Un solo imperativo: palla a Dawkins.

Darryl Dawkins, il re delle schiacciate.

Darryl Dawkins

Dawkins. 1991. Giunse a Milano una montagna di cm (211) e kilogrammi imprecisati, e comunque sempre troppi. Lo ricordo barcollare sotto il canestro, dove arrivava sempre qualche secondo dopo tutta la squadra, con quell’andatura stanca – le ginocchia valghe – da bradipo gigante. Ma in mezzo all’aria era assolutamente un macigno. Schiacciate, stoppate, rimbalzi: spettacolo puro. “Un solo imperativo: palla a Dawkins” terminava un pezzo della Gazzetta sulla semifinale di Coppa contro il Partizan. Quello stesso anno fece esplodere un paio di tabelloni con la potenza delle sue schiacciate: si appendeva a due mani e piegava il canestro paurosamente come un fuscello.

Darryl me lo ricordo molto bene. Nel 1991 (la sua unica stagione nella Milano di Pittis, Riva, D’Antoni), avevo 14 anni, e il basket un po’ lo praticavo. Sopratutto lo seguivo in Tv, sveglio fino a tarda notte per seguire le repliche con mia madre, appassionata anche Lei.

Le sue qualità di forza, da uomo grande e grosso, e di rispetto che incuteva e sapeva infondere, finivano per essere anche un po’ le mie. “Se può lui…”: una piccola rivincita, per un adolescente che si sentiva troppo grosso (e conseguentemente si faceva troppo piccolo), e sempre inadeguato come mi sentivo io.

Addio Darryl. E’ stato bello essere tuo tifoso. E sentirmi un po’ te, con una palla a spicchi in mano.

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