Categoria: Politica

Gli “zingaracci” di Kethanè

Sono gli ultimi giorni di Febbraio. Alcuni militanti del Movimento Kethane sono in sciopero della fame davanti al parlamento: in quel periodo le cronache riportano attacchi gravi a persone Rom e e Sinte; loro chiedono dialogo alle istituzioni.Questo è il terzo giorno che si astengono dal cibo. Dijana siede a terra: è spossata; accetta un caffè, poi dell’acqua, poi dello zucchero.

Poi, verso il palazzo, si alza la voce di Miguel. E’ una voce composta, chiara, ma piena di disperazione (“Sono anni che sfruttate i Rom e i Sinti per le vostre campagne elettorali […] il mio Presidente aveva promesso di difendere il popolo italiano, ma non vale per noi Rom”); Miguel grida tutta la sua angoscia e il suo sconforto, fino ad accasciarsi a terra anche lui, sfibrato.Non c’è ascolto: le istituzioni tacciono e rimarranno in silenzio nei giorni seguenti, ignorandoli con la stessa arroganza che in questi giorni si è fatta più cupa e più violenta.

Ogni volta che qualcuno cerca dialogo con le istituzioni, nel modo composto in cui lo hanno fatto loro, essi danno vita al primo atto della Democrazia: il richiamo al potere verso le proprie responsabilità. Tentanto, quindi, di farla vivere questa nostra Democrazia, di renderla più forte e più aperta. Non solo per chi chiede, ma per ognuno di noi.

Per questo, in questi tempi così bui di rappresentanza, gli “zingaracci” di Kethanè erano li a parlare anche per me; io parlavo con la loro voce; da loro, nella sconforto e nella speranza, mi sono sentito rappresentato.



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La memoria rende liberi.

Liliana Segre a Servigliano, appena due giorni prima dell’Anniversario della Liberazione. Un evento che avrebbe potuto richiamare cittadini e cittadine a frotte, ma a cui, incomprensibilmente, non è stato dato il giusto risalto mediatico. La piazza di Servigliano avrebbe meritato di accogliere le parole vivificatrici della senatrice.

Saltate i primi 20 (inutili) minuti del politicume locale. 
Poi ascoltate.
«[…] Ho una grande pena per quella ragazzina di cui parlo, è una mia nipote, e quindi c’è questo senso di sdoppiamento in me […] io sono la nonna di quella ragazzina sola, infelice, con tutti i vuoti e l’orrore che ha dovuto vedere. 
Questo mi pesa sempre di più […] Io sono vecchia, vecchissima, ma sono sempre quella bambina che doveva fare la terza elementare e per la colpa di essere ebrea si è vista chiusa la porta della scuola e si ottant’anni dopo si vede aprire la porta del Senato.»

A Massimo Bordin, Principe di Libertà.

Massimo Bordin. Prima voce di Radio Radicale e principe di Libertà. Titolare di "Stampa e regime", rassegna stampa di politica dell'emittente.
Massimo Bordin. Prima voce di Radio Radicale e principe di Libertà.

Bordin.
Bordin, no.
Come perdere un senso. Un occhio; l’udito. 
La lente che mi veniva prestata ogni mattina e con cui interpretare la politica, il mondo. Con quell’intelligenza piena di guizzi, di precisione, di ironia calibrata e tagliente.
Una mente costantemente accesa, mai banale, elegantissima nella tua voce scomposta e nelle volute di fumo: un antidoto contro la mediocrità e la sciatteria argomentativa che impallinavi puntualmente, con sottilissimo gustoso cinismo.

Oggi la tua morte mi trafigge
E come non mi aspettavo. 
Mi sento inquieto e solo. Più povero: del tuo sguardo ogni volta nuovo; dei tuoi colpi di tosse inconfondibili; del tuo garantismo della ragione. 
Del tuo essere stato principe di libertà e di dissenso: che ci hai insegnato ad agire immancabilmente.
Grazie per essere stato al servizio della Politica
E quindi di ognuno di noi.

Mandanti di un olocausto.

Gli agenti della guardia costiera – di cui Salvini dice di fidarsi, e a cui rende onore – sono formati a La Spezia dalla nostra guardia di finanza. I militari libici intervistati in questo servizio di La7 parlando di “tanti morti”, di mezzi inadeguati, di traffici di persone “disposte alla morte” e delle responsabilità (meglio: colpe) della politica.

L’Italia, complice l’Europa, è mandante di questo olocausto che si consuma nelle carceri libiche come in mezzo al Mediterraneo. Se ci fosse un Dio non avrebbe nessuna pietà per noi. Per tutto questo terribile indicibile disumano orrore.

[…]
– Domanda: “Come funzionano i pattugliamenti?”
– Risposta: “Come vuoi che funzionino? L’altro giorno abbiamo soccorso 240 naufraghi. Di questi 60 sono morti annegati. […] I morti sono tanti. Ma tanti davvero. Quando il mare è molto mosso la mattina sulla spiaggia si trovano cadaveri. Sette, otto per volta. Uomini, donne, bambini. Un corpo vicino all’altro. Sono corpi irriconoscibili, putrefatti dai giorni passati in acqua.”
– D: “Siete attrezzati per salvarli?”
– R: “Non abbiamo ne attrezzature ne mezzi. Le motovedette in dotazione sono ferri vecchi mangiati dalla ruggine. Ogni volta che ci saliamo a bordo abbiamo paura che affondino. […] anche quelli che tiriamo su dal mare muoiono lo stesso perché non siamo addestrati ai primi soccorsi […] Di norma arriviamo per recuperare i corpi: l’Italia ci ha fatto avere 3 motovedette, ma noi abbiamo 2200 km di costa. Ce ne vorrebbero un centinaio.”
– D: “Ma gli italiani lo sanno in che condizioni lavorate?”
– R: “Loro sanno tutto.”
[…]


Intervista di La7 a due agenti della guardia costiera libica.

Fermare il vento con le mani.

[…]
Domanda: Voi pensate che il muro possa fermavi?
Risposta: Tutti dicono di no perché abbiamo lasciato il nostro paese, le nostre case per colpa della guerra. Non sarà un muro a fermarci.
D: Quel è il tuo sogno?
R: Il voglio diventare uno scienziato. Voglio vivere la mia vita. E questo è il mio sogno.
D: Cosa hai studiato?
R: Biochimica
D: Perché sei scappato dall’Afghanistan?
R: Se conosci l’inglese e sei istruito i talebani pensano che sei un interprete degli americani. Quindi mio padre mi ha detto: “dovresti lasciare il paese e cercarti una vita migliore”.
D: Da quanto sei qui?
R: Da 5 mesi. Non abbiamo alternative. Questa è la nostra ultima possibilità.

E poi c’è il sindaco che ha ideato il “system protection”.

«Ho detto che non sono rifugiati. Sono dei criminali. Non dobbiamo mischiarci. Io proteggo l’ordine naturale del mondo.»

L’ordine naturale del mondo.

 

Di carcere, attese, privazioni. E desideri.

Il carcere di Ascoli Piceno.

Il casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno.

Enzo sfila velocemente dal cancello, con l’anta che si sta chiudendo. “Fai attenzione -dice la guardia, in un rimprovero bonario- queste porte non si bloccano se incontrano qualcuno”. Già: questi accessi non sono fatti per gli uomini. Ma per contenerli. Non aprono varchi, ma impongono limiti.
Inizia così, con questa considerazione banale la nostra visita al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. E’ un sabato di metà Ottobre, una giornata di grigio smunto: i raggi del sole filtrano da dietro le nubi basse e lattiginose. La luce è una lama invisibile che ferisce comunque gli occhi.
Braccia che sporgono dalle sbarre. E’ la prima immagine del carcere: addirittura iconica, a cui dovrei essere preparato. Ma non lo sono. Il verde dei blindati, le braccia nude, il bianco grezzo dell’intonaco, il muro circolare che si avvita come in un girone dantesco: e il nodo che mi serra la gola. Guardo i miei compagni: non sono l’unico ad essere smarrito ed incerto; la premurosa accoglienza nel suo studio da parte della direttrice non è bastata.

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Behind The Wall

E’ il 19 Luglio 1988. Bruce è già una rock star affermata. Con la E street Band suona a Berlino Est, come lui chiede da un decennio. La registrazione del concerto, in un bootleg imperdibile -Behind The Wall-, gracchia un po’. Ma lo si ascolta sempre con tutta l’emozione che le parole di Bruce sappiamo dire; guardando i sorrisi di quei ragazzi; ciascuno perso nella folla del giorno, che urlano al cielo, come un solo uomo, Born In The USA; 180 mila persone, ma sembrano molte di più, tante a perdita d’occhio. Con nelle orecchie quell’urlo, tanto simile al “nostro”, quando Bruce li saluta. “E’ bello essere qui”, e immagina per loro un futuro “senza barriere”. Appena prima di intonare i Rintocchi della Libertà.
Un po’ del coraggio necessario, del desiderio di libertà, mi piace pensare, arrivò, per loro, in quel giorno. Il muro cadrà l’anno dopo.

Grazie a Springsteen and US a che ha ripreso il mio post. 🙂