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Long walk home.

Questo video. Mi sono sempre chiesto perché Bruce sia solo. Long Walk Home, la lunga strada verso casa. Canta di tornare a casa. Ma nel video non ci sono affetti. C’è lui, la sua chitarra, la sua voce, poche comparse. Una giostra. Ho pensato che Bruce – che non lascia mai niente al caso – volesse dirci qualcosa di più.
No, non credo che canti la desolazione. Non credo che canti il dolore intorno alla possibilità di non trovare nessuno.
Lui dice: non aspettarmi, amore, non aspettarmi. Forse, ecco, vuole dirci che trovare la propria casa è un gesto, un evento intimo, del cuore: non le quattro mura, ma gli affetti e quelli che decidiamo di chiamare tali (o che ri-conosciamo essere tali), l’odore delle cose buone, occhi in cui è possibile riposare, senza affanno. Accettazione.
E per questo è un percorso da fare nell’unico modo possibile: da soli, in mezzo alle proprie emozioni.

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Canzone per Alda Merini

Stamattina Facebook mi ricorda questa trascrizione che devo aver fatto proprio il 3 Maggio 2012 – non so bene da cosa – dove, invento con una certa sicurezza – lo stesso Vecchioni racconta la generazione e il significato di questa canzone.
Se qualche lettore dovesse riconoscere di aver ascoltato in qualche luogo queste parole sarei grato se lo dicesse 🙂

La canzone per Alda che alla fine degli anni novanta viene perché non ne potevo più… Un giorno le ho chiesto: ma tu sei felice?… che cosa sarà la felicità per i poeti… e lei mi rispose in un modo secondo me bellissimo… basta niente per essere felici: basta vivere come le cose che dici e dividerti in tutte le cose che hai per non perderle mai… è il massimo quello che hai detto, è vero, la felicità secondo me è questo… e allora le ho detto: guarda Alda io parto da qui, ti faccio una canzone che sarà la tua, permetti anche mia perché ti amo, però questi quattro versi me li devi lasciare, perché sono il centro di tutto quello che sei tu.
E infatti la canzone è quello che è lei adesso: il dramma di Gerico, il problema del tornare non al cielo ma all’inferno,inizia la canzone inizia con una realtà pazzesca, cioè questo manicomio dove le legavano i polsi, addirittura… non poteva scrivere, anche perché, se l’avesse voluto, con i polsi legati, quindi non poteva farlo. E poi elettroshock e tutto il resto…una specie di viaggio verso la… di se stessa che passa attraverso un sacco di gironi infernali: le figlie che non vengono, le perde, che se ne vanno da tutte le parti del mondo.
E a questo punto c’è la domanda: ma con tutto quello che hai passato, come fai ad essere felice? Perché io non ho mai perso niente… le cose… non ho mai diviso la mia vita da quello che ho scritto, non ho mai diviso la mia vita da quello che ho pensato e mi sono divisa in tutte le persone che ho amato e me le sono tenuta…
E mi sono detto: questa è la risposta che è un grandissimo, grandissimo… mi ha dato questo input per farlo. E poi metterci una melodia su una canzone così è stato facilissimo perché è proprio il crescendo di una donna che vuole gridare a tutti: io sono libera. E infatti la canzone finisce gridando: sono libere le mie mani, libera la mia bocca, è libero il mio cuore, libero il sesso, è libero tutto dentro di me. E tutto questo per dire: la vita è libertà, nonostante tutto quello che ho passato. E questa è la canzone raccontata, si può anche raccontare una canzone!

La stazione di Zima. Scegliere di restare. O andare.

Il Prof, quando gli chiesero della candidatura a Nobel, citò questa canzone come la massima espressione della sua arte.
E’ una canzone che ascolto sempre con grande commozione.
Ma in verità è una canzone che non capisco. Che credo di non riuscire a cogliere appieno. C’è questo signore (con la s minuscola) che conversa con il Signore (con la s maiuscola). Il quale, il Signore stesso, gli dice (non è una richiesta, è quasi un vincolo) di non scendere. Non scendere a Zima, in questa stazione un po’ decadente (“c’è solo un vaso di gerani”), che rappresenta la fine dei giorni. Forse un Dio magnanimo, un Dio che racconta la Sua stessa magnificenza (“così grande”… forse la vita dopo la morte, le “milioni di stelle inutili”) che un uomo, che si definisce “solo un uomo”, decide di non ascoltare. Lui – l’uomo – decide di scendere.
E’ come se la pienezza dell’umanità avvenisse proprio a Zima. Nell’incontro con la morte. In questa “consistenza lieve delle foglie” che ci accomuna: nella consapevolezza (orgogliosa) della propria finitezza, che raggiungiamo “tenendoci per mano”. “L’importante è la mia vita finché sarà la mia”: oppure, o per estensione, la consistenza della vita sta nella capacità di accostarsi o allontanarsi da questo Dio (e da tutto quello che vediamo come un “Dio”). E di decidere diversamente, autonomamente, se se ne sente il bisogno. Forse questo bisogno è semplicemente “ciò che in quel momento riteniamo giusto”. Fino alla chiusa finale: io, uomo, ho deciso della mia vita, con gli strumenti che la mia imperfezione umana mi da. Non ho null’altro da chiedere a me stesso: adesso, Signore, vieni a prendermi, “quando ti va”. E sembra sottolineare, che questa scelta, di ogni scelta autonoma e fatta secondo coscienza, Dio non può che compiacersene, a sua volta.

Ma è una visione che non mi convince totalmente. Se qualche lettore volesse dire la sua farebbe cosa gradita 🙂

Anime salve. Anime uniche

Ogni volta che mi sento come mi sento in questi giorni, penso a questa canzone. Devo a Laura di avermela fatta conoscere.
Anime Salve.
Chi conosce Faber meglio di me, sapranno che il brano parla di anime solitarie, nella precisa accezione etimologica dei termini. Io ho deciso che no. Anime Salve parla del concetto di salvezza, ma in chiave del tutto laica: lasciare la vita, stare per farlo, abbandonandosi all’idea di aver fatto tutto il possibile. Aver salutato chi si doveva, come si doveva. Aver detto “Ti voglio bene” alle persone ai cui lo vogliamo; aver speso la nostra vita nel fare cioè che si sentiva di dover fare, senza sprecare tempo. O farlo minimante. Aver fatto la propria vita, aver ricercato la propria strada.
Non quella che gli altri ci mettono addosso.

Forse solitudine e salvezza significano la stessa cosa, a ben guardare. La propria salvezza passa attraverso la propria solitudine: di concepire la propria unicità, in cui siamo soli. E perseguirla. Al massimo, dal nostro prossimo, possiamo chiedere compagnia. Compagnia nel viaggio della vita, compagnia viva e calda – ma non inopportuna – nei parole, nei gesti. Nelle emozioni.

E, infine, la disperata speranza che quella bella compagnia, che il restare nel cuore degli altri anche dopo la nostra morte, è tutto ciò che possiamo per rimanere.