E sto abbracciato a te

Il modo tuo d’amare
È lasciare che io ti ami.
Il si con cui ti abbandoni
È il silenzio. I tuoi baci
Sono offrirmi le labbra
Perché io le baci.
Mai parole o abbracci
Mi diranno che esistevi
E mi hai amato: mai.
Me lo dicono fogli bianchi,
mappe, telefoni, presagi,
tu, no.
E sto abbracciato a te
Senza chiederti nulla, per timore
Che non sia vero
Che tu vivi e mi ami.
E sto abbracciato a te
Senza guardare e senza toccarti.
Non debba mai scoprire
Con domande, con carezze,
quella solitudine immensa
d’amarti solo io.

– P. Salinas

L’ultimo amore.

La foto è del New York Times, di Lynsey Addario nello specifico, rilanciata da ArabPress.
Su un pacchetto di sigarette, in un dialetto egiziano, l’ultimo canto d’amore di un migrante: “A.”, per quanto si legge. E’ stato trovato al porto di Pozzallo, in Sicilia.

“Avrei voluto stare con te. Mi raccomando non ti dimenticare di me. Ti amo tanto.
Vorrei tanto che tu non ti dimenticassi di me. Stai bene amore mio.
Ti amo. A ama R. “

Lo riporto qui. Nell’idea, vana, di dare eco alla sua voce.

L'ultimo biglietto d'amore di un  migrante.

L’ultimo biglietto d’amore di un migrante, trovato a Pozzallo (Sicilia)

La testimonianza di Damiana

Io sono iscritto all’Associazione Luca Coscioni, che sostiene apertamente l’eutanasia legale.

Però. Mi sono immaginato in questa stanza, con la signora Damiana. Seduto su quel letto, ad ascoltarla, con il suo parlare chiaro; i capelli bianchi di mia nonna. E ho avvertito tutto il mio disagio. La sensazione di un pensiero ritorto, di un fastidio pungente. Mi sono immaginato rassicurarla. Dirle -con sincerità- che no, lei ancora stava bene, che non doveva farlo. Che poteva rinunciarci.

Poi. Poi ho visto i suoi occhi guardarmi. I suoi lineamenti farsi duri, come la sua volontà. Decisa chiara nitida. E non ho trovato niente di quella difficoltà, di minima infermità o malessere che la mia coscienza da piccolo borghese cercava. Nè un vizio, nè una mania. Solo la richiesta ferma di poter affermare la sua volontà; l’agire -drammatico- della sua libertà.
E mi sono visto emozionarmi…

Come ogni volta, è questa la politica che più mi appassiona. L’unica che mi commuove.

Damiana, in qualsiasi parte tu adesso sia, grazie.

Wislawa Szymborska e l’11 settembre.

Uomo che cade. 11 settembre.

Un uomo si getta nel vuoto.

Una fotografia dell’11 settembre

Saltarono dai piani in fiamme, giù
… uno, due, altri ancora
più in alto, più in basso.
Una fotografia li ha colti mentre erano vivi
e ora li preserva
sopra il suolo, diretti verso il suolo.
Ognuno di loro ancora intero
con il proprio volto
e il sangue ben nascosto.
C’è ancora tempo,
perchè i loro capelli siano scompigliati,
e perchè chiavi e spiccioli
cadano dalle loro tasche.
Essi si trovano ancora nel reame dell’aria,
entro i luoghi
che hanno appena aperto.
Ci sono soltanto due cose che posso fare per loro
… descrivere questo volo
e non aggiungere una parola finale.

Wislawa Szymborska, 11 settembre 2002.

 

La morte di Stella Raphael

Follia di Patrick McGrath

Follia di Patrick McGrath

Follia è un romanzo di Patrick McGrath. Ben scritto; con i passaggi giusti per tenerti lì. Non mi aspettavo la morte di Stella (protagonista insieme ad altri). L’ho rielaborata – come un lutto privato… – come segue.


Mi trovarono riversa nel letto, con indosso ancora il mio abito nuziale. Le coperte ancora calde, quel velo di cipria, il sorriso ebete. E la mancanza di lui fra le dita.

Era poco oltre mezzanotte, quando Peter spalancò la porta, il respiro corto preso nella morsa del panico. Misurò i passi, calmò come poté l’affanno, e si avvicinò al letto. Vidi la disperazione nei suoi occhi, un tremolio del labbro; un dolore quieto e sincero. Fece per abbracciarmi; mi portò al petto; la mia mano scivolò inanimata sul suo grembo. Il cerchio della luna -le striature di una perla- illuminò il mio collo bianchissimo; le labbra, esangui, appena distese in un sorriso.

Devo essergli sembrata bella, trasfigurata nella quiete della morte; nella rinuncia agli inganni e alle costrizioni che mi ero inflitta: un ordito solido e perfetto, un bozzolo inespugnabile. La finzione era nella curva dura del mento, nel lampo vigile dei miei occhi, nei passi misurati. Nelle mie notti inquiete. Era parte di me, ormai; senza che nessuno se ne fosse mai accorto. Mai concessa un sussurro, né un gesto di troppo; ogni parola ponderata, ogni sguardo discreto e contenuto.

Ho voluto la morte, per rendermi libera. Dalla fantasia di lui, dalla sua mancanza. Ma sopratutto da questa finzione continua, asfissiante. Imposta a me stessa o impostami dal mondo; rigida e certa. E’ stata la vibrazione di un diapason: mentre mi perdevo nell’ultimo sonno sentivo incrinarsi quest’involucro bianco, con un intreccio che si allargava dal centro del ventre; le membra distendersi, un benessere caldo. E’ sopraggiunta regalandomi questo sorriso, che Peter mi restituisce in una carezza. Sincero, come non lo assaporavo da tempo.

Una squadra fortissimi.

Immagine

“Roberto, ti faccio una proposta…”
E’ cominciata così, due anni fa, 25 luglio. Erano le dieci di sera.
“… ti va di ricominciare a giocare?”

Mi va. Forse venivo da qualche lettura a sfondo storico che risposi a Valerio: “Questa cosa mi mette una cerca allegrezza”.
E’ cominciata così dunque, dopo un decennio, o fose più, che non toccavo pallone.
Che non seguivo più la pallavolo; che non mettevo piede in palestra; che avevo lasciato quel mondo.

Ho cominciato notevolmente sovrappeso, e – si – emozionato come un bambino. I tempi, gli odori, le regole. La palla. Un anno per riprendere confidenza con il campo.
Il primo, un campionato sottotono, decisamente.
Poi quest’anno: nuovo allenatore, nuovi atleti ad infoltire il gruppo. E molto cambia.
Non tutto. Perché il gruppo solido già si vedeva. La passione, la voglia per fare le cose bene. Avevamo solo bisogno di essere stimolati da qualcuno sulla stessa lunghezza d’onda. E di incanalare queste passioni tutte all’interno di un progetto: di un unico obiettivo.
So dare pochi giudizi sulla tecnica, ancora meno sulla tattica. Non posso dire che ci siamo allenati sempre al massimo. Ma ci siamo divertiti sempre a stare insieme, in un campionato lungo, pieno di alti e bassi, di una squadra matura, si direbbe esperta, in vero molto emotiva, caratteristica con cui abbiamo fatto sempre i conti. Siamo stai bravi a tirarci fuori dai guai. Nel periodo no della regular season dopo la sconfitta con Ascoli; dopo la sconfitta con Grottazzolina; e quella con Corridonia; dopo essere andati sotto 2 a 1 con Belvedere e quei 7 punti di rincorsa nel quarto set. Potevamo chiuderlo prima, forse. Ma è andata bene così.

Abbiamo continuato a stare insieme: e divertirci, due mesi in più a migliorarci; e poi non avremmo incontrato Mariano. E a me sembrano – solo questi – buoni motivo per apprezzare come è andata. Che il (possibile, possibilissimo) salire di categoria è solo una ciliegia sulla torta di una torta piena di cose belle. Sportive ed umane.
La delicatezza di Sauro, ad esempio; o la rigorosa passione di Juri; la crapa di Tega che si illumina con il sudore come i suoi sorrisi o l’ira agonistica di Roberto pari solo all’astuzia del suo gioco; o Marco “due-mani-di-platino” Scorpecci o Marco De Minicis che si sposa e pensa alla partita, mentre si squaglia in allenamento; o Mariano: che fuori dal campo sarà anche il Cucciolo di Biancaneve, ma dentro è il Tigrotto di Mompracem; o Loris, il commercialista assennato, che veste il cappello da “palleggiatore matto” proporzionalmente alla lunghezza dei suoi ricci. O di Fabio, il Charlie Chaplin di casa nostra, o di “sir-yellow-shoes” Gabriele. O la disponibilità e la vicinanza alla squadra di Valerio (che si è preso molti abbracci bagnati dopo ogni partita); o la forza e la bontà di Ettore (e mi rimangio il suo giudizio su di lui) o i silenzi di suo fratello Marco; o la tranquillità di Mirco (ho giocato nella mia prima vita pallavolistica con il fratello: si dividono la stessa tempra agonistica); o la serietà, l’amore per questa squadra e questo sport di Riccardo (in arrivo dalla fine del mondo); le stesse di Alesiano, disponibile alla fine anche a convocazioni che dall’inizio aveva escluso. O Dimitri, encomiabile nel salire sempre su quel pulman, o di Danilo: che dopo una settimana travagliata entra e, insieme a Mirco, svolta l’ultima partita, la più importante. Qualità umane che hanno fatto bene, al gruppo, al lavoro, al risultato. A me. Che -insomma- trovarmi bene in un gruppo non è certo cose da tutti i giorni.

In palestra è stata sempre una festa, con quindici, sedici, fino a diciotto atleti ad allenarsi. In diciotto, in palestra. Ad aspettare il proprio turno, o a non allenarsi affatto: è stato sufficiente essere con il gruppo, portare palloni, incitare i compagni. Primo Maggio compreso.
In diciotto in palestra, e in trenta a Lucrezia. Ultima partita della stagione; un secondo posto buono, buonissimo, per il ripescaggio. In trenta. Un po’ dentro il campo, gli altri in tribuna: l’ottavo uomo. Atleti, compagne, amici. Abbiamo festeggiato, in campo. Poi fuori, -nonostante l’oste turbato per l’ora- riempiendo la festa della festa di Mariano. Emozionato e felice come una bambino.
Quindi grazie. Grazie davvero a tutti. Grazie per le volte che mi avete sostenuto, o incitato. Per me è stato davvero prezioso. E grazie per l’impegno che ci avete messo, non solo in palestra ma anche nello stare insieme. E’ stato bello. Spero – con tutti il cuore – che sia solo l’inizio.