Behind The Wall

E’ il 19 Luglio 1988. Bruce è già una rock star affermata. Con la E street Band suona a Berlino Est, come lui chiede da un decennio. La registrazione del concerto, in un bootleg imperdibile -Behind The Wall-, gracchia un po’. Ma lo si ascolta sempre con tutta l’emozione che le parole di Bruce sappiamo dire; guardando i sorrisi di quei ragazzi; ciascuno perso nella folla del giorno, che urlano al cielo, come un solo uomo, Born In The USA; 180 mila persone, ma sembrano molte di più, tante a perdita d’occhio. Con nelle orecchie quell’urlo, tanto simile al “nostro”, quando Bruce li saluta. “E’ bello essere qui”, e immagina per loro un futuro “senza barriere”. Appena prima di intonare i Rintocchi della Libertà.
Un po’ del coraggio necessario, del desiderio di libertà, mi piace pensare, arrivò, per loro, in quel giorno. Il muro cadrà l’anno dopo.

Grazie a Springsteen and US a che ha ripreso il mio post. :-)

50 anni di eleganza.

Non di un poeta, ma di Marco Van Basten, ex calciatore.
Oggi compie 50 anni.
Quando calcava i campi da gioco, era il tempo in cui il voto del portiere, ogni domenica, era un laconico “S.V.”
Segnava indifferentemente di destro e sinistro; di testa, in acrobazia; da lontano o in area: con la grazia di un cigno, la velocità di una gazzetta, la potenza di un puledro. Dal lassù, dal suo metro e novanta, a danzare – come diceva qualcuno – su una moneta; il pallone incollato al piede, le caviglie massacrate dagli stopper (in un tempo in cui c’erano; e ringhiavano dietro).
Il gioco di Van Basten era velocità, classe, eleganza. Eleganza infinita. Lo ricordo sempre con un grandissimo piacere: un periodo in cui, nella mia famiglia, guardare la Coppa Campioni, il mercoledì sera, era un rito, più che un episodio. E lui riusciva ad impreziosirli spesso: quando non segnava, i suoi dribbling e i suoi assist erano un piacere per gli occhi. Nei suoi, di occhi, a me sembrava di scorgere un velo di tristezza. Rotta solo dalla bellezza dei suoi gol.

La stazione di Zima. Scegliere di restare. O andare.

Il Prof, quando gli chiesero della candidatura a Nobel, citò questa canzone come la massima espressione della sua arte.
E’ una canzone che ascolto sempre con grande commozione.
Ma in verità è una canzone che non capisco. Che credo di non riuscire a cogliere appieno. C’è questo signore (con la s minuscola) che conversa con il Signore (con la s maiuscola). Il quale, il Signore stesso, gli dice (non è una richiesta, è quasi un vincolo) di non scendere. Non scendere a Zima, in questa stazione un po’ decadente (“c’è solo un vaso di gerani”), che rappresenta la fine dei giorni. Forse un Dio magnanimo, un Dio che racconta la Sua stessa magnificenza (“così grande”… forse la vita dopo la morte, le “milioni di stelle inutili”) che un uomo, che si definisce “solo un uomo”, decide di non ascoltare. Lui – l’uomo – decide di scendere.
E’ come se la pienezza dell’umanità avvenisse proprio a Zima. Nell’incontro con la morte. In questa “consistenza lieve delle foglie” che ci accomuna: nella consapevolezza (orgogliosa) della propria finitezza, che raggiungiamo “tenendoci per mano”. “L’importante è la mi vita finchè sarà la mia”: oppure, o per estensione, la consistenza della vita sta nella capacità di accostarsi o allontanarsi da questo Dio (e da tutto quello che vediamo come un “Dio”). E di decidere diversamente, autonomamente, se se ne sente il bisogno. Forse questo bisogno è semplicemente “ciò che in quel momento riteniamo giusto”. Fino alla chiusa finale: io, uomo, ho deciso della mia vita, con gli strumenti che la mia imperfezione umana mi da. Non ho null’altro da chiedere a me stesso: adesso, Signore, vieni a prendermi, “quando ti va”. E sembra sottolineare, che questa scelta, di ogni scelta autonoma e fatta secondo coscienza, Dio non può che compiacersene, a sua volta.

Ma è una visione che non mi convince totalmente. Se qualche lettore volesse dire la sua farebbe cosa gradita :-)

E sto abbracciato a te

Il modo tuo d’amare
È lasciare che io ti ami.
Il si con cui ti abbandoni
È il silenzio. I tuoi baci
Sono offrirmi le labbra
Perché io le baci.
Mai parole o abbracci
Mi diranno che esistevi
E mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
Senza chiederti nulla, per timore
Che non sia vero
Che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
Senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
Con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

– P. Salinas

L’ultimo amore.

La foto è del New York Times, di Lynsey Addario nello specifico, rilanciata da ArabPress.
Su un pacchetto di sigarette, in un dialetto egiziano, l’ultimo canto d’amore di un migrante: “A.”, per quanto si legge. E’ stato trovato al porto di Pozzallo, in Sicilia.

“Avrei voluto stare con te. Mi raccomando non ti dimenticare di me. Ti amo tanto.
Vorrei tanto che tu non ti dimenticassi di me. Stai bene amore mio.
Ti amo. A ama R. “

Lo riporto qui. Nell’idea, vana, di dare eco alla sua voce.

L'ultimo biglietto d'amore di un  migrante.

L’ultimo biglietto d’amore di un migrante, trovato a Pozzallo (Sicilia)

La testimonianza di Damiana

Io sono iscritto all’Associazione Luca Coscioni, che sostiene apertamente l’eutanasia legale.

Però. Mi sono immaginato in questa stanza, con la signora Damiana. Seduto su quel letto, ad ascoltarla, con il suo parlare chiaro; i capelli bianchi di mia nonna. E ho avvertito tutto il mio disagio. La sensazione di un pensiero ritorto, di un fastidio pungente. Mi sono immaginato rassicurarla. Dirle -con sincerità- che no, lei ancora stava bene, che non doveva farlo. Che poteva rinunciarci.

Poi. Poi ho visto i suoi occhi guardarmi. I suoi lineamenti farsi duri, come la sua volontà. Decisa chiara nitida. E non ho trovato niente di quella difficoltà, di minima infermità o malessere che la mia coscienza da piccolo borghese cercava. Nè un vizio, nè una mania. Solo la richiesta ferma di poter affermare la sua volontà; l’agire -drammatico- della sua libertà.
E mi sono visto emozionarmi…

Come ogni volta, è questa la politica che più mi appassiona. L’unica che mi commuove.

Damiana, in qualsiasi parte tu adesso sia, grazie.

Wislawa Szymborska e l’11 settembre.

Uomo che cade. 11 settembre.

Un uomo si getta nel vuoto.

Una fotografia dell’11 settembre

Saltarono dai piani in fiamme, giù
… uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.
Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.
Ognuno di loro ancora intero
con il proprio volto
e il sangue ben nascosto.
C’è ancora tempo,
perchè i loro capelli siano scompigliati,
e perchè chiavi e spiccioli
cadano dalle loro tasche.
Essi si trovano ancora nel reame dell’aria,
entro i luoghi
che hanno appena aperto.
Ci sono soltanto due cose che posso fare per loro
… descrivere questo volo
e non aggiungere una parola finale.

Wislawa Szymborska, 11 settembre 2002.