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Anche, gli ultimi. Ma sopratutto i colpevoli.

No, non solo gli ultimi. Anche gli ultimi.
Faber cantava gli schifati, i rifiutati. 
Quelli colpiti da una damnatio memoriae che dovrebbe silenziare la nostra parte nera. E ovviamente non ci riesce mai.
Cantava quelli colpiti dal disgusto e dal disprezzo sociale. Dallo stigma di una società perbenista che li vorrebbe maledetti, silenziati, allontanati, morti -addirittura-: i carcerati, le puttane, i rom, gli omicidi, i pazzi, i traditori.
E i colpevoli. Colpevoli di essere -spesso fieramente, con la dignità che Faber riusciva a riconoscer loro- quello che sono.

«C’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore.»

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Ci manchi, Faber

Oggi, 13 anni fa, moriva Fabrizio De Andrè. Sono sicuro che quello che ci ha regalato non è, ancora adesso, completamente comprensibile, nè compreso. Quel che è certo è che, almeno a me, manca. Manca moltissimo.

Mi chiedo, seriamente, se avrebbe deriso più i costumi facili di Berlusconi o i moralisti scandalizzati dell’ultima ora…