Il cuore in mano

Il cuore in mano

Osvaldo Licini scrive i Racconti di Bruto fra il 1912 e il 1913, nel corso della sua permanenza Parigina, dove era venuto a conoscenza della poetica di Rimbaud e Baudelaire.
I racconti sono caratterizzati dalla visione romantica della natura e da un tono dissacrante con cui attacca, celato dietro il suo alter ego di Bruto, le convenzioni sociali (una specie di De Andrè ante litteram) della società perbenista dell’epoca.

Il cuore è in mano è un racconto affascinante. E’ la narrazione di un cuore-amore in piena palpitazione che non trova un obiettivo-persona per esistere. Per farsi vero e concreto, per rendersi reale. Nessuno lo vuole, anzi è spesso oggetto di scherno, questo cuore che sanguina e che pulsa strappato dal petto di Bruto. E’ il rifiuto, il distacco, lo stigma sociale del diverso. Di chi ama in modo diverso. Ma non meno vibrante e sincero.

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Bruto s’era disteso, ma s’annoiava un poco. Allora, con una mano, si prese il cuore dal petto, lo posò sul cuscino e lo guardò palpitare. Poi mise il suo cuore nel cavo della mano e cominciò ad ammirare l’opera di Dio. E si compiacque a vedere il buco dove passa e ripassa l’anima e le piccole vene azzurrine dove si annidano i sentimenti. Poi lo strinse forte con la mano e cadde l’ultima stilla.
Si alzò e mise il cuore sulla finestra per farlo asciugare. D’un tratto, Bruto fu colto da un bisogno irresistibile di tenerezza e provò l’impulso irresistibile di donare il suo cuore magari al primo uomo che incontrasse sulla strada.
E sortì col cuore in mano.
Allora Bruto cercò fra la folla l’uomo eletto. Cento volte tese la mano per donare il suo cuore, cento volte gli uomini si ritrassero con diffidenza.

Alla fine si mise il cuore in tasca. Camminando a zonzo arrivò ai giardini pubblici. Salì sul ponticello e si specchiò nel lago, e volle specchiare ancora il suo cuore.
E sospese il cuore sull’acqua.
E guardò il cuore nell’acqua.
Voleva gettare il cuore nell’acqua.
Ma poi se lo rimise in tasca.
Quando giunse sul prato dei fanciulli si fermò un momento per vederli giocare. Un bambino cadde sull’erba ma si rialzò subito. C’era anche la madre del fanciullo seduta sull’erba. Bruto notò la carne fresca di quella madre giovane. Bruto s’accostò al fanciullo e gli mise il cuore in mano: “Tieni, portalo a tua madre.”
Il fanciullo fece l’offerta.
“Cosa porti sporcaccione! cos’é quella porcheria? getta quella porcheria! hai capito porco? dove l’hai raccolta porcaccione?!”
Il fanciullo gettò subito quel coso. Bruto lo raccolse con serietà poi si rivolse alla madre.
“Tu hai il naso storto, tuo marito è uno stupido e tuo figlio uno stronzo!…”
E se ne andò senza dire altro.
Incontrò un mendicante che gli tese la mano. Era zoppo, monco, col naso abbrustolito, un dente di fuori e una piaga colante in fronte. Bruto gli si accostò:
“Come ti chiami?”
“Poveretto”
“Come ti chiami?”
“Poveretto Carlo”
“Ebbene, senti Poveretto Carlo, vuoi venderti a me? io ti compro.”
“Che hai detto!”
“Io ti compro. Dopo ti metto una bella pietra al collo, ti acceco e ti taglio il naso. Va bene?”
“Che dici assassino!”
“Taci, scherzo di natura! Adesso voglio arricchirti! Ecco questo é un tesoro per te.” E gli mise il cuore in mano.
Il mendicante lo guardò, l’annusò e lo gettò bestemmiando.
Bruto lo raccolse e glielo sbatté tre volte in fronte. Dopo seguitò la sua strada. Legò il cuore con uno spago e lo gettò a cavalcioni sui fili del telefono. Ma ci ripensò sopra e lo riprese.
“Se ci facessero la mortadella? Se lo cucinassero in un restaurant lo cederei anche gratis”.
Finalmente, per sbarazzarsene subito a qualunque costo entrò nella chiesa lì vicino. Cercò del prete e comparve un prete con una bella faccia tosta. Bruto senza tante cerimonie gli disse:
“Ho ricevuto una bella grazia da San Giuseppe; vorrei lasciare questo ex voto come ricordo. E’ in forma di cuore umano.” Il prete lo prese in mano lo guardò e disse: “Mi dispiace, ma noi non accettiamo cuori al naturale: ne faccia fare uno d’oro o d’argento.”
Bruto gli tirò uno schiaffo che lo stordì. E soggiunse:
“Ho una voglia matta di spaccarti la chierica!”
Poi andò a gettare il cuore in una latrina.

Osvaldo Licini

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