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La durata è la forma delle cose.

 

  • 1988, Tunnel of Love Express Tour. E Street Band tirata a lucido, “The Horns of Love” a completarla. Bruce è la rockstar che si vede, che già il mondo conosce. il suo matrimonio con la prima -e adoratissima- moglie sta finendo. con Patti (la “rossa” nel video, e che gli darà tre figli negli anni seguenti) si sta saldando un rapporto forte, empatico.
  • 2016, Luglio. La stessa canzone, sul palco di Roma. La voce non è più la stessa (altri dicono migliore). Ma la loro sostanza, la medesima. E il feeling fra questi due che si scambiano occhi e silenzi ancora più forte, se possibile. I loro sguardi -su quel palco- sembrano una narrazione continua di cose non dette. Ma evidenti.
  • 2016, Ottobre. Esce la biografia di Bruce. Ed è lui stesso che racconta di un rapporto splendido, intenso, dolcissimo, a tratti lancinante, con sua moglie. Bruce stesso ci rivela come è lei a prendersi la responsabilità, più volte, di scendere nel buio della sua depressione, per aiutarlo.

    Perché “la durata è la forma delle cose”.

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Bruce, la sua umanità, e quella luna sopra il Circo Massimo.

Bruce Springsteen, Roma

Bruce Springsteen, Roma

È arrivata al tramonto, nello zigzagare fra le mie colline. Mentre il sole s’infuocava a destra nell’ultimo sussulto del giorno, a sinistra il cielo si faceva di un rosa intenso. E io cercavo, nelle orecchie, il riverbero di tanta bellezza.
La malinconia è arrivata solo ieri. Non immediatamente dopo, perché con il gruppo abbiamo dovuto occuparci -inaspettatamente- di dove dormire, e cosa mangiare, e quando tornare; e non più tardi perché la stanchezza era tanta e tale da tenermi in una bolla senza tempo e senza suono.

È arrivata quarantotto ore dopo, la malinconia. Senza chiedere, si è seduta sul sedile accanto, mentre Mary contemplava le ultime luci del giorno, Billy cercava le note per la sua serenata, e la ragazza scalza beveva la propria birra. Come ogni volta, veniva a raccontarmi di qualcosa di bello. E di una esperienza che finiva. Ed è stata spesso la cifra di quanto questa mi aveva toccato, scosso. reso diverso. Di quanto mi aveva regalato. Ed anche questa volta è così: la bellezza scuote. E -come in nel caso di un concerto di Bruce– prosciuga.

Bruce. Fisico asciutto, lo stesso sorriso; stempiato, i capelli sempre più radi. Ha occhi come due fessure, Bruce. Si sono fatti più piccoli, e più stretti. Ma brillano che sembrano lacrime. Su New York City Serenade, su Indipendence Day, su Jungleland. Ed è un brivido lungo, intenso vedere in quell’uomo vivere una così forte emozione. Non saranno lacrime -facciamo sì, che quelle le abbia sognate davvero- ma la sua emozione è viva e vera. Dietro al suo sguardo che scruta ognuno di noi, e sembra davvero così: che scruti -ognuno- di noi, c’è una umanità così grande che la sua arte (lo stesso immensa) sembra solo un compendio, un mezzo -un’ascia, un martello, un punteruolo-, per la sua espressione.

La sua umanità. Il suo senso di giustizia. La sua fede laica nell’umano. Si rendono vive nella ferocia del perdente con cui intona alta e forte, e inaspettata, The Ghost of Tom Joad; il ciglio che si alza, il canino che si scopre; gli occhi che cercano la concentrazione nel buio. E Tom che, improvvisamente, sotto quello spicchio di luna che pende, appare come un angelo nero e rassicurante. Rassicurante per la madre, rassicurante per ogni uomo che cerca giustizia.

Oppure nel saluto (“Vi amo!”), nel saluto gigione; eppure dolcissimo e vero. Totalmente vero. Non al pubblico. Sessantamila persone che non erano un pubblico. Erano il “suo” pubblico. Quello con il quale gioca, si emoziona, si diverte e completamente si concede, e tremendamente si impegna con l’unico scopo di divertire, e scacciare ogni pensiero di morte (e a Roma, più di altri luoghi, in questo periodo, motivi per averne ce ne erano molti). Tutta l’umanità di Bruce c’era nell’abbraccio con Jake dopo l’assolo di Jungleland (e a me viene in mente Clarence: “Quell’assolo ha il suono dell’amore”), oppure nel pollice alzato verso Roy dopo l’intro di Point Blank; oppure nel gioco continuo sul palco con i suoi fan su Dancing in the Dark. Oppure nel duetto emozionante con Patti su Tougher than the Rest: che, Dio, come si guardano… e quel -nessun- pudore mi ha fatto pensare a quanto si trovassero bene in mezzo a noi. “Una questione di famiglia”… si è già detto. Ma è pur vero che ogni giorno, ogni anno, ogni concerto in più, questa questione si fa sempre più intensa, più intima. Più bella. Le rughe che si fanno più profonde, e le mani che si fanno più nodose, e i capelli di cenere aggiungono, non tolgono, a questa grandezza. A questa intimità. Oppure nelle immagini che ancora danzano sul fondale, di Clarence e Danny, perché la riconoscenza e l’amicizia non sono un fatto piccolo, ma vanno celebrate di continuo. Sopratutto quando le ritroviamo essere un pezzo di noi.

L’umanità di Bruce è nei cori di The River, sussurrati per lasciarli al suo pubblico; nel “fantastico” dirigerli su Indipendence Day, appagato dalla nostra partecipazione, mentre il tramonto addolcisce il calore bruciante della giornata e il circo si riempiva di luci. Di luci e di anime: quelle che, per la prima volta, stavano conoscendo la sua bellezza (E… “Grazie. Senza di te non sarei mai stato parte di tutto questo”. Non è un riconoscimento. È la gioia di aver reso felice qualcuno. Qualcuno ancora. Insieme a te).

La notte continuerà, la festa si farà grande, e Bruce sarà per noi quasi 4 ore ancora. Riempirà il cuore degli innamorati con Drive All Night gemmandola di una struggente Dream Baby Dream, fino a farci saltare tutti -tutti!- della sofferta potenza di Born in the USA. Senza sosta, senza riprendere quasi mai fiato. Quattro ore scintillanti: di pensieri, di divertimento, di gioia, di partecipazione. Di comunione laica. Di commozione profonda e di musica.

E quando infine intonerà Thunder Road – l’unico inno da difendere con le armi che gli sono proprie: l’armonica alla bocca e la chitarra al collo – quelle sopracciglia si alzeranno su quegli occhi sempre più piccoli e un po’ stanchi, per guidare ancora il nostro coro. Mentre lo stadio si accende di luce e ondeggia piano sul ritornello finale, e la musica drappeggia un velo di tristezza su tutto il Circo Massimo, incrocio gli occhi della ragazza (“Sono la tua Mary”, diceva il suo cartello) che mi sussurra, composta, in lacrime e felice, un piccolo “It’s time…”. Come si può fare con un fratello.

E forse lì -per quel tempo- lo siamo davvero stati.

Cosa è cambiato. E cosa no.

Cosa è cambiato: la fronte più alta, il viso scavato, la fessura degli occhi. Quei capelli lanuginosi sul collo, che fanno il paio con il taglio di Max, meno bancario e più ragioniere. Gli occhiali di Garry, gli orecchini pendenti di Steve. Gli schermi verticali.

Non è cambiato: i plettri attaccati all’asta, i polsini alle mani. Il ciglio che si alza, il canino che si scopre, il pugno quando penneggi la chitarra. La Telecaster con il manico Esquire. Il modo religioso con cui ti avvicini al microfono. Le chiese, e le galere. La Chevy del ’69 e l’estate che è qui. La bandana di Steve. La chitarra nera di Patti, lo sguardo fisso di Max. Clarence, che continua a non esserci, eppure c’è. I tuoi occhi chiusi che seguono la coda di piano di Roy. Il braccio che si alza, e segue un poco alla volta.

E la voglia di vederti. L’emozione della sorpresa, come fosse la prima. E forse lo è.

Long walk home.

Questo video. Mi sono sempre chiesto perché Bruce sia solo. Long Walk Home, la lunga strada verso casa. Canta di tornare a casa. Ma nel video non ci sono affetti. C’è lui, la sua chitarra, la sua voce, poche comparse. Una giostra. Ho pensato che Bruce – che non lascia mai niente al caso – volesse dirci qualcosa di più.
No, non credo che canti la desolazione. Non credo che canti il dolore intorno alla possibilità di non trovare nessuno.
Lui dice: non aspettarmi, amore, non aspettarmi. Forse, ecco, vuole dirci che trovare la propria casa è un gesto, un evento intimo, del cuore: non le quattro mura, ma gli affetti e quelli che decidiamo di chiamare tali (o che ri-conosciamo essere tali), l’odore delle cose buone, occhi in cui è possibile riposare, senza affanno. Accettazione.
E per questo è un percorso da fare nell’unico modo possibile: da soli, in mezzo alle proprie emozioni.

Purple rain

Eccolo. Prima la traccia da scaricare. Poi il video ufficiale di un fan, che non poteva mancare.
Ed è incredibile. Perché suona come una canzone di Bruce: per la band, per la sua voce sporca e profonda. Per le dita veloci e nodose di Nils. Per il suo assolo piratesco; per Bruce che lo incita mentre accarezza altre corde con il plettro.
Così non riesco a smettere di ascoltarla.
Stamattina mi chiedevo come potessi spiegare la Bellezza a una persona che amo. Bellezza. Ed eccola qua. Quella che mi è stata donata, con gli occhi che mi sono stati donati, e quelli che ho donato. Occhi per guardare e pelle per sentire. Emozioni per vivere.
Questa è bellezza, un respiro profondo.
Ascoltatela. E godetevi quella mancanza improvvisa, negli ultimi arpeggi. Perché succede così per la canzoni eterne: che quando finiscono, ti hanno già scavato dentro un vuoto di malinconia e di assenza. Di profonda Bellezza. In appena in 6 minuti.
E tu te ne accorgi solo quando sei arrivato alle ultime note. E vale poco che si possa fare “riavvolgi”.
Manchi Bruce, manchi tanto.

Non è solo rock’n’roll. Non lo è mai stato

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Bruce e Clarence.

E una volta l’aveva anche detto: “non è solo rock and roll”. Che aggiunge, non toglie nulla alla sua decisione di questi giorni. Già perché è proprio questo il punto: non è mai stato solo musica, solo spettacolo, solo un concerto. E’ stata sempre passione, relazioni, cuore, e -spesso- anche politica, nel senso più alto e migliore del termine. Ed è così che Bruce motiva, anche questa volta, la sua scelta tendendola fine alle estreme conseguenze.

Si dice che abbia perso un po’ di smalto artistico (eccetto poche cose, io adoro la sua ultima produzione, secondo me coraggiosa e inspiratissima) ma quello che sicuramente è rimasto (bello, vivo, vero) è l’uomo. coerente, lineare.
Con la possibilità di guardare in faccia la sua storia senza nessuna sbavatura: così è capace di essere grande e fanciullo, capace di emozionarsi solo come -senza sembrare blasfemo nel paragone- persone della politica Radicale sanno fare.
Bruce baciava in bocca Clarence (il suo amico grande e nero) nei concerti dell’80 (dando a questo gesto una serie infinita di significati); metteva coppie omosessuali nel video della sua più bella (fino ad allora) canzone d’amore; parlava dell’abuso di armi e dell’abuso della forza spropositata della polizia beccandosi gli insulti dei suoi concittadini (non che adesso, annullando un concerto, non ne ottenga); cantava dell’essere neri e poveri, dell’essere migranti e poveri: come lui stesso dice, ha misurato palmo a palmo la distanza fra la realtà e il sogno americano.
Bruce è un uomo che, nelle comunicazioni ufficiali, non ha nessun imbarazzo a utilizzare termini come “fratelli” e “sorelle”; e nel film che racconta la sua vita, di scambiare un braccialetto come segno di ‘brotherhood’ con una fan, come per farlo con ognuno.

Tutto quello che c’era da dire sulla questione, l’ha scritta Lorenza.
Io sono fiero di lui. Della sua coerenza. Della sua capacità di stupire e stupirmi ogni volta. Del suo restare piccolo (e spesso teneramente bambino) anche se è un gigante. Alla sua età può ormai permettere di prendere posizione, di dire la sua e -giustamente- di parlare ai suoi concittadini e al mondo.
Lo ha sempre fatto: con una chitarra in mano e la sua band. Adesso decide di farlo in modo diverso e (forse) più efficace. i suoi fan avranno capito: sanno che questa è solo l’ultimo atto -e non l’ultimo- della sua grandezza.

Sacro è ogni cosa che vive

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Diceva che una volta era partito nel deserto, era andato per cercarvi la sua anima, e aveva scoperto che non aveva anima che fosse sua, ma che era solo un pezzo di un’altra anima immensa. [il nostro pezzo d’anima] non può servire da sola, serve solo quando sta con altri pezzi.

Bruce è in tour. Vi porta The ghost of Tom Joad e io rileggo Furore.
Ci sono diversi modi per leggere questo testo. Succede a tutti i testi di un certo spessore, che parlano del fatto (in questo caso della tragedia della famiglia Joad) e arrivano ai fatti. Dal particolare all’universale. Così accade nelle canzoni di Bruce. Così accade qui (come Steinbeck ci ha abituato).
Allora leggiamo della vecchia Hudson, e vediamo le carrette del mare di oggi; leggiamo di miseria, di fame, e vediamo gli occhi degli affamati di oggi, di colore, africani e non; sentiamo il riverbero della forza della dignità di Tom, e ci arriva quella dei migranti – disperata ma non vinta. Possiamo utilizzare la lente di Furore per capire – se proprio non si vuol comprendere – quello che sta succedendo ora, in questi anni di migrazioni epiche. Di migrazioni strutturali: di uomini che semplicemente cercano la felicità per sé. E per chi amano.

Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre.

Steinbeck scrive della depressione americana, ma la storia spezza lo spazio e il tempo e arriva fino a noi. O, con le parole di Tom/Bruce:

Mom, wherever there’s a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry newborn baby cries
Where there’s a fight ‘gainst the blood and hatred in the air
Look for me Mom I’ll be there

Sono d’accordo con chi dice che sia un testo dal valore incalcolabile. Di valore civile. Non solo: di forza civile. Civile inteso come comunità. Come comunità di uomini. e quando mamma Joad (che personaggio… stupendo! Più degli altri a mio avviso) si appella agli altri componenti della sua famiglia, si intestardisce fino ad arrivare dove nemmeno lei si sarebbe aspettato, ci sembra che quei moniti verso la non-disgregazione della famiglia; di non dispersione degli affetti sia una preghiera all’umanità intera.
All’anima che citavo all’inizio, per l’appunto.

Non è un testo religioso. c’è un predicatore che non è più tale, ma il libro esprime una religiosità profonda, addirittura radicata nel valore delle persone, della forza della dignità umana. La religiosità si fa palpabile, attraversa ogni persona, ogni animale (ottimo come Steinbeck infili nella narrazione animali che non sembrano poi molto diversi dagli umani…), ogni vivente: e infatti vi giunge: sacro è ogni cosa che vive. Che evoca il servo di Licini: “Un miracolo. Dimmi una cosa che non sia un miracolo”.

Il finale. Ho letto altre recensione che parlano di totale abbandono alla miseria, di degrado ultimo. A me sembra di no. O almeno – e anche in riferimento a quanto ho scritto – sembra che Steinbeck peschi il segno perfetto, adiacente direi (il seno e l’allattamento; l’essere madre e nutrire; l’essere in difficoltà e nutrirsi) a ciò che avrebbe voluto – io credo – esprimere: non c’è mai un fondo. E ogni scalino verso il fondo prevede – almeno – una stilla di speranza. A cui aggrapparsi. Insieme.
Ah, poi e’ scritto benissimo. Ma questo – in tutto il resto – sembra solo uno stupido dettaglio…