Etichettato: politica

Fucilazione

Bolle di sapone

Un bambino faceva le bolle di sapone
dalla finestra quando mi fucilarono
sulla piazza piantata di alberi senza nome
una mattina deserta con poco sole
tra i rami secchi che non trattenevano le voci,
tra quinte grige di imposte sprangate
oscillavano effimere formazioni, grappoli
subito disfatti in acini trasparenti.
Un bimbo, solo una tenera macchia viva
in un rettangolo nero,
c’era un vasetto rosso sul davanzale,
la sola cosa rossa di quel giorno tutto grigio,
io non potevo vedere i suoi occhi
sentivo la sua anima appendersi dondolando
in cima alla cannuccia di paglia,
staccarsi con un brivido, volare in silenzio,
trattenere il fiato per pregare il vento,
attraversare il poco sole in punta di piedi,
rapita in una smorfia di felicità.
I miei carnefici gli voltavano le spalle,
nessuno di loro poté vedere le sue mani
sollevarsi in adorazione quando una bolla
più gonfia, la più bella di tutte,
partì dal davanzale come un pianeta di cristallo
e prima di scendere sali verso il tetto
come una preghiera, come una favola,
piena d’ogni dolcezza che non si può perdere,
intatta e vera per il suo tempo giusto,
non ci sono abbastanza plotoni d’esecuzione
in questo mondo e in ogni altro
per fucilare tutte le bolle di sapone.

— Gianni Rodari

Annunci

Di carcere, attese, privazioni. E desideri.

Il carcere di Ascoli Piceno.

Il casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno.

Enzo sfila velocemente dal cancello, con l’anta che si sta chiudendo. “Fai attenzione -dice la guardia, in un rimprovero bonario- queste porte non si bloccano se incontrano qualcuno”. Già: questi accessi non sono fatti per gli uomini. Ma per contenerli. Non aprono varchi, ma impongono limiti.
Inizia così, con questa considerazione banale la nostra visita al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. E’ un sabato di metà Ottobre, una giornata di grigio smunto: i raggi del sole filtrano da dietro le nubi basse e lattiginose. La luce è una lama invisibile che ferisce comunque gli occhi.
Braccia che sporgono dalle sbarre. E’ la prima immagine del carcere: addirittura iconica, a cui dovrei essere preparato. Ma non lo sono. Il verde dei blindati, le braccia nude, il bianco grezzo dell’intonaco, il muro circolare che si avvita come in un girone dantesco: e il nodo che mi serra la gola. Guardo i miei compagni: non sono l’unico ad essere smarrito ed incerto; la premurosa accoglienza nel suo studio da parte della direttrice non è bastata.

Continua a leggere

La testimonianza di Damiana

Io sono iscritto all’Associazione Luca Coscioni, che sostiene apertamente l’eutanasia legale.

Però. Mi sono immaginato in questa stanza, con la signora Damiana. Seduto su quel letto, ad ascoltarla, con il suo parlare chiaro; i capelli bianchi di mia nonna. E ho avvertito tutto il mio disagio. La sensazione di un pensiero ritorto, di un fastidio pungente. Mi sono immaginato rassicurarla. Dirle -con sincerità- che no, lei ancora stava bene, che non doveva farlo. Che poteva rinunciarci.

Poi. Poi ho visto i suoi occhi guardarmi. I suoi lineamenti farsi duri, come la sua volontà. Decisa chiara nitida. E non ho trovato niente di quella difficoltà, di minima infermità o malessere che la mia coscienza da piccolo borghese cercava. Nè un vizio, nè una mania. Solo la richiesta ferma di poter affermare la sua volontà; l’agire -drammatico- della sua libertà.
E mi sono visto emozionarmi…

Come ogni volta, è questa la politica che più mi appassiona. L’unica che mi commuove.

Damiana, in qualsiasi parte tu adesso sia, grazie.