Etichettato: osvaldo licini

Che un vento di follia totale mi sollevi.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Amalassunta. Amica di ogni cuore un poco stanco.

Io non so bene perché Licini mi fa l’effetto che mi fa.

Sono entrato decine di volte nella sua casa, e ogni volta sento un sasso piombarmi nello stomaco.
Forse perché è stato il primo artista che ho potuto vedere da vicino, e mi sentivo la passione dell’iniziato a poter considerare tutta quella bellezza. Che, 30 anni fa, non la conoscevano nemmeno in molti.

Forse perché l’ho conosciuto prima come scrittore di cose meravigliose. Per quel verso “Un miracolo, dimmi una cosa che non sia un miracolo” che è sempre con me, e perfettamente, da ateo e anticlericale impenitente, descrive la sua capacità di concepire il sacro e l’assoluto. Quella concezione che ho fatto anche un po’ la mia.
Forse per i racconti di Bruto. Per quel cuore che nessuno vuole, pulsante e sanguinante, descritto con un’ironia tagliente, nemmeno sottesa, che a si fa sarcasmo. Fino a disegnare contorni di pazzia.
Sarà per quel rosso. O per quel blu. Sarà per quegli angeli, per quei folli angeli ribelli, disegnati con forza, solennità. Timore, quasi. Così evocativi nell’empireo dei cieli, eppure così carnali ed erotici.

Sarà per tutto questo che sono felice di questo -giusto- riconoscimento veneziano. E felice per i volontari del Centro Studi Osvaldo Licini che fanno da anni un lavoro straordinario.

(E per le sue amalassunte, certo)

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Gli occhi dell’Amalassunta.

Amedea Corazza - Madre di Osvaldo Licini

Amedea Corazza – Madre di Osvaldo Licini

Lei è Amedea, la madre di Osvaldo Licini. L’artista ha dipinto questo quadro nel 1923, quando aveva 29 anni. Nella casa di famiglia, a Monte Vidon Corrado, dove è allestita in questo periodo la mostra sui ritratti di famiglia, ce n’è un altro di lei particolarmente delicato, con tratti aristocratici. Entrambi hanno questo sorriso pensoso, tenero e dolcissimo su queste labbra piccole e sottili; queste forme allungate anche delle mani esili. Tutti tratti che dovevano essere, più o meno, gli stessi di Osvaldo, insieme all’ovale del viso. Poi questi occhi grandi. Grandi come la sue Amalassunte.
Ho immaginato che lui deve averla amata molto.

Il cuore in mano

Il cuore in mano

Osvaldo Licini scrive i Racconti di Bruto fra il 1912 e il 1913, nel corso della sua permanenza Parigina, dove era venuto a conoscenza della poetica di Rimbaud e Baudelaire.
I racconti sono caratterizzati dalla visione romantica della natura e da un tono dissacrante con cui attacca, celato dietro il suo alter ego di Bruto, le convenzioni sociali (una specie di De Andrè ante litteram) della società perbenista dell’epoca.

Il cuore è in mano è un racconto affascinante. E’ la narrazione di un cuore-amore in piena palpitazione che non trova un obiettivo-persona per esistere. Per farsi vero e concreto, per rendersi reale. Nessuno lo vuole, anzi è spesso oggetto di scherno, questo cuore che sanguina e che pulsa strappato dal petto di Bruto. E’ il rifiuto, il distacco, lo stigma sociale del diverso. Di chi ama in modo diverso. Ma non meno vibrante e sincero.

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Bruto s’era disteso, ma s’annoiava un poco. Allora, con una mano, si prese il cuore dal petto, lo posò sul cuscino e lo guardò palpitare. Poi mise il suo cuore nel cavo della mano e cominciò ad ammirare l’opera di Dio. E si compiacque a vedere il buco dove passa e ripassa l’anima e le piccole vene azzurrine dove si annidano i sentimenti. Poi lo strinse forte con la mano e cadde l’ultima stilla.
Si alzò e mise il cuore sulla finestra per farlo asciugare. D’un tratto, Bruto fu colto da un bisogno irresistibile di tenerezza e provò l’impulso irresistibile di donare il suo cuore magari al primo uomo che incontrasse sulla strada.
E sortì col cuore in mano.
Allora Bruto cercò fra la folla l’uomo eletto. Cento volte tese la mano per donare il suo cuore, cento volte gli uomini si ritrassero con diffidenza.

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