L’Abitudine al Sangue.

L'Abitudine al Sangue, di Giorgia Lepore

L’ho acquistato pensando ad un romanzo storico. L’armatura in copertina, il titolo vagamente truculento, evocano gesta di cavalieri erranti, dame e vita di corte, regnanti capricciosi e potenti, campi di battaglia. C’è tutto. Ma c’è di più. C’è uno scavo psicologico che non mi aspettavo. I personaggi sono carne viva, non sono maschere: la descrizione dei loro tratti emotivi, la continua, pervicace ricerca del perché che ha mosso le loro azioni, e non solo nel protagonista, è precisa, puntuale. A volte ossessiva. Sembra Dostoevskij, assomiglia alla furia di Alesa quella di Giuliano. Tanto che il quadro storico in cui si svolge la vicenda, scivola in secondo piano: i dubbi di Giuliano diventano i dubbi del lettore; le sue sofferenze, le proprie; i dubbi sulla proprie scelte che appaiono nella pagine finali, i propri; e anche la giustificazione della violenza insensata del padre, un uscio semi aperto che nemmeno il lettore vuol imboccare…

Non ho nessun dubbio sulla precisione storica della vicenda. La Bisanzio medievale è una cornice austera. Scorrono battaglie, monasteri e corti. Scorre l’inverno, le cavalcate di Giuliano verso il mare con suo padre e  in battaglia trascinato dalla sua rabbia e dalla sua angoscia. Le notti d’amore con Eucheria; e Ciro – il cane – con cui condividere il pasto: più per vicinanza che per pena. Scorrono i tramonti, le albe dalle cime bianche, la neve. Il ritmo è costante, e quando sembra allentarsi, torna ad impennarsi di nuovo per tenere all’erta il lettore.

La narrazione avviene in prima persona. Ricorda i romanzi di Guild. Ninive, l’Assiro (inspiegabilmente  fuori dal catalogo), Il Macedone. “L’abitudine al Sangue” non ha la stessa struttura epica di questi, ma ugualmente trascina nelle menti di chi si muove sulla scena, in quella del protagonista narrante sopratutto: svela le proprie intime gioie, ma di più le sue angosce – è lo stesso Giuliano che si narra – le stesse che saranno la sua fortuna – poca – e la sue rovina – troppa. Un oscillare continuo che dilania gli animi, lacera le scelte. Con un unica, grande, stella polare: la fede. Che si sostanzia in “un amore sconfinato per gli uomini, e le cose degli uomini”. Il romanzo è una preghiera continua. Un dialogo persistente e intenso fra Dio – un dio che conosce un linguaggio del corpo – e il protagonista. Una relazione che arriva ad essere erotica: di amore profondo, un rapporto profano: alla pari. Quasi carnale. La stessa carne di cui è fatto il romanzo: di abbracci, di mani che spezzano, che accarezzano. Che confortano e che strangolano. Che sanno tenere, e dare respiro. E spesso le mani che tolgono e prendono, appartengono alla stessa persona…

Leggetelo: da qualsiasi piano preferite farlo – e ce ne sono tanti – vi sorprenderà. Lasciatevi inquietare dalla torture sofferte di Giuliano, perchè poi troverete l’amore di Eucheria – “doveva amarmi molto, perchè solo un amore grande può dare ad un uomo la forza e il coraggio di di andare oltre il proprio destino”; troverete la fede in Dio e negli uomini; troverete l’amicizia di Crostoforo tanto profonda quanto discreta; troverete la delicatezza dolente della regina; troverete i sorrisi dei bambini che giocano fra le braccia del monaco zoppo, e hanno orecchie attente alle sue storie. Troverete i rapporti di sangue che non si spezzano mai, anche quando lo si vorrebbe: e che a volte sono vissuti come una condanna, altre come una liberazione; troverete fratelli e padri per cui “essere fratelli e padri per scelta è ancora più prezioso che esserlo per sangue, perché la scelta nasce dalla libertà e la restituisce”; troverete relazioni.

Poi troverete l’ironia, e insieme la speranza, che è un’ultima vivida pennellata. Si affaccia qua e là, ti strappa un sorriso, ma di più nelle ultime pagine. Ti lascia un sorriso sgembo in visto – forse nemmeno troppo amaro, e infine una commozione profonda, malinconica, sincera: che ci ricorda che l’amore è quel che è. Che la vita – nonostante il nostro desiderio e quello di Giuliano di fare scelte proprie e sofferte – è quel che è. E possiamo vivere bene solo quella che abbiamo.

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