È la stampa, bellezze!

È la stampa, bellezze! 17 storie, 17 giornaliste siciliane, 17 vita da raccontare: in bilico fra  in bilico quotidiano, passione e professione.
È la stampa, bellezze! 17 storie di 17 giornaliste siciliane.

Una dolcissima raccolta di racconti che illumina (di luce calda, ironica, cordiale) un angolo del giornalismo italiano poco conosciuto. Quello dove, sicuramente, passione e amore per il proprio lavoro sono le motivazioni principali, prima, molto prima, della soddisfazione economica; quello che sembra un impiego così border-line che quando qualcuno accenna a svolgere il lavoro di giornalista ci scappa di incurvare il sopracciglio e chiedere “ma ti pagano?”; quello che fuori dai grandi media sembra non esistere: minimizzato, precario, sminuito.
E invece no. Eppure c’è. E queste 17 ragazze, donne, giornaliste, ce lo raccontano. Nella loro vita in bilico perpetuo fra quotidiano, passione, penna e microfono.

Con la Sicilia sullo sfondo, il libro si legge in un soffio. Perché è scritto benissimo (ci mancherebbe!), e le storie ci sono tutte vicine. Vicine vicine.
Che una delle autrici sia la mia amica Jana – anzi: coprotagonista – è solo incidentale. Anzi: ne aumenta la bellezza.
Leggetelo.

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Tutta ‘a vita annanz’

Che bella.
Ascoltatela.
La musica quando la si fa: con dentro tutte le voci, le intimità, le emozioni, le malinconie, le imperfezioni di Napoli.
No, non riesco a capire tutte le parole. 
Ma comprendo la tenerezza, la dolcezza, la passione. La forza.
E mi sembra un capolavoro.
Grazie a Gnut e Alessio Sollo.

L’intervista agli autori sul loro nuovo album è a questo indirizzo.

La tradizione, più o meno, dovrebbe essere:

Nun vulenne me so’ annammurato ‘e te
  Senza volerlo mi sono innamorato di te

m’hanno fatt ‘e buchi ‘mpietto l’uocchie tuoje
  Mi hanno fatto dei buchi nel petto gli occhi tuoi

‘a cervella murmuliava ‘e ‘nce cade’
  il cervello mormorava: “non caderci”

comm a sempe o’ core ha fatt a capa soja
  ma come sempre il cuore ha fatto di testa sua

antrasatte m’agge fatt arrevuta’
  all’improvviso mi sono fatto coinvolgere

si’ trasuta nt’ ‘e penzieri mi chiu’ bell
  sei entrata nei miei pensieri più belli

quanne po’ scurnosa he ritt ‘a verità
  quando, timida, mi hai detto la verità

‘nzieme o’ sole ‘ncielo so turnate ‘e stelle
  insieme al sole, in cielo, sono tornate le stelle

primm ca’ facesse ‘a parte ‘e l’omm o’ core
  prima che il cuore facesse la parte dell’uomo

curaggiosa tu nun he perduto tiempo
  tu coraggiosa non hai perso tempo

l’he pigliato doce ‘e pietto chillu sciore
  lo hai preso dolcemente nel petto quel fiore

je guardava a te e respiravo a stiento
  io guardavo te e respiravo a stento

è bastato nu surriso e doje parole
  è bastato un sorriso e due parole

pe’ me fa senti’ ‘e farfalle dint’a panza
  per farmi sentire le farfalle dentro la pancia

m’he paruto comm o’ primm juorne ‘e scola
  mi è sembrato come il primo giorno di scuola

quanne tieni ancora tutt ‘a vita annanz.
  quando hai tutta la vita dinanzi.

Anche, gli ultimi. Ma sopratutto i colpevoli.

No, non solo gli ultimi. Anche gli ultimi.
Faber cantava gli schifati, i rifiutati. 
Quelli colpiti da una damnatio memoriae che dovrebbe silenziare la nostra parte nera. E ovviamente non ci riesce mai.
Cantava quelli colpiti dal disgusto e dal disprezzo sociale. Dallo stigma di una società perbenista che li vorrebbe maledetti, silenziati, allontanati, morti -addirittura-: i carcerati, le puttane, i rom, gli omicidi, i pazzi, i traditori.
E i colpevoli. Colpevoli di essere -spesso fieramente, con la dignità che Faber riusciva a riconoscer loro- quello che sono.

«C’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore.»

Quel posto morbido e perfetto

dan-fante-quel-posto-morbido

Quel posto
morbido
il tuo tenero interno coscia
simile alla guancia di un fiore
e poi
il tuo sapore pungente
che si espande sulla tua lingua

quella nostra prima volta, grandiosa

come la dolcezza del dormire ad occhi aperti
o
come quando – a cinque anni – ho scoperto
l’incredibile magia dell’organo a vapore
al sicuro tra le braccia robuste di mio padre
sulla giostra del molo di Santa Monica
che girava e girava senza più fermarsi

da allora nulla
tranne te
e quella sensazione
è mai stato più perfetto

— Dan Fante

“Sono sperante”. Sulla mia pelle.

Sulla mia pelle. Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Sulla mia pelle. Il Film.

“Ma sei credente?”, chiede la signora.
“Sono sperante”.

Sorride Stefano, con quel suo sorriso beffardo e dolorante. Verso cui si ha subito una simpatia immediata, più che per la sua inflessione romana. Sorride, e ci fa sorridere di rimando. Ma è l’unica nota lieve che ci strappa questa storia gelida.
Non so se davvero Stefano l’abbia mai pronunciata questa frase. In ogni modo, a me è sembrata un piccolo miracolo. Un miracolo di tenerezza, di circoscritta e debolissima commozione; una frattura di luce nel piombo della vicenda. Che evoca il farsi speranza di Paolo e di Marco, l’anziché averne.

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Che un vento di follia totale mi sollevi.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Io non so bene perché Licini mi fa l’effetto che mi fa.

Sono entrato decine di volte nella sua casa, e ogni volta sento un sasso piombarmi nello stomaco.
Forse perché è stato il primo artista che ho potuto vedere da vicino, e mi sentivo la passione dell’iniziato a poter considerare tutta quella bellezza. Che, 30 anni fa, non la conoscevano nemmeno in molti.

Forse perché l’ho conosciuto prima come scrittore di cose meravigliose. Per quel verso “Un miracolo, dimmi una cosa che non sia un miracolo” che è sempre con me, e perfettamente, da ateo e anticlericale impenitente, descrive la sua capacità di concepire il sacro e l’assoluto. Quella concezione che ho fatto anche un po’ la mia.
Forse per i racconti di Bruto. Per quel cuore che nessuno vuole, pulsante e sanguinante, descritto con un’ironia tagliente, nemmeno sottesa, che a si fa sarcasmo. Fino a disegnare contorni di pazzia.
Sarà per quel rosso. O per quel blu. Sarà per quegli angeli, per quei folli angeli ribelli, disegnati con forza, solennità. Timore, quasi. Così evocativi nell’empireo dei cieli, eppure così carnali ed erotici.

Sarà per tutto questo che sono felice di questo -giusto- riconoscimento veneziano. E felice per i volontari del Centro Studi Osvaldo Licini che fanno da anni un lavoro straordinario.

(E per le sue amalassunte, certo)

Fermare il vento con le mani.

[…]
Domanda: Voi pensate che il muro possa fermavi?
Risposta: Tutti dicono di no perché abbiamo lasciato il nostro paese, le nostre case per colpa della guerra. Non sarà un muro a fermarci.
D: Quel è il tuo sogno?
R: Il voglio diventare uno scienziato. Voglio vivere la mia vita. E questo è il mio sogno.
D: Cosa hai studiato?
R: Biochimica
D: Perché sei scappato dall’Afghanistan?
R: Se conosci l’inglese e sei istruito i talebani pensano che sei un interprete degli americani. Quindi mio padre mi ha detto: “dovresti lasciare il paese e cercarti una vita migliore”.
D: Da quanto sei qui?
R: Da 5 mesi. Non abbiamo alternative. Questa è la nostra ultima possibilità.

E poi c’è il sindaco che ha ideato il “system protection”.

«Ho detto che non sono rifugiati. Sono dei criminali. Non dobbiamo mischiarci. Io proteggo l’ordine naturale del mondo.»

L’ordine naturale del mondo.