Sacro è ogni cosa che vive

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Diceva che una volta era partito nel deserto, era andato per cercarvi la sua anima, e aveva scoperto che non aveva anima che fosse sua, ma che era solo un pezzo di un’altra anima immensa. [il nostro pezzo d’anima] non può servire da sola, serve solo quando sta con altri pezzi.

Bruce è in tour. Vi porta The ghost of Tom Joad e io rileggo Furore.
Ci sono diversi modi per leggere questo testo. Succede a tutti i testi di un certo spessore, che parlano del fatto (in questo caso della tragedia della famiglia Joad) e arrivano ai fatti. Dal particolare all’universale. Così accade nelle canzoni di Bruce. Così accade qui (come Steinbeck ci ha abituato).
Allora leggiamo della vecchia Hudson, e vediamo le carrette del mare di oggi; leggiamo di miseria, di fame, e vediamo gli occhi degli affamati di oggi, di colore, africani e non; sentiamo il riverbero della forza della dignità di Tom, e ci arriva quella dei migranti – disperata ma non vinta. Possiamo utilizzare la lente di Furore per capire – se proprio non si vuol comprendere – quello che sta succedendo ora, in questi anni di migrazioni epiche. Di migrazioni strutturali: di uomini che semplicemente cercano la felicità per sé. E per chi amano.

Come fai a spaventare un uomo quando quella che lo tormenta non è fame nella sua pancia ma fame nella pancia dei suoi figli? Non puoi spaventarlo: conosce una paura peggiore di tutte le altre.

Steinbeck scrive della depressione americana, ma la storia spezza lo spazio e il tempo e arriva fino a noi. O, con le parole di Tom/Bruce:

Mom, wherever there’s a cop beatin’ a guy
Wherever a hungry newborn baby cries
Where there’s a fight ‘gainst the blood and hatred in the air
Look for me Mom I’ll be there

Sono d’accordo con chi dice che sia un testo dal valore incalcolabile. Di valore civile. Non solo: di forza civile. Civile inteso come comunità. Come comunità di uomini. e quando mamma Joad (che personaggio… stupendo! Più degli altri a mio avviso) si appella agli altri componenti della sua famiglia, si intestardisce fino ad arrivare dove nemmeno lei si sarebbe aspettato, ci sembra che quei moniti verso la non-disgregazione della famiglia; di non dispersione degli affetti sia una preghiera all’umanità intera.
All’anima che citavo all’inizio, per l’appunto.

Non è un testo religioso. c’è un predicatore che non è più tale, ma il libro esprime una religiosità profonda, addirittura radicata nel valore delle persone, della forza della dignità umana. La religiosità si fa palpabile, attraversa ogni persona, ogni animale (ottimo come Steinbeck infili nella narrazione animali che non sembrano poi molto diversi dagli umani…), ogni vivente: e infatti vi giunge: sacro è ogni cosa che vive. Che evoca il servo di Licini: “Un miracolo. Dimmi una cosa che non sia un miracolo”.

Il finale. Ho letto altre recensione che parlano di totale abbandono alla miseria, di degrado ultimo. A me sembra di no. O almeno – e anche in riferimento a quanto ho scritto – sembra che Steinbeck peschi il segno perfetto, adiacente direi (il seno e l’allattamento; l’essere madre e nutrire; l’essere in difficoltà e nutrirsi) a ciò che avrebbe voluto – io credo – esprimere: non c’è mai un fondo. E ogni scalino verso il fondo prevede – almeno – una stilla di speranza. A cui aggrapparsi. Insieme.
Ah, poi e’ scritto benissimo. Ma questo – in tutto il resto – sembra solo uno stupido dettaglio…

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