“Sono sperante”. Sulla mia pelle.

Sulla mia pelle. Il film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi.

Sulla mia pelle. Il Film.

“Ma sei credente?”, chiede la signora.
“Sono sperante”.

Sorride Stefano, con quel suo sorriso beffardo e dolorante. Verso cui si ha subito una simpatia immediata, più che per la sua inflessione romana. Sorride, e ci fa sorridere di rimando. Ma è l’unica nota lieve che ci strappa questa storia gelida.
Non so se davvero Stefano l’abbia mai pronunciata questa frase. In ogni modo, a me è sembrata un piccolo miracolo. Un miracolo di tenerezza, di circoscritta e debolissima commozione; una frattura di luce nel piombo della vicenda. Che evoca il farsi speranza di Paolo e di Marco, l’anziché averne.

Una storia gelida. Grigia e vacua nei suoi tratti osceni. Dove nessuno fa mai la domanda adeguata. L’unica possibile. L’unica che avrebbe permesso, forse, a Stefano di salvarsi. Non il giudice, che non lo guarda mai in viso; non il pubblico ministero (“Ha domande?”, “No”); non il suo avvocato d’ufficio; non le guardie, che sembrano debbano salvarsi anche loro dalle stesse spire che colpiscono Stefano. L’unica domanda. Nell’unico modo in cui si possono fare: per sapere. Non per tacere l’evidenza.

A tratti, i medici e gli infermieri mostrano la loro umanità. Senza mai però varcare lo soglia del silenzio (invece quella della viltà si: quella di allontanare il pacco di sigarette dalla portata del loro assistito).

Man mano che la storia si dipana, cresce una specie di distopia. Del fare e del dire. Piani diversi su cui tutta l’azione si muove. E’ un gioco dell’assurdo dove quello che davvero dovrebbe essere fatto (soccorrere una persona che non mangia, non beve, che è psicologicamente distrutta e che rifiuta ogni cura, e invece -al cui rifiuto- ci si aggrappa per non avere grane) non si fa. Semplicemente non si fa. Si ignora l’evidente. In un rimando scellerato verso l’essenza del male, di ogni male: tacerlo e ignorarlo.

Un assurdo della parola in cui si dice ad una persona che è stato ricoverata in una struttura perché ammalata, che è comunque in un carcere; e di “non rompere i coglioni” benché steso dolorante e silente su una branda; che rimanda i genitori alle regole (diverse dalle regole decantate il giorno prima) e li allontana dal proprio figlio; che nega i propri diritti – tutti, anche i più elementari – ad un essere umano.
Un assurdo che uccide, anche se Stefano implora, più volte, di “non giocare”.

Una storia che lascia un senso di vuoto. Il vuoto del nulla. Dell’inanità, dell’insipienza. Dell’azione sempre mozzata. Per cui è sempre necessario anteporre un “ma”, quello del carcere, dell’essere detenuti. Dello stigma sociale.
Non lascia nemmeno la furia. La furia del “come è potuto accadere?”. Ma solo questo sconcertante bianco lattiginoso silenzioso, di muta disperazione. In cui quasi vincono, per assuefazione, la trappola della noncuranza e del sopruso.

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