Il colore nascosto delle cose

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Il colore nascosto delle cose. Emma e Teo.

Emma: “Dare un colore alle cose mi aiuta a vederle.”
Teo: “Se non hai nessuno a cui chiedere?”
E: “Decido io. Per voi è un po’ più difficile mi sa.”
[…]
T: “Beh, si, certo per noi se è una cosa è blu… è blu. É difficile che cambi colore.”
E: “Noi invece -anche volendo- non possiamo fermarci all’apparenza.”

Un film che a me è apparso bellissimo. Fatto di corpi e di parole, dai dialoghi nevrili; ironici, profondi e delicati. Non troverete il melenso racconto intorno ad un handicap. Intorno ad una mancanza. Troverete la storia di una relazione, o di più relazioni, di amore a loro modo, nella loro capacità vorticosa di cambiare. Da dentro. Dove la condizione di cecità è solo uno dei mezzi per esplorare il mondo.

E’ un film fatto di simboli.

Il bastone. Emma lo usa per farsi spazio nel mondo, e dargli forma. Usa le mani -sul viso di Teo-, e il suo bastone. Che richiude quando non serve, che apre quando fa passi per prendersi il suo ambiente, e trovare la sua realizzazione; il suo modo -pieno- di essere. E che Teo usa come simbolo -meschino- della sostanza di Emma: manco fosse solo un bastone, non la donna che lo regge.
Il bastone. L’attrezzo che Emma implora Nadia di usare. Che -mentre in Emma- è mezzo di libertà ed emancipazione, in Nadia è ghetto, isolamento, emarginazione emotiva e sociale. E che poi diviene liberazione. Un volo che, nel dolore, doveva conservare dentro di sé, come utopia, come idea, come obiettivo: il terribile bastone era lì, nella sua stanza; lo trae da sopra la mensola dei libri, lo dispiega e si prende il suo spazio, ponendo i propri confini. E rivendicando, verso sé stessa principalmente, la libertà di esistere, in mezzo alla tragedia di cui è vittima. Sospinta -chissà se sarebbe stato possibile in prima persona- dalla forza, forse dalla necessità, dall’amore per la sua amica e insegnante. Si prende il suo mondo, scoprendo che la liberazione passa dalla prossimità ad altri.

Il corpo. Emma tiene e si fa tenere. Si avvicina. Si aggrappa. Il corpo le infligge dolore. E’ un corpo che si piega, che soffre, che oscilla e non cade. Un corpo che gode di sesso e piacere, e che sa cercarlo. Un corpo che riduce le distanze, e lo fa con fiducia. Con generosità -vitale- quando qualcuno offre il suo braccio, credendo di sostenerla. E invece riceve il regalo della fiducia di lei.
Il corpo. Quello di Emma è un corpo che non vede. “La gente crede che siamo anche sordi”. Ma è un corpo che esplora: con le mani il viso di Teo. Con il bastone -suo prolungamento- il mondo. Con l’olfatto, con l’intuizione. E lo fa oltre gli occhi, oltre l’apparenza a cui -costituzionalmente- non può fermarsi.
Il corpo di Emma è un corpo che piega e che indaga altri corpi. Che cura, probabilmente, lasciandosi curare a sua volta.

Un film da vedere, un film da cui farsi toccare. Fatevi accarezzare dalle mani e dalle parole di Emma; entrate nella vita disarticolata di Teo; nella mente dolente di Nadia. Otterrete mani nuove con cui sentire il mondo.

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