Etichettato: poesia

L’Infinito. Tonda, incalzante, intima bellezza.

L’Infinito. Per le vie di Recanati.

Io lo ricordo perfettamente.
Ricordo perfettamente che inforcò i mezzi occhiali -verdi- che teneva sempre in borsa; che li fece scivolare un po’ verso la punta del naso; e quindi passare il cordino dietro la nuca, in quel suo gesto un po’ impacciato.

Poi prese il libro -la mia maestra; frequentavo la seconda, al massimo la terza elementare-; lo piegò un po’ -con religiosità- facendo scorrere con energia il palmo fra le pagine; e -come sempre per tenerlo aperto- nella piega infilò il dito indice.

Poi lesse. Lesse l’Infinito.
Solo su “colle” ci scrutò da sopra gli occhiali, e perse un po’ di attenzione; poi la lettura si fece quel lungo, caldo, febbrile, nascosto incedere che è.
E lesse “quiete” dilatando il suono della i; scese di tono su “fingo”; e vibrò la voce su “stormir”; quindi allungò i suoni di “comparando”, quasi a sillabarla, con lentezza incalzante; squillò la voce, gradualmente, dall'”eterno” fino al “suon di lei”. 
E infine il meritato riposo: la pausa del mare. L’infinito-mare.
Mentre accompagnava le sue parole faceva movimenti dolcissimi del polso, come un consumato direttore d’orchestra.

Rimasi sbalordito. Non avevo capito niente. Ma avevo compreso benissimo.
La mia maestra è morta solo qualche anno fa. Le devo un sacco di cose: anche l’amore per la poesia; il gusto della parola tonda, perfetta. E l’amore per la bellezza.

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Tutta ‘a vita annanz’

Che bella.
Ascoltatela.
La musica quando la si fa: con dentro tutte le voci, le intimità, le emozioni, le malinconie, le imperfezioni di Napoli.
No, non riesco a capire tutte le parole. 
Ma comprendo la tenerezza, la dolcezza, la passione. La forza.
E mi sembra un capolavoro.
Grazie a Gnut e Alessio Sollo.

L’intervista agli autori sul loro nuovo album è a questo indirizzo.

La tradizione, più o meno, dovrebbe essere:

Nun vulenne me so’ annammurato ‘e te
  Senza volerlo mi sono innamorato di te

m’hanno fatt ‘e buchi ‘mpietto l’uocchie tuoje
  Mi hanno fatto dei buchi nel petto gli occhi tuoi

‘a cervella murmuliava ‘e ‘nce cade’
  il cervello mormorava: “non caderci”

comm a sempe o’ core ha fatt a capa soja
  ma come sempre il cuore ha fatto di testa sua

antrasatte m’agge fatt arrevuta’
  all’improvviso mi sono fatto coinvolgere

si’ trasuta nt’ ‘e penzieri mi chiu’ bell
  sei entrata nei miei pensieri più belli

quanne po’ scurnosa he ritt ‘a verità
  quando, timida, mi hai detto la verità

‘nzieme o’ sole ‘ncielo so turnate ‘e stelle
  insieme al sole, in cielo, sono tornate le stelle

primm ca’ facesse ‘a parte ‘e l’omm o’ core
  prima che il cuore facesse la parte dell’uomo

curaggiosa tu nun he perduto tiempo
  tu coraggiosa non hai perso tempo

l’he pigliato doce ‘e pietto chillu sciore
  lo hai preso dolcemente nel petto quel fiore

je guardava a te e respiravo a stiento
  io guardavo te e respiravo a stento

è bastato nu surriso e doje parole
  è bastato un sorriso e due parole

pe’ me fa senti’ ‘e farfalle dint’a panza
  per farmi sentire le farfalle dentro la pancia

m’he paruto comm o’ primm juorne ‘e scola
  mi è sembrato come il primo giorno di scuola

quanne tieni ancora tutt ‘a vita annanz.
  quando hai tutta la vita dinanzi.

Quel posto morbido e perfetto

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Quel posto
morbido
il tuo tenero interno coscia
simile alla guancia di un fiore
e poi
il tuo sapore pungente
che si espande sulla tua lingua

quella nostra prima volta, grandiosa

come la dolcezza del dormire ad occhi aperti
o
come quando – a cinque anni – ho scoperto
l’incredibile magia dell’organo a vapore
al sicuro tra le braccia robuste di mio padre
sulla giostra del molo di Santa Monica
che girava e girava senza più fermarsi

da allora nulla
tranne te
e quella sensazione
è mai stato più perfetto

— Dan Fante

Un giorno esisterà.

Un giorno esisterà - Rilke

Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto
un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sè,
qualcosa per cui non si penserà a completamento
e confine, ma solo a vita reale:
l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore, la muterà a fondo,
la riplasmerà in una relazione
da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà a quello
che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste:
che due solitudini si custodiscano, delimitino
e salutino a vicenda.

Rainer Maria Rilke – Lettere a un giovane poeta, 1905.

I vostri nomi

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Ieri sono stato a trovarti, papà,
la luce in questi giorni non è tagliata dall’ombra
negli alberi senza vento c’è l’odore secco dell’aria
per come posso, ti ho portato il racconto dei temporali,
l’odore di inverno sulle tempie
a Chiusaforte è nevicato, nevica sempre
e le fontane sono ghiacciate
penso, per qualche momento, che tu sia ancora lassù
ad accatastare legna con cura
e non in luoghi come questi
la casa di riposo con la pista per le bocce
dove state raccolti come le foglie nel parco
uniti nell’attesa, lontani dalle città assediate.
Dicevate domani, dicevate questo è il figlio
e con il silenzio del fischio nella bufera
i vostri nomi sono andati via
voi che siete stati popolo e ombra
remissione e forza
il tuo nome, papà, e quello di Bruno, che non era un’antilope
e tirava sassate al pettirosso sul ramo più alto
o quello di Giordano, o quello di Cesare, o quello di Alfredo, l’artigliere
o quello di quelli che, come te, sono stati bambini
che hanno detto domani.
E adesso non è troppo dire
quanto poche sono le foglie cadute
sui giorni di novembre
per dire cos’è l’inverno negli occhi mentre viene
tutto il poco possibile è qui,
nei vostri corpi piegati come l’ulivo
sulle vostre facce di monete graffiate
in questo spazio, in questo tempo confusi
come il cielo e la terra quando nevica,
e se c’è un’uscita, papà, anche se non posso dire domani,
la sua luce sulla soglia
è questo stare dei tuoi occhi dentro i miei
questo pensarvi vivi, liberi e scalzi
le tasche piene di sassi, la memoria di voi
che trema in noi
come una stella incoronata di buio.

— Pierluigi Cappello

Io mi porto questo verde alle labbra

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Io mi porto questo verde alle labbra
questo vischioso giurare di foglie –
questa terra che è spergiura: madre
di bucaneve, aceri, quercioli.

Mi piego alle umili radici, e guarda
come divento insieme cieco e forte;
non fa dono, il risonante parco
di una sontuosità eccessiva agli occhi?

E – palline di mercurio – le rane
con le voci s’agglomerano a palla;
i nudi stecchi si mutano in rami
e in lattea finzione il vapore dell’aria.

— 30 aprile 1937, Osip Mandel’stam

Ritratto di donna

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Deve essere a scelta.
Cambiare, purché niente cambi.
E’ facile, impossibile, difficile, ne vale la pena.
Ha gli occhi se occorre, ora azzurri, ora grigi,
neri, allegri, senza motivo pieni di lacrime.
Dorme con lui come la prima venuta, l’unica al mondo.
Gli darà quattro figli, nessuno, uno.
Ingenua, ma è un’ottima consigliera.
Debole, ma ce la farà.
Non ha la testa sulle spalle, però l’avrà.
Legge Jaspers e le riviste femminili.
Non sa a cosa serve questa vite, e costruirà un ponte.
Giovane, come al solito giovane, sempre ancora giovane.
Tiene nelle mani un passero con l’ala spezzata,
soldi suoi per un viaggio lungo e lontano,
una mezzaluna, un impacco e un bicchierino di vodka.
Dove è che corre, non sarà stanca?
Ma no, solo un poco, molto, non importa.
O lo ama, o si è intestardita.
Nel bene, nel male, e per l’amore del cielo.

— W. Szymborska