Cos’era

pomeriggio-tramonto

I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; il suo azzurro, l’ombra che proiettava,
che cadeva a riempire l’oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori di sé, fuori di qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto entro un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un’alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo vuoto tenero, piccolo che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, una volta essendo stato, era…

II
Era l’inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sui capelli.
Era quello, ed era più di quello; era il vento che sbranava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l’ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz’altro era quello.
Era anche l’evento mai avvenuto – un momento tanto pieno
che quando se ne andò, come doveva, nessun dolore era tanto grande
da contenerlo. Era la stanza che sembrava immutata
dopo così tanti anni. Era quello. Era il cappello
che s’era dimenticata, la penna lasciata sul tavolo da lei.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, giorni. Era quello. Solo quello.

— Mark Strand

Ciò che ricordo di me è quello che sei

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Poco a poco stai entrando nella mia assenza
goccia a goccia riempiendo la mia coppa vuota
là dove sono ombra non smetti di apparire
perché soltanto in te le cose si fanno reali
allontani l’assurdo e mi dai un senso
ciò che ricordo di me è quello che sei
giungo alle tue sponde come un mare invisibile.

— Alejandro Jodorowsky

La durata è la forma delle cose.

 

  • 1988, Tunnel of Love Express Tour. E Street Band tirata a lucido, “The Horns of Love” a completarla. Bruce è la rockstar che si vede, che già il mondo conosce. il suo matrimonio con la prima -e adoratissima- moglie sta finendo. con Patti (la “rossa” nel video, e che gli darà tre figli negli anni seguenti) si sta saldando un rapporto forte, empatico.
  • 2016, Luglio. La stessa canzone, sul palco di Roma. La voce non è più la stessa (altri dicono migliore). Ma la loro sostanza, la medesima. E il feeling fra questi due che si scambiano occhi e silenzi ancora più forte, se possibile. I loro sguardi -su quel palco- sembrano una narrazione continua di cose non dette. Ma evidenti.
  • 2016, Ottobre. Esce la biografia di Bruce. Ed è lui stesso che racconta di un rapporto splendido, intenso, dolcissimo, a tratti lancinante, con sua moglie. Bruce stesso ci rivela come è lei a prendersi la responsabilità, più volte, di scendere nel buio della sua depressione, per aiutarlo.

    Perché “la durata è la forma delle cose”.

Consacrato Blu

Laguna dello Stagnone. Marsala, Trapani.

Laguna dello Stagnone. Marsala, Trapani.

 

La poesia è tratta da questo bellissimo post dell’autrice: dedicata alla Sicilia.

*

Ridurre la piega che di netto
consacrato Blu
mi cava gli occhi?

O dirti
nei crostoni spumati
su saracene albe
affidate a chi non ha memoria?

E dirti, spaccando il bacio
insenato tra baie
spariglianubi, un soprassalto
di luce nel giorno?

Alba Gnazi
Agrigento, 25/07/2016

Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio.

Silenzio.

Nel corso della sua vita l’uomo non solo agisce, sogna, parla e pensa, ma tace anche qualcosa – per tutta la vita tacciamo su quel qualcuno che siamo, di cui solo noi sappiamo e di cui non possiamo parlare a nessuno. Ma noi sappiamo che quell’uomo e quel qualcosa di cui tacciamo sono «la verità», siamo noi quelli di cui tacciamo.

Sándor Márai – Terra, terra!

Taci anima mia

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Taci, anima mia. Son questi i tristi giorni
in cui senza volontà si vive,
i giorni dell’attesa disperata.
Come l’albero ignudo a mezzo inverno
che s’attriste nella deserta corte
io non credo di mettere più foglie
e dubito d’averle messe mai.
Andando per la strada così solo
tra la gente che m’urta e non mi vede
mi pare d’esser da me stesso assente.
E m’accalco ad udire dov’è ressa
sosto dalle vetrine abbarbagliato
e mi volto al frusciare d’ogni gonna.
Per la voce d’un cantastorie cieco
per l’improvviso lampo d’una nuca
mi sgocciolano dagli occhi sciocche lacrime
mi s’accendon negli occhi cupidigie.
Chè tutta la mia vita è nei miei occhi:
ogni cosa che passa la commuove
come debola vento un’acqua morta.

Io son come uno specchio rassegnato
che riflette ogni cosa per la via.
In me stesso non guardo perché nulla
vi troverei…

E, venuta la sera, nel mio letto
mi stendo lungo come in una bara.

— Camillo Sbarbaro