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Quello che non sai

Solo da qualche giorno ho scoperto questa canzone di Roberto Vecchioni. Che sembra non sia stata scritta da lui ma da Lo Vecchio. Ai fini: è irrilevante. Ho tenuto in loop questa canzone per molto tempo perché  la trovo di una bellezza rara. Davvero rara.

Sembra che il tema sia: è possibile comunicare solo con chi riceve / accoglie / condivide / porta con sé una parte di noi. E con noi, una parte dell’altro. Si direbbe parli di incomunicabilità. Ma forse tratta della vera follia dell’amore. Dove la comunicazione – le parole che sono armi spuntate, e più le si ama più questo è evidente, – diventa un orpello, un atto aggiuntivo e non sarebbe un caso che fra gli amanti ci si capisca senza parlare. Perché le parole non servono, perché sono state già dette, e sono state già comprese. Credere di capirsi senza parlarsi è la follia dell’Amore. Che però avviene.

Nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura di ciò che pensa, di ciò che soffre, della necessità che lo incalza, e la parola umana è spesso come un pentolino di latta su cui andiamo battendo melodie da far ballare gli orsi mentre vorremmo intenerire le stelle.
— Gustave Flaubert

E quando ti cadrà lo sguardo chiaro
e tu non vorrai più darmi la mano
perché di un altro amore la festa proverai
io dovrò dirti quello che non sai…

tu te ne andrai nel battere dell’ora
tu te ne andrai così com’eri entrata
ma sarà dall’altra parte, ma sarà nell’altra stanza
ogni sorriso che sorriderai…

io dovrò dirti quello che non sai
e non ho avuto il tempo di spiegarti
e griderò una sera, se incontrerò una sera
tutto il vino e il dolore che mi darai…

e pregherò perché tu sia felice
socchiuderò la porta per guardarti
ma sarai nell’altra stanza, ma sarai nell’altra parte
non potrò dirti quello che non sai…

se quello che non sai ti può far male
bruciare un giorno solo dei tuoi giorni
perdonami del male, ricordati del bene
non posso dirti quello che non sai…

Canzone per Alda Merini

Stamattina Facebook mi ricorda questa trascrizione che devo aver fatto proprio il 3 Maggio 2012 – non so bene da cosa – dove, invento con una certa sicurezza – lo stesso Vecchioni racconta la generazione e il significato di questa canzone.
Se qualche lettore dovesse riconoscere di aver ascoltato in qualche luogo queste parole sarei grato se lo dicesse 🙂

La canzone per Alda che alla fine degli anni novanta viene perché non ne potevo più… Un giorno le ho chiesto: ma tu sei felice?… che cosa sarà la felicità per i poeti… e lei mi rispose in un modo secondo me bellissimo… basta niente per essere felici: basta vivere come le cose che dici e dividerti in tutte le cose che hai per non perderle mai… è il massimo quello che hai detto, è vero, la felicità secondo me è questo… e allora le ho detto: guarda Alda io parto da qui, ti faccio una canzone che sarà la tua, permetti anche mia perché ti amo, però questi quattro versi me li devi lasciare, perché sono il centro di tutto quello che sei tu.
E infatti la canzone è quello che è lei adesso: il dramma di Gerico, il problema del tornare non al cielo ma all’inferno,inizia la canzone inizia con una realtà pazzesca, cioè questo manicomio dove le legavano i polsi, addirittura… non poteva scrivere, anche perché, se l’avesse voluto, con i polsi legati, quindi non poteva farlo. E poi elettroshock e tutto il resto…una specie di viaggio verso la… di se stessa che passa attraverso un sacco di gironi infernali: le figlie che non vengono, le perde, che se ne vanno da tutte le parti del mondo.
E a questo punto c’è la domanda: ma con tutto quello che hai passato, come fai ad essere felice? Perché io non ho mai perso niente… le cose… non ho mai diviso la mia vita da quello che ho scritto, non ho mai diviso la mia vita da quello che ho pensato e mi sono divisa in tutte le persone che ho amato e me le sono tenuta…
E mi sono detto: questa è la risposta che è un grandissimo, grandissimo… mi ha dato questo input per farlo. E poi metterci una melodia su una canzone così è stato facilissimo perché è proprio il crescendo di una donna che vuole gridare a tutti: io sono libera. E infatti la canzone finisce gridando: sono libere le mie mani, libera la mia bocca, è libero il mio cuore, libero il sesso, è libero tutto dentro di me. E tutto questo per dire: la vita è libertà, nonostante tutto quello che ho passato. E questa è la canzone raccontata, si può anche raccontare una canzone!

La stazione di Zima. Scegliere di restare. O andare.

Il Prof, quando gli chiesero della candidatura a Nobel, citò questa canzone come la massima espressione della sua arte.
E’ una canzone che ascolto sempre con grande commozione.
Ma in verità è una canzone che non capisco. Che credo di non riuscire a cogliere appieno. C’è questo signore (con la s minuscola) che conversa con il Signore (con la s maiuscola). Il quale, il Signore stesso, gli dice (non è una richiesta, è quasi un vincolo) di non scendere. Non scendere a Zima, in questa stazione un po’ decadente (“c’è solo un vaso di gerani”), che rappresenta la fine dei giorni. Forse un Dio magnanimo, un Dio che racconta la Sua stessa magnificenza (“così grande”… forse la vita dopo la morte, le “milioni di stelle inutili”) che un uomo, che si definisce “solo un uomo”, decide di non ascoltare. Lui – l’uomo – decide di scendere.
E’ come se la pienezza dell’umanità avvenisse proprio a Zima. Nell’incontro con la morte. In questa “consistenza lieve delle foglie” che ci accomuna: nella consapevolezza (orgogliosa) della propria finitezza, che raggiungiamo “tenendoci per mano”. “L’importante è la mia vita finché sarà la mia”: oppure, o per estensione, la consistenza della vita sta nella capacità di accostarsi o allontanarsi da questo Dio (e da tutto quello che vediamo come un “Dio”). E di decidere diversamente, autonomamente, se se ne sente il bisogno. Forse questo bisogno è semplicemente “ciò che in quel momento riteniamo giusto”. Fino alla chiusa finale: io, uomo, ho deciso della mia vita, con gli strumenti che la mia imperfezione umana mi da. Non ho null’altro da chiedere a me stesso: adesso, Signore, vieni a prendermi, “quando ti va”. E sembra sottolineare, che questa scelta, di ogni scelta autonoma e fatta secondo coscienza, Dio non può che compiacersene, a sua volta.

Ma è una visione che non mi convince totalmente. Se qualche lettore volesse dire la sua farebbe cosa gradita 🙂