Etichettato: Eventi

Anche, gli ultimi. Ma sopratutto i colpevoli.

No, non solo gli ultimi. Anche gli ultimi.
Faber cantava gli schifati, i rifiutati. 
Quelli colpiti da una damnatio memoriae che dovrebbe silenziare la nostra parte nera. E ovviamente non ci riesce mai.
Cantava quelli colpiti dal disgusto e dal disprezzo sociale. Dallo stigma di una società perbenista che li vorrebbe maledetti, silenziati, allontanati, morti -addirittura-: i carcerati, le puttane, i rom, gli omicidi, i pazzi, i traditori.
E i colpevoli. Colpevoli di essere -spesso fieramente, con la dignità che Faber riusciva a riconoscer loro- quello che sono.

«C’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore.»

Annunci

Che un vento di follia totale mi sollevi.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Io non so bene perché Licini mi fa l’effetto che mi fa.

Sono entrato decine di volte nella sua casa, e ogni volta sento un sasso piombarmi nello stomaco.
Forse perché è stato il primo artista che ho potuto vedere da vicino, e mi sentivo la passione dell’iniziato a poter considerare tutta quella bellezza. Che, 30 anni fa, non la conoscevano nemmeno in molti.

Forse perché l’ho conosciuto prima come scrittore di cose meravigliose. Per quel verso “Un miracolo, dimmi una cosa che non sia un miracolo” che è sempre con me, e perfettamente, da ateo e anticlericale impenitente, descrive la sua capacità di concepire il sacro e l’assoluto. Quella concezione che ho fatto anche un po’ la mia.
Forse per i racconti di Bruto. Per quel cuore che nessuno vuole, pulsante e sanguinante, descritto con un’ironia tagliente, nemmeno sottesa, che a si fa sarcasmo. Fino a disegnare contorni di pazzia.
Sarà per quel rosso. O per quel blu. Sarà per quegli angeli, per quei folli angeli ribelli, disegnati con forza, solennità. Timore, quasi. Così evocativi nell’empireo dei cieli, eppure così carnali ed erotici.

Sarà per tutto questo che sono felice di questo -giusto- riconoscimento veneziano. E felice per i volontari del Centro Studi Osvaldo Licini che fanno da anni un lavoro straordinario.

(E per le sue amalassunte, certo)

A Marco: from the churches to the jails.

Ti ho amato ed odiato come la tua passione, la tua forza, la tua tenacia esigeva. E come non ero affatto pronto a questo vuoto e a queste lacrime inattese, così ho solo grazie, oggi, per Te.
Grazie per ogni parola; per le grida e per gli scandali; per la ferocia del pensiero, e la delicatezza delle tue mani. Grazie per “le contraddizioni sono importanti”. Grazie di aver preteso che interrogassi continuamente la mia coscienza, e per averne richiamato continuamente il primato.
E grazie per avermi mostrato la solitudine e la vertigine della libertà.

Grazie di essere stato speranza, di essere stato leader nell’unico modo in cui si può esserlo: essendo modello e vero militante di partito. Grazie di non aver voluto mai svilire questa meravigliosa parola. E di avermi insegnato che la Politica può essere poesia ed emozione. Anzi: che solo la Politica che commuove è l’unica per cui vale la pena -davvero- lottare. Grazie per i tuoi occhi che, appunto, sapevano piangere. L’unico politico sulla terra a poterseli permettere, quegli occhi grandi e verdi da bambino.

Adesso, mi piace dedicarti questa canzone. Fra immensi potete capirvi. Credo che ti piacerebbe molto. Parla di carceri e di chiese. Luoghi che hai abitato sempre sempre sempre in tutta la tua vita, o loro, non si è mai ben capito, hanno meglio frequentato te.

From the churches to the jails.

Grazie ancora, Marco.
Grazie sempre per tutta questa bellezza.

Gli occhi dell’Amalassunta.

Amedea Corazza - Madre di Osvaldo Licini

Amedea Corazza – Madre di Osvaldo Licini

Lei è Amedea, la madre di Osvaldo Licini. L’artista ha dipinto questo quadro nel 1923, quando aveva 29 anni. Nella casa di famiglia, a Monte Vidon Corrado, dove è allestita in questo periodo la mostra sui ritratti di famiglia, ce n’è un altro di lei particolarmente delicato, con tratti aristocratici. Entrambi hanno questo sorriso pensoso, tenero e dolcissimo su queste labbra piccole e sottili; queste forme allungate anche delle mani esili. Tutti tratti che dovevano essere, più o meno, gli stessi di Osvaldo, insieme all’ovale del viso. Poi questi occhi grandi. Grandi come la sue Amalassunte.
Ho immaginato che lui deve averla amata molto.