Categoria: Eventi

Anche, gli ultimi. Ma sopratutto i colpevoli.

No, non solo gli ultimi. Anche gli ultimi.
Faber cantava gli schifati, i rifiutati. 
Quelli colpiti da una damnatio memoriae che dovrebbe silenziare la nostra parte nera. E ovviamente non ci riesce mai.
Cantava quelli colpiti dal disgusto e dal disprezzo sociale. Dallo stigma di una società perbenista che li vorrebbe maledetti, silenziati, allontanati, morti -addirittura-: i carcerati, le puttane, i rom, gli omicidi, i pazzi, i traditori.
E i colpevoli. Colpevoli di essere -spesso fieramente, con la dignità che Faber riusciva a riconoscer loro- quello che sono.

«C’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore.»

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“Sono sperante”. Sulla mia pelle.

Sulla mia pelle. Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Sulla mia pelle. Il Film.

“Ma sei credente?”, chiede la signora.
“Sono sperante”.

Sorride Stefano, con quel suo sorriso beffardo e dolorante. Verso cui si ha subito una simpatia immediata, più che per la sua inflessione romana. Sorride, e ci fa sorridere di rimando. Ma è l’unica nota lieve che ci strappa questa storia gelida.
Non so se davvero Stefano l’abbia mai pronunciata questa frase. In ogni modo, a me è sembrata un piccolo miracolo. Un miracolo di tenerezza, di circoscritta e debolissima commozione; una frattura di luce nel piombo della vicenda. Che evoca il farsi speranza di Paolo e di Marco, l’anziché averne.

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Che un vento di follia totale mi sollevi.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Io non so bene perché Licini mi fa l’effetto che mi fa.

Sono entrato decine di volte nella sua casa, e ogni volta sento un sasso piombarmi nello stomaco.
Forse perché è stato il primo artista che ho potuto vedere da vicino, e mi sentivo la passione dell’iniziato a poter considerare tutta quella bellezza. Che, 30 anni fa, non la conoscevano nemmeno in molti.

Forse perché l’ho conosciuto prima come scrittore di cose meravigliose. Per quel verso “Un miracolo, dimmi una cosa che non sia un miracolo” che è sempre con me, e perfettamente, da ateo e anticlericale impenitente, descrive la sua capacità di concepire il sacro e l’assoluto. Quella concezione che ho fatto anche un po’ la mia.
Forse per i racconti di Bruto. Per quel cuore che nessuno vuole, pulsante e sanguinante, descritto con un’ironia tagliente, nemmeno sottesa, che a si fa sarcasmo. Fino a disegnare contorni di pazzia.
Sarà per quel rosso. O per quel blu. Sarà per quegli angeli, per quei folli angeli ribelli, disegnati con forza, solennità. Timore, quasi. Così evocativi nell’empireo dei cieli, eppure così carnali ed erotici.

Sarà per tutto questo che sono felice di questo -giusto- riconoscimento veneziano. E felice per i volontari del Centro Studi Osvaldo Licini che fanno da anni un lavoro straordinario.

(E per le sue amalassunte, certo)

Fermare il vento con le mani.

[…]
Domanda: Voi pensate che il muro possa fermavi?
Risposta: Tutti dicono di no perché abbiamo lasciato il nostro paese, le nostre case per colpa della guerra. Non sarà un muro a fermarci.
D: Quel è il tuo sogno?
R: Il voglio diventare uno scienziato. Voglio vivere la mia vita. E questo è il mio sogno.
D: Cosa hai studiato?
R: Biochimica
D: Perché sei scappato dall’Afghanistan?
R: Se conosci l’inglese e sei istruito i talebani pensano che sei un interprete degli americani. Quindi mio padre mi ha detto: “dovresti lasciare il paese e cercarti una vita migliore”.
D: Da quanto sei qui?
R: Da 5 mesi. Non abbiamo alternative. Questa è la nostra ultima possibilità.

E poi c’è il sindaco che ha ideato il “system protection”.

«Ho detto che non sono rifugiati. Sono dei criminali. Non dobbiamo mischiarci. Io proteggo l’ordine naturale del mondo.»

L’ordine naturale del mondo.

 

Fucilazione

Bolle di sapone

Un bambino faceva le bolle di sapone
dalla finestra quando mi fucilarono
sulla piazza piantata di alberi senza nome
una mattina deserta con poco sole
tra i rami secchi che non trattenevano le voci,
tra quinte grige di imposte sprangate
oscillavano effimere formazioni, grappoli
subito disfatti in acini trasparenti.
Un bimbo, solo una tenera macchia viva
in un rettangolo nero,
c’era un vasetto rosso sul davanzale,
la sola cosa rossa di quel giorno tutto grigio,
io non potevo vedere i suoi occhi
sentivo la sua anima appendersi dondolando
in cima alla cannuccia di paglia,
staccarsi con un brivido, volare in silenzio,
trattenere il fiato per pregare il vento,
attraversare il poco sole in punta di piedi,
rapita in una smorfia di felicità.
I miei carnefici gli voltavano le spalle,
nessuno di loro poté vedere le sue mani
sollevarsi in adorazione quando una bolla
più gonfia, la più bella di tutte,
partì dal davanzale come un pianeta di cristallo
e prima di scendere sali verso il tetto
come una preghiera, come una favola,
piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,
intatta e vera per il suo tempo giusto,
non ci sono abbastanza plotoni d’esecuzione
in questo mondo e in ogni altro
per fucilare tutte le bolle di sapone.

— Gianni Rodari

Nulla che sia in potere dell’uomo.

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Belgrado, Europa, 2017. Migranti. (La foto è di Eleonora Camilli)

«[…] A poco a poco prevale il silenzio, e allora, dalla mia cuccetta che è al terzo piano, si vede e si sente che il vecchio Kuhn prega, ad alta voce, col berretto in testa e dondolando il busto con violenza. Khun ringrazia Dio perché non è stato scelto.

Khun è un insensato. Non vede, nella cuccetta accanto, Beppo il greco che ha vent’anni, e dopodomani andrà in gas, e lo sa, e se ne sta sdraiato e guarda fisso la lampadina senza dire niente e senza pensare più niente? Non sa Kuhn che la prossima volta sarà la sua volta? Non capisce Kuhn che è accaduto oggi un abominio che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà risanare mai più?

Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn.»

— P. Levi, Se questo è un uomo.

Ciò che ricordo di me è quello che sei

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Poco a poco stai entrando nella mia assenza
goccia a goccia riempiendo la mia coppa vuota
là dove sono ombra non smetti di apparire
perché soltanto in te le cose si fanno reali
allontani l’assurdo e mi dai un senso
ciò che ricordo di me è quello che sei
giungo alle tue sponde come un mare invisibile.

— Alejandro Jodorowsky