Che un vento di follia totale mi sollevi.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Io non so bene perché Licini mi fa l’effetto che mi fa.

Sono entrato decine di volte nella sua casa, e ogni volta sento un sasso piombarmi nello stomaco.
Forse perché è stato il primo artista che ho potuto vedere da vicino, e mi sentivo la passione dell’iniziato a poter considerare tutta quella bellezza. Che, 30 anni fa, non la conoscevano nemmeno in molti.

Forse perché l’ho conosciuto prima come scrittore di cose meravigliose. Per quel verso “Un miracolo, dimmi una cosa che non sia un miracolo” che è sempre con me, e perfettamente, da ateo e anticlericale impenitente, descrive la sua capacità di concepire il sacro e l’assoluto. Quella concezione che ho fatto anche un po’ la mia.
Forse per i racconti di Bruto. Per quel cuore che nessuno vuole, pulsante e sanguinante, descritto con un’ironia tagliente, nemmeno sottesa, che a si fa sarcasmo. Fino a disegnare contorni di pazzia.
Sarà per quel rosso. O per quel blu. Sarà per quegli angeli, per quei folli angeli ribelli, disegnati con forza, solennità. Timore, quasi. Così evocativi nell’empireo dei cieli, eppure così carnali ed erotici.

Sarà per tutto questo che sono felice di questo -giusto- riconoscimento veneziano. E felice per i volontari del Centro Studi Osvaldo Licini che fanno da anni un lavoro straordinario.

(E per le sue amalassunte, certo)

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Fermare il vento con le mani.

[…]
Domanda: Voi pensate che il muro possa fermavi?
Risposta: Tutti dicono di no perché abbiamo lasciato il nostro paese, le nostre case per colpa della guerra. Non sarà un muro a fermarci.
D: Quel è il tuo sogno?
R: Il voglio diventare uno scienziato. Voglio vivere la mia vita. E questo è il mio sogno.
D: Cosa hai studiato?
R: Biochimica
D: Perché sei scappato dall’Afghanistan?
R: Se conosci l’inglese e sei istruito i talebani pensano che sei un interprete degli americani. Quindi mio padre mi ha detto: “dovresti lasciare il paese e cercarti una vita migliore”.
D: Da quanto sei qui?
R: Da 5 mesi. Non abbiamo alternative. Questa è la nostra ultima possibilità.

E poi c’è il sindaco che ha ideato il “system protection”.

«Ho detto che non sono rifugiati. Sono dei criminali. Non dobbiamo mischiarci. Io proteggo l’ordine naturale del mondo.»

L’ordine naturale del mondo.

 

Fucilazione

Bolle di sapone

Un bambino faceva le bolle di sapone
dalla finestra quando mi fucilarono
sulla piazza piantata di alberi senza nome
una mattina deserta con poco sole
tra i rami secchi che non trattenevano le voci,
tra quinte grige di imposte sprangate
oscillavano effimere formazioni, grappoli
subito disfatti in acini trasparenti.
Un bimbo, solo una tenera macchia viva
in un rettangolo nero,
c’era un vasetto rosso sul davanzale,
la sola cosa rossa di quel giorno tutto grigio,
io non potevo vedere i suoi occhi
sentivo la sua anima appendersi dondolando
in cima alla cannuccia di paglia,
staccarsi con un brivido, volare in silenzio,
trattenere il fiato per pregare il vento,
attraversare il poco sole in punta di piedi,
rapita in una smorfia di felicità.
I miei carnefici gli voltavano le spalle,
nessuno di loro poté vedere le sue mani
sollevarsi in adorazione quando una bolla
più gonfia, la più bella di tutte,
partì dal davanzale come un pianeta di cristallo
e prima di scendere sali verso il tetto
come una preghiera, come una favola,
piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,
intatta e vera per il suo tempo giusto,
non ci sono abbastanza plotoni d’esecuzione
in questo mondo e in ogni altro
per fucilare tutte le bolle di sapone.

— Gianni Rodari

La città delle mille gru

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Volevo andare da moltissimo tempo. Dovevo, forse. La sogno ciclicamente: i calcinacci e i vicoli; il buio e le 99 cannelle; la polvere e piazza duomo.

All’Aquila ho trovato gru. Tante gru. Che somigliano, davvero, a grossi uccelli che allungano il becco sopra la città. Sopra ogni chiesa, ogni palazzo, ogni piazza: che sembrano di sostenerla con questi lunghi bracci in bilico fra il cielo e i tetti.
Poi ho trovato il blu di una giornata tersa, scaldata da quel poco di primavera appena arrivata; e la corolla di bianco del massiccio del Gran Sasso che incornicia la città, in mezzo alla valle.

L’ho trovato un po’ impreparata ai pochi turisti e ai molti curiosi; dignitosa e gentile per tramite dei negozianti. L’ho trovata bellissima in piazza Duomo; fra gli ori della volta della Basilica di San Bernardino; incantevole nella recuperata Basilica di Collemaggio: la chiesa di Celestino V, il piazzale fiorito, i suoi spazi monumentali, la pavimentazione con i riferimenti esoterici.

Infine, come trapunta da un vetro sottile, l’ho trovata in rinascita. In modo fragile, silenzioso, impercettibile. Eppure vivissimo.

Un giorno esisterà.

Un giorno esisterà - Rilke

Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto
un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sè,
qualcosa per cui non si penserà a completamento
e confine, ma solo a vita reale:
l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore, la muterà a fondo,
la riplasmerà in una relazione
da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello
che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste:
che due solitudini si custodiscano, delimitino
e salutino a vicenda.

Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta, 1905.

Di carcere, attese, privazioni. E desideri.

Il carcere di Ascoli Piceno.

Il casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno.

Enzo sfila velocemente dal cancello, con l’anta che si sta chiudendo. “Fai attenzione -dice la guardia, in un rimprovero bonario- queste porte non si bloccano se incontrano qualcuno”. Già: questi accessi non sono fatti per gli uomini. Ma per contenerli. Non aprono varchi, ma impongono limiti.
Inizia così, con questa considerazione banale la nostra visita al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. E’ un sabato di metà Ottobre, una giornata di grigio smunto: i raggi del sole filtrano da dietro le nubi basse e lattiginose. La luce è una lama invisibile che ferisce comunque gli occhi.
Braccia che sporgono dalle sbarre. E’ la prima immagine del carcere: addirittura iconica, a cui dovrei essere preparato. Ma non lo sono. Il verde dei blindati, le braccia nude, il bianco grezzo dell’intonaco, il muro circolare che si avvita come in un girone dantesco: e il nodo che mi serra la gola. Guardo i miei compagni: non sono l’unico ad essere smarrito ed incerto; la premurosa accoglienza nel suo studio da parte della direttrice non è bastata.

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Il colore nascosto delle cose

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Emma: “Dare un colore alle cose mi aiuta a vederle.”
Teo: “Se non hai nessuno a cui chiedere?”
E: “Decido io. Per voi è un po’ più difficile mi sa.”
[…]
T: “Beh, si, certo per noi se è una cosa è blu… è blu. É difficile che cambi colore.”
E: “Noi invece -anche volendo- non possiamo fermarci all’apparenza.”

Un film che a me è apparso bellissimo. Fatto di corpi e di parole, dai dialoghi nevrili; ironici, profondi e delicati. Non troverete il melenso racconto intorno ad un handicap. Intorno ad una mancanza. Troverete la storia di una relazione, o di più relazioni, di amore a loro modo, nella loro capacità vorticosa di cambiare. Da dentro. Dove la condizione di cecità è solo uno dei mezzi per esplorare il mondo.

E’ un film fatto di simboli.

Il bastone. Emma lo usa per farsi spazio nel mondo, e dargli forma. Usa le mani -sul viso di Teo-, e il suo bastone. Che richiude quando non serve, che apre quando fa passi per prendersi il suo ambiente, e trovare la sua realizzazione; il suo modo -pieno- di essere. E che Teo usa come simbolo -meschino- della sostanza di Emma: manco fosse solo un bastone, non la donna che lo regge.
Il bastone. L’attrezzo che Emma implora Nadia di usare. Che -mentre in Emma- è mezzo di libertà ed emancipazione, in Nadia è ghetto, isolamento, emarginazione emotiva e sociale. E che poi diviene liberazione. Un volo che, nel dolore, doveva conservare dentro di sé, come utopia, come idea, come obiettivo: il terribile bastone era lì, nella sua stanza; lo trae da sopra la mensola dei libri, lo dispiega e si prende il suo spazio, ponendo i propri confini. E rivendicando, verso sé stessa principalmente, la libertà di esistere, in mezzo alla tragedia di cui è vittima. Sospinta -chissà se sarebbe stato possibile in prima persona- dalla forza, forse dalla necessità, dall’amore per la sua amica e insegnante. Si prende il suo mondo, scoprendo che la liberazione passa dalla prossimità ad altri.

Il corpo. Emma tiene e si fa tenere. Si avvicina. Si aggrappa. Il corpo le infligge dolore. E’ un corpo che si piega, che soffre, che oscilla e non cade. Un corpo che gode di sesso e piacere, e che sa cercarlo. Un corpo che riduce le distanze, e lo fa con fiducia. Con generosità -vitale- quando qualcuno offre il suo braccio, credendo di sostenerla. E invece riceve il regalo della fiducia di lei.
Il corpo. Quello di Emma è un corpo che non vede. “La gente crede che siamo anche sordi”. Ma è un corpo che esplora: con le mani il viso di Teo. Con il bastone -suo prolungamento- il mondo. Con l’olfatto, con l’intuizione. E lo fa oltre gli occhi, oltre l’apparenza a cui -costituzionalmente- non può fermarsi.
Il corpo di Emma è un corpo che piega e che indaga altri corpi. Che cura, probabilmente, lasciandosi curare a sua volta.

Un film da vedere, un film da cui farsi toccare. Fatevi accarezzare dalle mani e dalle parole di Emma; entrate nella vita disarticolata di Teo; nella mente dolente di Nadia. Otterrete mani nuove con cui sentire il mondo.