Categoria: Vibrare dentro

Sensazione

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I miei pensieri sono qualcosa che la mia anima teme.
Fremo per la mia allegria.
A volte mi sento invadere da
una vaga, fredda, triste, implacabile
quasi-concupiscente spiritualità.

Mi fa tutt’uno con l’erba.
La mia vita sottrae colore a tutti i fiori.
La brezza che sembra restia a passare scrolla dalle mie ore rossi petali
e il mio cuore arde senza pioggia.

Poi Dio diventa un mio vizio
e i divini sentimenti un abbraccio
che annega i miei sensi nel suo vino
e non lascia contorni nei miei modi
di vedere Dio fiorire, crescere e splendere.

I miei pensieri e sentimenti si confondono e formano
una vaga e tiepida anima-unità.
Come il mare che prevede una tempesta,
un pigro dolore e un’ inquietudine fanno di me
il mormorio di un incalzante stormo.

I miei inariditi pensieri si mescolano e occupano
le loro interpresenze, e usurpano
gli uni il posto degli altri. Non distinguo
nulla in me tranne l’impossibile
amalgama delle molte cose che sono.

Sono un bevitore dei miei pensieri
L’essenza dei miei sentimenti inonda la mia anima.
La mia volontà vi si impregna.
Poi la vita ferma un sogno e fa sfiorire
la bellezza nel dolore dei miei versi.

— Fernando Pessoa

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Un giorno ci rivedremo

Un giorno ci rivedremo.

Un giorno ci rivedremo.


A D.

Un giorno ci rivedremo.
Eppure tu riassumerai sempre la mia vita,
come se fossi l’unico,
come se fossi l’ultimo.
Come una gazza avrò infilato il becco
in mille tronchi,
a cercare il mio rifugio migliore.

E quando anch’io volerò lassù,
cercandoti di stella in stella,
ci rivedremo.

Sentirò la vibrazione del tuo cuore
che incrinerà l’involucro perfetto
del mio mondo.
Così colmerò il vuoto del tuo odore,
berremo il nostro vino,
e sarà festa.
Mi regalerai di nuovo il tuo sorriso,
e vedrò il tuo volto in una luce
brillare più forte del dolore.

E allora nemmeno la morte,
così debole e distante,
ci potrà separare;
quando finalmente resterò con te,
papà.


Inspirata da Irene, che ringrazio tantissimo.

Aggiunta

Aggiunta di Billy Collins.

Il mare e la risacca.

Quel che ho dimenticato di dirvi in quell’ultima poesia
se avete prestato un minimo di attenzione
è che l’amavo davvero allora.
La luce marittima negli ultimi versi
poteva sembrare artefatta
e lo stesso si poteva dire
delle molte lune immaginarie
che ho detto ruotavano sul nostro letto mentre dormivamo,
del cosmo racchiuso dalle pareti della stanza.
Ma la verità è che ci piaceva
fare lunghe passeggiate sulle spiagge ventose,
non le spiagge fra il mare di lei
e la terra simbolica di me,
ma le vere spiagge di conchiglie vuote,
mentre il sole sorge e l’acqua viene avanti e ritorna.

— B. Collins

La casa degli alberi alti

La casa degli alberi alti.

La casa degli alberi alti.


A D.

Vieni con me,
nella casa degli alberi alti*.
Dove il vento fa
ghirlande alle fronde,
e il sole
regala la quiete che vibra.

Nella radura
disporremo il nostro lavacro;
asciugherò i tuoi piedi
e bacerò le tue mani.

Poi tu sola entrerai
e il mio amore ti seguirà.

Ritroverai la tua danza,
i tuoi canti,
le pagine fitte d’inchiostro,
la presenza di persone
a te care.
E io avrò questa lacrima idiota,
nel saperti felice di nuovo.


* E’ un verso della poesia “In mezzo a noi” di Luigi Finucci, dalla raccolta L’Ultimo Uomo

Sopra la follia. In equilibrio.

Fra i saliscendi delle Marche, fra gli zig zag delle strade da sembrare un ubriaco,  non ho pensato ad altro: equilibrio. Come un angelo che scivola sulla fune, sospeso nel vuoto. Oscilla appena, ma non vola. Appesantito dalla pertica che ha in mano, e lo incolla al cavo. Terminerà il percorso, stupirà il pubblico. Ma non volerà: come dovrebbe, come potrebbe. Come lo renderebbe felice.

Scrivo di te. Ma come mi capita spesso, scrivo di me. Sopralafollia. Non sarà un caso che è stata la tua parola segreta per molto tempo. Sopralafollia. E manca un pezzo: equilibrio.  Ci hanno insegnato così: di essere persone equilibrate, per bene. Non che sia un male: ma a volte, questo, invece di essere un trampolino di lancio dal quale esprimere se stessi, finisce per appesantirci.

Gli equilibri sono sempre così, precari. Io ho la doppia impressione che se l’equilibrio è il mezzo per la pacificazione, questo non è il mezzo per la felicità. La pacificazione di se, intendo. La pacificazione del vulcano: la lava scorre nelle viscere della terra, ma il camino, il alto – nero e grande – dorme un sonno secolare.

Finirà per esplodere. Oppure mai. Ma la lava corrode le viscere, scava antri e forni. Ci fa essere brave persone. Per gli altri. E solo poco per noi. E l’equilibrio non è più equilibrio, non è leggerezza, è un pesante vestito che indossiamo e che non ci fa muovere. Che non ci lascia esprimere. L’equilibrio si fa sul cemento dei nostri desideri, non sulla sabbia precaria di quello che si aspettano da noi.

———

“Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli 
di parlare ancora male e ad alta voce di me. “

———

Ciao Bovo.

Vigor Bovolenta in azione

Stamattina sono rimasto con il cappuccino a mezz’aria, stordito.
“Lutto nella pallavolo: è morto in campo Vigor Bovolenta” diceva i tg radio. Bovo. La mia età; i ricordi della mia pallavolo.
In un attimo tutto quel periodo mi è tornato negli occhi: abbiamo giocato nello stesso periodo e condiviso la stessa emozione, la stessa gioia per la pallavolo. Facevi parte della seconda generazione di fenomeni, quella che ha vinto Coppa del Mondo e mille Word League.
Ci ho messo un po’ a riprendermi… “Bovo, cazzo…” e la barista mi ha guardato. Poi ho cercato il tuo volto sul giornale. Eri nelle pagine interne. “Si è accasciato sul terreno di gioco dopo la battuta, colpito da un infarto.” Io ho smesso di giocare, tu hai continuato. Ho visto i tuoi capelli farsi bianchi sul parquet, come è accaduto ai miei…
Vigor Bovolenta… Eri uno dei modelli della mia generazione. Il modello per i centrali. La tua elevazione, la tua grinta. E, si, anche quei movimenti a tratti sgraziati, eppure così efficaci. Così potenti. Di una fisicità prorompente. I pallavolisti si sentono un po’ fratelli sempre. Per il fatto di condividere, segretamente, la consapevolezza di vivere e giocare lo sport più bello del mondo.
Ti ricordo giocare con la maschera, forse proprio in quelle olimpiadi a cui appendesti al collo la medaglia d’argento. Ricordo la tua grintà feroce, il numero sedici, il tuo sorriso buono, nascosto da quel pizzo che celava il ragazzo e il papà. Ricordo il tuo braccio alto in battuta, che usavi come un mirino. E l’istinto del muro. Che non si impara, si ha: le braccia, forti, aldilà della rete. E l’aeroplanino, irriverente, in faccia a Despaigne.

Adesso apprendo che avevi scelto di rimanere a giocare in B2, perché ti piaceva il progetto della tua società, ma anche per la tua famiglia, per fare da chioccia ai giovani pallavolisti. Da lontano, lo sei stato un po’ per tutti: un riferimento buono. E se è vero come è vero che ci portiamo i nostri modelli nel cuore, dentro di noi, oggi muore qualcosa.

Alla tua famiglia, a tutta la pallavolo, tutto il mio cordoglio.
Che la terra ti sia lieve, Gigante.


Quasi amici. Complici.

Quasi Amici, Driss e Philippe

La prima battuta politicamente scorretta arriva dopo qualche minuto. “No no, tranquillo, non si alzi”, indirizzata al co-protagonista tetraplegico. La sala rumoreggia, un accenno di sorriso furbo: l’irriverenza della frase lascia la platea sospesa fra l’ironia e l’affronto morale.

Nel corso del film, le battute sullo stato di handicap di Philippe si susseguiranno. Incalzanti. A volte sarcastiche. Taglienti. Anche scorrette. Inizia così: con la semplicità disarmante di Driss, con la verità senza pietà della sue parole, la loro amicizia. Prima sguardi bruschi, che poi si addolciscono (e penso a “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”); si arrotondano alla schiettezza di questo ragazzo nero, robusto. Dai dentoni bianchi che scintillano quando sghignazza nel suo modo sguagliato. Che non sarà un campione di modo gentili, ma è senz’altro sincero. Come ne cercava da tempo: in fuga – Philippe – del pietismo spicciolo a perbenista che lo circonda.

E’ Untouchables, francese di produzione, tradotto maldestramente in italiano con Quasi Amici. La storia delicata, irriverente, a tratti goliardica, che sarebbe perfetta per un racconto di Natale. Tanto accende il cuore. Tanto mette in pace con il mondo, tanta è la fresca comicità che lo cuce come un abito delicatissimo. Tante sono le emozioni: perfettamente sottolineate dalla colonna sonora di Ludovico Einaudi.

Driss e Philippe. L’uno aristocratico benestante, l’altro appena uscito di galera, dei sobborghi di Parigi. L’uno riservato, intellettuale, amante dell’arte e della musica classica. L’altro prorompente, eccessivo, di più: dissacratore. Distanti, mondi diversi, eppure così simili. I motori, la velocità, il senso del limite, (o il non-senso del limite…): sono le prime cose che li uniscono.
Poi. Poi, si vedono complici – e lo sono – nel senso di giustizia. Nella loro voglia di libertà. Nella loro voglia di sincerità. Di affetto vero: di essere apprezzati così come sono. E chissà quanto sia contato per Driss, il fatto che Philippe gli abbia richiesto il suo uovo, quello di suo moglie, quello che Driss gli aveva rubato, solo dopo averlo assunto. Un altro modo di accettare l’altro: anche come ladro…

Il loro diventare complici è un movimento profondo. Che inizia con la consapevolezza che l’altro è una fonte di vita, di ispirazione. Un approccio lento, ma costante. Driss inizia a dipingere, Philippe accetta di indossare – orgoglioso – un orecchino simile a quello del suo amico. Questo inizia ad usare termini indecenti, quello inizia a vestire come un damerino. Poi la musica: dal primo scontro, ad elemento di unione. Quella classica che ascolta Philippe interessa Driss. A modo suo, naturalmente: “Bach è il Berry White dell’epoca”, dice; e dell’Inno alla Gioia: “Ma si, questa la conoscono tutti! E’ dell’ufficio collocamento di Parigi”. Ride Driss – scintillano i suoi dentoni -, ride la platea, confortata dal vedere che anche le sventure più terribili si possono trattare con ironia. E starne bene, senza mentirsi. Ride Philippe. Che poi balla anche lui – al ritmo dei Kool & the Gang – come può: ondeggia il capo; danzano i domestici, alla musica di Driss. Che balla. Oscilla come un giunco. In un movimento purissimo e ristoratore. E’ un atto di gioia. Di liberazione. Che coinvolge – come non potrebbe – anche il suo amico.

Amare è riconoscersi. E’ scambiarsi pezzi di se stessi con l’altro. O un po’ di musica. O una parola. O il vezzo di un gesto. E’ questo infiltrarsi, continuo e costante, nell’altro per renderlo diverso da sè. Eppure così uguale. E’ capire, senza dire. E’ chiedere, senza parole…

Chiedere, senza parole. E accade che il secondo incontro fra Philippe e Eleonore non sia invocato. La loro corrispondenza epistolare dura da un po’, ma Philippe non riesce ad incontrarla. Si sente inadeguato, e con un conto in banca troppo ampio per essere apprezzato per quel che è.
Driss – che nel frattempo ha trovato un altro lavoro – ci mette del suo: dopo una notte trascorsa insieme alla guida della loro auto – immersi nella malinconia degli amici , e un po’ degli innamorati, l’aria che li fa “respirare un po’” – , zigzagando come pazzi fra le strade di Parigi, dopo del tempo passato a riempirsi della bellezza del mare, la stessa bellezza resta a due passi. Quelli fra il ristorante – dove Driss ha prenotato – e la spiaggia. Si vede il mare, da lì. Più tardi la darsena, e Driss che se ne va.
Permette il suo amico incontrare Eleonore, organizzando il loro incontro. Un gesto non richiesto, di cui si prende – un po’ incosapevolmente, come ogni cosa che fa – la responsabilità. A Philippe non è bastato non chiedere. Perchè, in fondo, la richiesta – muta – gli arrivava silenziosa dal cuore. All’amico è stato sufficiente coglierla. Come dire: a volte è necessario prendersi le propri obblighi quando si tratta della felicità di qualcuno…
Poi Driss se ne va, e con la consueta ironia: “Stavolta non puoi scappare”; Philippe si agita sulla sedia, “Cos’è questa storia?”. Arriva Eleonore. Driss, da dietro i finestroni, fa un sorriso, Philippe gli risponde di rimando – un sorriso tranquillo che è più di un grazie: è un atto di complicità – poi il ragazzo accenna un saluto, e via lungo la darsena.

E’ un film intenso. In mezzo – oltre all’amicizia, al concetto di diversità – molti altri temi. Trattati con un’ironia, e una delicatezza, che non toglie spazio al pensare, ma riempie di emozioni. E anche di risate. E motivi per riflettere.