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Fine pena: ora. Storia di storie divergenti.

Elvio Fassone, Fine pena: ora
Elvio Fassone, Fine pena: ora

Non è una storia d’invenzione, ma qualcosa che è accaduto. Il racconto di una “seconda anima”, come la definisce l’autore, che fluisce e ingoia e mastica ogni senso, ogni dolore, ogni perverso evento delle leggi per restituirlo sfibrato, più debole, e più puro.

Salvatore è un ergastolano; Elvio Fassone è il giudice che gli ha comminato il fine pena “mai”.
Nel libro è “il presidente”: della corte di Assise che a Torino, nel maxi-processo dell’85 durato 19 mesi, decise del clan dei catanesi.
Salvatore, o, nell’ambiente, “Gatto selvatico”, è uno di loro: viene condannato alla pena dell’ergastolo. Ha 25 anni, e una legge morale tutta propria, fuori dal perimetro della civiltà.

Durante il processo il giudice Fassone aveva deciso, per tentare di allentrare un po’ il clima di tensione, di dedicare del tempo ad ascoltare imputati, già condannati, e le loro famiglie. Tutto sommato un gesto semplice ma che gli varrà il riguardo degli imputati: simile a quello di don Mariano per il capitano Bellodi ne Il Giorno della Civetta: “Lei è un uomo; lei ha rispetto”.

Un clima che permette a Salvatore di fare al giudice una richiesta estrema: di poter vedere -senza guardie e senza manette- sua madre morente. Prendendosi un’incombenza enorme, e stringendo con lui un patto di responsabilità, Fassone glielo consente.
“Sono tornato” gli sussurrerà Salvatore dalla gabbia, nell’aula del processo. Non è un atto di sfida, ma il tributo a quel patto: nessuna guardia in borghese avrebbe potuto evitare una fuga, senza quell’intesa.

Da qui si dipana il racconto seguente. Con Fassone che nei primi giorni dopo la sentenza, invia il libro “Siddharta” a Salvatore. Non è un gesto fatto per allontanare il seppur presente senso di colpa. Ma un gioco fra pari: quello di un uomo, Fassone, che interloquisce con Salvatore e ad una sua frase che egli pronunciò in sua presenza qualche mese prima: “Se io fossi nato dov’è nato suo figlio, presidente, adesso farei l’avvocato”.

Inizia così una corrispondenza che dura 25 anni. Che racconta plasticamente di come ci sia “ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore”. Di come Salvatore debba prima accettare quel perimentro di regole di civiltà che gli viene proposto; poi comprendere la pena che gli è stata inflitta; poi ancora -molto tempo dopo, nella sua seconda vita, nella sua seconda anima- ingaggiare una lotta (senza armi, ma fatta di pazienza, frutstrazione e dolore) con la burocrazia delle leggi. Una lotta che lo fiaccherà irrimediabilmente. Ma che per molti anni è stata la stessa cometa della sua vita: “Quando uscirò fuori” è la frase che lo sostiene in ogni progetto. E Fassone è il Re Magio dispensatore di speranza: “lei mi insegna le cose giuste” gli scriverà Salvatore, sottintendendo come nessuno lo abbia mai fatto.

La storia di Salvatore è la ricerca continua di una forma di restituzione, nella forma biblica di “costruttore di città”: con l’impegno alla ricerca e poi applicandosi nell’impiego (dopo venti anni di galera, quando gli sarà consentito troverà persone che “avevano paura di me, poi mi hanno conosciuto”); in carcere, attenendosi scrupolosamente alle norme (anche quando queste dilagano e contaminano e danneggiano facendo di un fascio ogni persona carcerata); diplomandosi; ricevendo il primi permesso (“Presidente, non sapevo nemmeno camminare”); mettendo al servizio la sua fantasia e la sua competenza in cucina per i “pranzi della domenica” che permette agli altri detenuti di incontrare i propri familiari imbastendo, per qualche ora, spazi di “normalità” familiare.
Ma per venticinque anni “il gioco del caso che tresca con l’assurdo” scrive una storia kafkiana sulla pelle di Salvatore, e di chissà di quanti altri carcerati: che infligge dolore senza necessità, senza consapevolezza, senza volontà: solo nell’applicazione pedissequa della norma.

Fassone è l’unica figura che rimane lì, incessantemente, come un filo rosso a cui Salvatore guarda e a volte si aggrappa; lo fa con diffidenza, con discrezione, a volte con distacco, infine con compassione: in un caleidoscopio di emozioni e di atteggiamenti che si deformano, e si acuiscono, nel corso dei lunghi anni; nel corso dei racconti di Salvatore. Per lui, il presidente, è qualcuno a cui mostrare i propri progressi e l’unico da cui riceve il supporto, la considerazione, l’incoraggiamento, infine l’amore che gli sono vitali. Tradire la sua fiducia sarebbe un po’ come tradire se stesso.

Il libro è scritto bene. L’autore, raramente, si abbandona a qualche tecnicismo di letteratura giuridica. Per il resto è evidente il gusto per la parola barocca, in cui però non eccede mai. Scrive con una mente allenata al pensiero, alla ricerca del nodo chiave, sapendo di problemi complessi.
E’ scritto senza retorica; riporta fatti; riporta le vicende di due persone che gli eventi avrebbe voluto distanti, quando non nemici. Che invece -dannatamente- si sono desiderati vicini.

PS. A questo indirizzo trovate una intervista al magistrato Elvio Fassone sul suo libro.

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“Sono sperante”. Sulla mia pelle.

Sulla mia pelle. Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Sulla mia pelle. Il Film.

“Ma sei credente?”, chiede la signora.
“Sono sperante”.

Sorride Stefano, con quel suo sorriso beffardo e dolorante. Verso cui si ha subito una simpatia immediata, più che per la sua inflessione romana. Sorride, e ci fa sorridere di rimando. Ma è l’unica nota lieve che ci strappa questa storia gelida.
Non so se davvero Stefano l’abbia mai pronunciata questa frase. In ogni modo, a me è sembrata un piccolo miracolo. Un miracolo di tenerezza, di circoscritta e debolissima commozione; una frattura di luce nel piombo della vicenda. Che evoca il farsi speranza di Paolo e di Marco, l’anziché averne.

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Di carcere, attese, privazioni. E desideri.

Il carcere di Ascoli Piceno.

Il casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno.

Enzo sfila velocemente dal cancello, con l’anta che si sta chiudendo. “Fai attenzione -dice la guardia, in un rimprovero bonario- queste porte non si bloccano se incontrano qualcuno”. Già: questi accessi non sono fatti per gli uomini. Ma per contenerli. Non aprono varchi, ma impongono limiti.
Inizia così, con questa considerazione banale la nostra visita al carcere di Marino del Tronto, ad Ascoli Piceno. E’ un sabato di metà Ottobre, una giornata di grigio smunto: i raggi del sole filtrano da dietro le nubi basse e lattiginose. La luce è una lama invisibile che ferisce comunque gli occhi.
Braccia che sporgono dalle sbarre. E’ la prima immagine del carcere: addirittura iconica, a cui dovrei essere preparato. Ma non lo sono. Il verde dei blindati, le braccia nude, il bianco grezzo dell’intonaco, il muro circolare che si avvita come in un girone dantesco: e il nodo che mi serra la gola. Guardo i miei compagni: non sono l’unico ad essere smarrito ed incerto; la premurosa accoglienza nel suo studio da parte della direttrice non è bastata.

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