di mogano.
Paolo non partecipò al rito. Non perché avesse timore di sguardi, voci, mezza parole che si sarebbero certamente levate per la sua presenza, semplicemente perché – ne era convinto – Laura non era lì, in quel corpo morto. Detestava, anzi, l’esposizione della salma, la glorificazione inutile di quella carne che sarebbe presto marcita.
Laura non era lì; e non ne aveva alcun dubbio. Non era nel freddo della fronte, o nell’immobilità del petto; o nel grigio terreo di quella pelle, che invece aveva crepitato sotto le sue mani; o in quegli occhi orrendamente serrati che si erano accesi ogni volta che aveva accolto le sue parole.
Laura non era lì. La portava dentro; era stata, e avrebbe continuato ad essere una parte della sua vita. Un frammento di carne, ma di carne pulsante: come una gamba, un braccio, un occhio. Come le parole che le aveva insegnato, e che le affioravano continuamente alle labbra; come la capacità di meravigliarsi, o quella – che aveva acquisito lei nel corso degli anni – di perdonare e silenziare i propri tumulti.
Laura continuava a vivere nella sua mente, come nel gesto di scansarsi i capelli davanti gli occhi; o quello di roteare, mentre mescolava, il cucchiaino nella tazza di caffè; o quello di toccare il display del cellulare con il polpastrello dell’indice. Brandelli di Laura che si erano infilati sotto le unghie, nelle pieghe del cuore, nelle parole della mente, che non lo avrebbero mai abbandonato.
E nel dolore della perdita, nella vertigine di un nuovo inizio, questo non solo era la più efficace consolazione, ma era la certezza che avrebbe potuto continuare a viverla, e ad averla addosso, senza poter perderla mai.

Sorgente: Se questa è vita

L’Amore non finisce mai, Rob. Ciò che fa male, almeno a me, é parlarne al passato, come qualcosa che “fu” e mai più sará. Ma perché dovrei parlarne al passato se io amo mia mamma anche in questo momento, anche se sono 11 anni che non la vedo e non mi abbraccia fisicamente?