Speranza e autostop

autostop

Una curva nel buio, e spunta un braccio alzato, e un pollice che chiede un passaggio. Mi fermo. Infila la testa nell’abitacolo un ragazzo mingherlino, intabarrato in giaccone nero e sciarpa bianca, che chiede, con il suo dialetto incerto e l’indice verso il paese: «Vai a Montevidone?»
Si, Montevidone. Sale. Lo adocchio appena. Qualche secondo e «Torni dal lavoro?»
«No, ero da un amico» pausa «faccio il muratore, io» Io. Una ventina d’anni al massimo; il viso allungato, lineamenti decisi.
«Beh con questa neve non avrete lavorato molto»
«Abbiamo lavorato poco. Gennaio per niente, Febbraio qualche lavoretto. Smontato qualche impalcatura… Roba da niente» Smontare impalcature, roba da niente. Mica come stare alla scrivania…
«Con Marzo speriamo di ripartire forte»
E si frega le mani. «Giornate più lunghe, inizierà a scaldarsi un po’»
La sua voce è un femito, un fremito d’acciaio. Intriso di lavoro, del suo passato; di voglia di fare, della sicurezza che vede nel suo futuro. Del vigore che ha per costruirlo. Di sudore e di muscoli. Dei mattoni che tirerà lassù, con cui costruirà quella casa. E la sua vita.

E io, mi sento piccolo piccolo. Con i miei mille problemi in testa, con un entusiasmo sempre da tirare per le orecchie. Da dietro una scrivania.

Grazie. E che dio ti benedica, ragazzo.

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