Categoria: Cinema

“Sono sperante”. Sulla mia pelle.

Sulla mia pelle. Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Sulla mia pelle. Il Film.

“Ma sei credente?”, chiede la signora.
“Sono sperante”.

Sorride Stefano, con quel suo sorriso beffardo e dolorante. Verso cui si ha subito una simpatia immediata, più che per la sua inflessione romana. Sorride, e ci fa sorridere di rimando. Ma è l’unica nota lieve che ci strappa questa storia gelida.
Non so se davvero Stefano l’abbia mai pronunciata questa frase. In ogni modo, a me è sembrata un piccolo miracolo. Un miracolo di tenerezza, di circoscritta e debolissima commozione; una frattura di luce nel piombo della vicenda. Che evoca il farsi speranza di Paolo e di Marco, l’anziché averne.

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Il colore nascosto delle cose

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Emma: “Dare un colore alle cose mi aiuta a vederle.”
Teo: “Se non hai nessuno a cui chiedere?”
E: “Decido io. Per voi è un po’ più difficile mi sa.”
[…]
T: “Beh, si, certo per noi se è una cosa è blu… è blu. É difficile che cambi colore.”
E: “Noi invece -anche volendo- non possiamo fermarci all’apparenza.”

Un film che a me è apparso bellissimo. Fatto di corpi e di parole, dai dialoghi nevrili; ironici, profondi e delicati. Non troverete il melenso racconto intorno ad un handicap. Intorno ad una mancanza. Troverete la storia di una relazione, o di più relazioni, di amore a loro modo, nella loro capacità vorticosa di cambiare. Da dentro. Dove la condizione di cecità è solo uno dei mezzi per esplorare il mondo.

E’ un film fatto di simboli.

Il bastone. Emma lo usa per farsi spazio nel mondo, e dargli forma. Usa le mani -sul viso di Teo-, e il suo bastone. Che richiude quando non serve, che apre quando fa passi per prendersi il suo ambiente, e trovare la sua realizzazione; il suo modo -pieno- di essere. E che Teo usa come simbolo -meschino- della sostanza di Emma: manco fosse solo un bastone, non la donna che lo regge.
Il bastone. L’attrezzo che Emma implora Nadia di usare. Che -mentre in Emma- è mezzo di libertà ed emancipazione, in Nadia è ghetto, isolamento, emarginazione emotiva e sociale. E che poi diviene liberazione. Un volo che, nel dolore, doveva conservare dentro di sé, come utopia, come idea, come obiettivo: il terribile bastone era lì, nella sua stanza; lo trae da sopra la mensola dei libri, lo dispiega e si prende il suo spazio, ponendo i propri confini. E rivendicando, verso sé stessa principalmente, la libertà di esistere, in mezzo alla tragedia di cui è vittima. Sospinta -chissà se sarebbe stato possibile in prima persona- dalla forza, forse dalla necessità, dall’amore per la sua amica e insegnante. Si prende il suo mondo, scoprendo che la liberazione passa dalla prossimità ad altri.

Il corpo. Emma tiene e si fa tenere. Si avvicina. Si aggrappa. Il corpo le infligge dolore. E’ un corpo che si piega, che soffre, che oscilla e non cade. Un corpo che gode di sesso e piacere, e che sa cercarlo. Un corpo che riduce le distanze, e lo fa con fiducia. Con generosità -vitale- quando qualcuno offre il suo braccio, credendo di sostenerla. E invece riceve il regalo della fiducia di lei.
Il corpo. Quello di Emma è un corpo che non vede. “La gente crede che siamo anche sordi”. Ma è un corpo che esplora: con le mani il viso di Teo. Con il bastone -suo prolungamento- il mondo. Con l’olfatto, con l’intuizione. E lo fa oltre gli occhi, oltre l’apparenza a cui -costituzionalmente- non può fermarsi.
Il corpo di Emma è un corpo che piega e che indaga altri corpi. Che cura, probabilmente, lasciandosi curare a sua volta.

Un film da vedere, un film da cui farsi toccare. Fatevi accarezzare dalle mani e dalle parole di Emma; entrate nella vita disarticolata di Teo; nella mente dolente di Nadia. Otterrete mani nuove con cui sentire il mondo.

Quasi amici. Complici.

Quasi Amici, Driss e Philippe

La prima battuta politicamente scorretta arriva dopo qualche minuto. “No no, tranquillo, non si alzi”, indirizzata al co-protagonista tetraplegico. La sala rumoreggia, un accenno di sorriso furbo: l’irriverenza della frase lascia la platea sospesa fra l’ironia e l’affronto morale.

Nel corso del film, le battute sullo stato di handicap di Philippe si susseguiranno. Incalzanti. A volte sarcastiche. Taglienti. Anche scorrette. Inizia così: con la semplicità disarmante di Driss, con la verità senza pietà della sue parole, la loro amicizia. Prima sguardi bruschi, che poi si addolciscono (e penso a “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”); si arrotondano alla schiettezza di questo ragazzo nero, robusto. Dai dentoni bianchi che scintillano quando sghignazza nel suo modo sguagliato. Che non sarà un campione di modo gentili, ma è senz’altro sincero. Come ne cercava da tempo: in fuga – Philippe – del pietismo spicciolo a perbenista che lo circonda.

E’ Untouchables, francese di produzione, tradotto maldestramente in italiano con Quasi Amici. La storia delicata, irriverente, a tratti goliardica, che sarebbe perfetta per un racconto di Natale. Tanto accende il cuore. Tanto mette in pace con il mondo, tanta è la fresca comicità che lo cuce come un abito delicatissimo. Tante sono le emozioni: perfettamente sottolineate dalla colonna sonora di Ludovico Einaudi.

Driss e Philippe. L’uno aristocratico benestante, l’altro appena uscito di galera, dei sobborghi di Parigi. L’uno riservato, intellettuale, amante dell’arte e della musica classica. L’altro prorompente, eccessivo, di più: dissacratore. Distanti, mondi diversi, eppure così simili. I motori, la velocità, il senso del limite, (o il non-senso del limite…): sono le prime cose che li uniscono.
Poi. Poi, si vedono complici – e lo sono – nel senso di giustizia. Nella loro voglia di libertà. Nella loro voglia di sincerità. Di affetto vero: di essere apprezzati così come sono. E chissà quanto sia contato per Driss, il fatto che Philippe gli abbia richiesto il suo uovo, quello di suo moglie, quello che Driss gli aveva rubato, solo dopo averlo assunto. Un altro modo di accettare l’altro: anche come ladro…

Il loro diventare complici è un movimento profondo. Che inizia con la consapevolezza che l’altro è una fonte di vita, di ispirazione. Un approccio lento, ma costante. Driss inizia a dipingere, Philippe accetta di indossare – orgoglioso – un orecchino simile a quello del suo amico. Questo inizia ad usare termini indecenti, quello inizia a vestire come un damerino. Poi la musica: dal primo scontro, ad elemento di unione. Quella classica che ascolta Philippe interessa Driss. A modo suo, naturalmente: “Bach è il Berry White dell’epoca”, dice; e dell’Inno alla Gioia: “Ma si, questa la conoscono tutti! E’ dell’ufficio collocamento di Parigi”. Ride Driss – scintillano i suoi dentoni -, ride la platea, confortata dal vedere che anche le sventure più terribili si possono trattare con ironia. E starne bene, senza mentirsi. Ride Philippe. Che poi balla anche lui – al ritmo dei Kool & the Gang – come può: ondeggia il capo; danzano i domestici, alla musica di Driss. Che balla. Oscilla come un giunco. In un movimento purissimo e ristoratore. E’ un atto di gioia. Di liberazione. Che coinvolge – come non potrebbe – anche il suo amico.

Amare è riconoscersi. E’ scambiarsi pezzi di se stessi con l’altro. O un po’ di musica. O una parola. O il vezzo di un gesto. E’ questo infiltrarsi, continuo e costante, nell’altro per renderlo diverso da sè. Eppure così uguale. E’ capire, senza dire. E’ chiedere, senza parole…

Chiedere, senza parole. E accade che il secondo incontro fra Philippe e Eleonore non sia invocato. La loro corrispondenza epistolare dura da un po’, ma Philippe non riesce ad incontrarla. Si sente inadeguato, e con un conto in banca troppo ampio per essere apprezzato per quel che è.
Driss – che nel frattempo ha trovato un altro lavoro – ci mette del suo: dopo una notte trascorsa insieme alla guida della loro auto – immersi nella malinconia degli amici , e un po’ degli innamorati, l’aria che li fa “respirare un po’” – , zigzagando come pazzi fra le strade di Parigi, dopo del tempo passato a riempirsi della bellezza del mare, la stessa bellezza resta a due passi. Quelli fra il ristorante – dove Driss ha prenotato – e la spiaggia. Si vede il mare, da lì. Più tardi la darsena, e Driss che se ne va.
Permette il suo amico incontrare Eleonore, organizzando il loro incontro. Un gesto non richiesto, di cui si prende – un po’ incosapevolmente, come ogni cosa che fa – la responsabilità. A Philippe non è bastato non chiedere. Perchè, in fondo, la richiesta – muta – gli arrivava silenziosa dal cuore. All’amico è stato sufficiente coglierla. Come dire: a volte è necessario prendersi le propri obblighi quando si tratta della felicità di qualcuno…
Poi Driss se ne va, e con la consueta ironia: “Stavolta non puoi scappare”; Philippe si agita sulla sedia, “Cos’è questa storia?”. Arriva Eleonore. Driss, da dietro i finestroni, fa un sorriso, Philippe gli risponde di rimando – un sorriso tranquillo che è più di un grazie: è un atto di complicità – poi il ragazzo accenna un saluto, e via lungo la darsena.

E’ un film intenso. In mezzo – oltre all’amicizia, al concetto di diversità – molti altri temi. Trattati con un’ironia, e una delicatezza, che non toglie spazio al pensare, ma riempie di emozioni. E anche di risate. E motivi per riflettere.